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Un futuro
tutto da scrivere

· La sfide per la popolazione del Kashmir ·

Le nuove sfide che affronta la popolazione nel Kashmir, all’indomani della revoca dello status speciale, approvata dalla Camera bassa del Parlamento indiano martedì scorso, sono essenzialmente «il concreto pericolo di cedere alla violenza; la perdita di democrazia, con la mancata partecipazione della società locale ai processi decisionali, politici e amministrativi dello Stato; la possibile totale alienazione rispetto al tessuto sociale e politico nazionale, con la conseguenza di piombare in uno stato di conflitto permanente». Così padre Shaiju Chacko, direttore dei servizi sociali e portavoce della diocesi di Jammu-Srinagar, l’unica diocesi cattolica nel travagliato territorio al confine indo-pakistano, illustra a «L’Osservatore Romano» le prospettive di quella regione dell’India nordoccidentale che la Costituzione indiana, nel 1947, aveva definito «Stato con speciali prerogative» e che si avvia a diventare un «territorio dell’Unione», cioè direttamente amministrato dal governo federale.

Il significativo cambiamento è stato opera del governo guidato dal Baratiya Janata Party (Bjp), il Partito del popolo indiano, fautore di un nazionalismo di marca induista. Quello che gli osservatori hanno giudicato come un declassamento, cioè la privazione dell’autonomia, «rappresenta, secondo l’esecutivo guidato da Narendra Modi, una via per rafforzare l’unità nazionale», spiega il sacerdote. «Ma è evidente che, a motivare quel voto, vi sono anche altre ragioni politiche, come la necessità di mantenere il consenso popolare mentre crescono le preoccupazioni sullo stato di salute dell’economia indiana», aggiunge. L’obiettivo dichiarato è contrastare le dinamiche centrifughe che mettono a rischio l’integrità nazionale e la sovranità del Paese. Ma il Kashmir, unico Stato della federazione indiana a maggioranza musulmana (il 68 per cento di una popolazione locale di 14,5 milioni di abitanti), aveva trovato proprio in quelle prerogative che ne garantivano una discreta autonomia (ogni provvedimento sul versante degli esteri e della difesa restava appannaggio del governo federale) un modus vivendi per una frangia di popolazione piuttosto inquieta che, fin dagli albori dell’indipendenza, faticava a ritrovarsi entro la cornice della moderna India.

Si tratta della popolazione di fede islamica che, fin dalla contesa divisione del territorio — origine e causa di un lungo conflitto con il vicino Pakistan — aveva accolto con un certo disagio la sovranità indiana, alimentando progetti e speranze separatiste. Quel precario equilibrio, mantenutosi tra alti e bassi per settant’anni, tra periodi di pace e di guerra aperta (scoppiata ben quattro volte), oggi risulta compromesso. Ed è difficile valutare l’impatto che la nuova disposizione avrà nella società kashmira, che resta in fermento: i disordini e le massicce proteste popolari seguite all’annuncio del nuovo assetto politico fanno presagire una turbolenza perfino maggiore di quella registrata in passato.

Il primo ministro Modi ha presentato all’Assemblea nazionale un’ulteriore proposta di legge per separare dal Kashmir il Ladakh, arido altipiano nella parte orientale del territorio, abitato da una popolazione a maggioranza buddista, oggetto di attenzioni e mire espansionistiche anche della Cina, interessata allo strategico territorio kashmiro, cerniera verso l’Asia del sud. Il territorio è in subbuglio: dopo i violenti scontri registratisi a Srinagar, le forze di sicurezza indiane hanno arrestato oltre 500 persone. Per prevenire rischi di altre contestazioni popolari e possibili attacchi terroristici, in un’area dove gruppi jihadisti di varia natura hanno spesso innescato violenze, l’esecutivo indiano ha disposto in Kashmir 50.000 nuovi militari, che vanno ad aggiungersi ai 60.000 già presenti, e ha allontanato in men che non si dica oltre 20.ooo persone tra pellegrini e turisti.

«Siamo isolati da contatti esterni, le telecomunicazioni sono disattivate e le città sono militarizzate», racconta il sacerdote parlando da Jammu, centro a maggioranza induista. «La decisione del Parlamento ha creato tangibile malcontento tra la popolazione, anche se quel voto era ampiamente prevedibile, in quanto la revoca dello statuto speciale era scritta a chiare lettere nel programma elettorale del Bjp che, grazie alla solida maggioranza parlamentare di cui oggi dispone, ha potuto approvare il provvedimento», prosegue.

Tuttavia, di fronte alle letture catastrofiste o alle previsioni più fosche, padre Shaiju Chacko rileva «la necessità di agire con prudenza e di ripudiare ogni forma di protesta violenta: bisogna aspettare e comprendere — afferma — cosa significherà concretamente per la gente del Kashmir il nuovo assetto». Infatti, nota il portavoce, «a livello amministrativo sono stati promessi nuovi investimenti che potrebbero avere un effetto positivo sulla vita della popolazione», mentre resta tutta da verificare l’ipotesi di una spinta all’emigrazione di popolazione indù verso il Kashmir, per alterarne la configurazione demografica.

A questo punto, allora, «il governo di Delhi dovrebbe dare un segnale distensivo: la sfida è quella di non mortificare le aspirazioni, le idee e le energie positive della popolazione locale, specialmente dei giovani, tra i quali potrebbe diffondersi un sentimento di estraneità verso la federazione indiana e le sue istituzioni, con possibili conseguenze di radicalizzazione e di violenza», sottolinea Chacko, indicando «il rischio di infiammare le tensioni in una regione già instabile».

E se i partiti di opposizione in India già promettono una battaglia legale per contestare la legittimità del provvedimento, segnali di allarme giungono anche dall’esterno della nazione, viste le dure prese di posizione dei potenti vicini come Pakistan e Cina. Il primo ministro del Pakistan Imran Khan ha definito “illegale” l’abrogazione dell’articolo della Costituzione che concedeva l’autonomia al Kashmir, annunciando che il suo governo porterà la questione all’attenzione del Consiglio di sicurezza Onu e della Corte internazionale di giustizia. Islamabad, come è noto, ha inoltre espulso l’ambasciatore indiano, una mossa che va di pari passo con la decisione di sospendere i rapporti commerciali tra i due Stati confinanti. Anche Pechino, dal canto suo, ha condannato la decisione di revocare lo status speciale, apostrofando come «inaccettabile la mossa politica del governo indiano», foriera di inevitabili tensioni in tutta la regione, già sull’orlo di una guerra tra India e Pakistan nell’autunno scorso, quando il territorio rivendicato dalle due nazioni è stato al centro di una crisi politica in Asia meridionale.

«Siamo in una situazione molto delicata. Covano nella società malumori e insoddisfazione. Il nostro compito, il nostro scopo, la nostra missione qui e ora — rileva il portavoce della diocesi cattolica — è scongiurare ogni forma di violenza ed essere una presenza di pace e riconciliazione in questa terra tormentata. Oggi predichiamo la calma e chiediamo a tutti di aspettare, per constatare se e quali saranno i reali cambiamenti nella vita sociale e politica del Kashmir. Siamo chiamati anche noi, il piccolo gregge di circa settantamila fedeli cristiani, a lavorare accanto a indù e musulmani, collaborando con i governanti dell’Unione indiana e con i funzionari locali per la prosperità e il bene comune della popolazione kashmira che tanto ha sofferto. Lo facciamo ogni giorno, in modo ben visibile, attraverso scuole, ospedali e servizi sociali di cui beneficia tutta la popolazione, senza distinzioni di etnia, lingua o religione, e per i quali siamo sempre molto apprezzati».

di Paolo Affatato

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20 settembre 2019

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