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Un futuro infinito

· Nell’ultimo libro di Adriana Asti un viaggio atipico nella storia culturale del Novecento ·

Un libro scritto per allegria, verrebbe da dire a lettura conclusa, pensando al titolo della celeberrima pièce teatrale scritta per lei da Natalia Ginzburg, tagliata e cucita su misura come un abito sartoriale. Ma non è solo questo Un futuro infinito, l’ultimo libro di Adriana Asti (Milano, Mondadori, 2017, pagine 173, euro 18); è anche un viaggio atipico nella storia culturale del Novecento, visto dal camerino di un vecchio teatro di periferia, da un salotto borghese di Roma, di Milano o di Parigi, da uno scantinato di New York insieme alla corte di Andy Warhol, o dal backstage di un film importante, fatto di aneddoti futili o solenni, di registro alto o basso, ma sempre a tinte forti, piene di dettagli e di sfumature, vivacemente reali.

Da sinistra, Elsa Morante, Bernardo Bertolucci, Adriana Asti e Pier Paolo Pasolini  sul set del film «Rogopag» nel 1963.

Storie interessanti solo per questo, perché reali; piene di contraddizioni, di dolore incomprensibile e di momenti sorprendentemente luminosi, come la vita stessa. Sfogliando le pagine del libro il lettore trova cose che in un’autobiografia “normale” di solito non superano il filtro degli editor: i difetti degli amici, gli aspetti bizzarri di grandi e grandissimi del mondo dello spettacolo e della letteratura, le piccole e grandi miserie — in scena e non — di registi e colleghi, le ossessioni e le abitudini, i disastri in scena.

Ma non è un tuffo nel pettegolezzo fine a se stesso, non fa parte del genere “la storia vista dal cameriere”, come nei biopic di serie b. La franchezza nel raccontare nasce da una sorta di lealtà nei confronti della vita; «se è andata così — sembra dire al lettore, fra un capitolo e l’altro — perché non dirlo? In fondo esistere è così bello, è un’avventura così incredibilmente affascinante che vale la pena raccontare tutto». Ridere di se stessi è così liberante che si può fare la stessa cosa cosa anche con gli altri, “per allegria”, appunto, senza il voyeurismo triste di chi spia dal buco della serratura le debolezze altrui per alimentare il suo complesso di superiorità. L’Adriana Asti degli esordi si racconta come un’attrice per caso: «Era il 1952 e in quella stagione recitai in molti altri spettacoli tutti di grande successo, anche se certo non per merito mio. Per incredibile che fosse mi trovavo a far parte di una delle compagnie più importanti della scena teatrale italiana. E poi c’era Strehler, che si aggirava sul palcoscenico durante le prove come un puma, animalesco e selvaggio. Lui sì, il vero talento».

È l’inizio di un lungo percorso che la porterà a lavorare con Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Giuseppe Patroni Griffi, Susan Sontag, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Harold Pinter (ribattezzato “Il Nobel inglese delle pause”).

Ma le prime esperienze sul palcoscenico l’avevano convinta del contrario, che recitare non sarebbe mai stata la sua strada. «Il mio primo spettacolo per il Piccolo fu l’Elisabetta d’Inghilterra di Ferdinand Bruckner. Lilla Brignone era Elisabetta, mentre io interpretavo Lady Mary (...). A un certo punto Elisabetta mi ordinava di portarle un vestito. “Quello francese, maestà?” Avrei dovuto chiederle. Invece dissi: “Quello marcese, francià?” Subito pensai che sarei morta lì, oppure mi sarei uccisa gettandomi in un fiume. Purtroppo a Milano non ce ne sono. Ci sono solo due canali, la Martesana e il Naviglio, e non mi sembrarono adatti». I progetti di fuga si scontrarono con l’impassibile gentilezza del direttore, Paolo Grassi. «Provai a spiegargli le mie intenzioni ma lui, tagliando corto, con la sua erre moscia rispose: “Cavissima, lei ovmai ha fivmato un contvatto: pvima finisca la stagione e poi andvà dove le pave”». Di contratti, negli anni seguenti, ne arriveranno molti altri, anche per il grande schermo, ma il palcoscenico resterà sempre l’habitat più amato. Un luogo dove silenzio e clamore, massima esposizione di sé e massimo raccoglimento convivono in un paradossale equilibrio. «Louis Jouvet — scrive Adriana — che è stato un grande attore di teatro, diceva che il cinema è l’arte di trovare una sedia. Perché dopo che hai fatto le tue scene aspetti senza fare nulla per ore, in mezzo a un’infinità di gente: tecnici, truccatori, costumisti, addetti vari, attori che in realtà ti sono estranei. Una noia mortale. E poi, quello che è fatto è fatto: non si può più cambiare nulla. Le cose importanti accadono dopo. Se hai fatto bene il tuo lavoro, se il film risulta un capolavoro e la tua interpretazione viene apprezzata, certamente ne sarai felice, ma alla fine è solo una questione di fortuna (...). Nel cinema non c’è traccia dell’impeccabile solitudine che si prova a teatro, perché durante le riprese non si è mai soli. Nemmeno nel proprio camerino». Non c’è niente di più brutto, scrive Adriana, che guardare il proprio passato come un vecchio vestito appeso nell’armadio. Ma siamo proprio sicuri che il tempo sia qualcosa di reale? E se fosse solo una convenzione? E se, noi tutti, fossimo più reali del tempo? Si appare e si scompare, ma ogni esistenza ha in sé una meravigliosa energia. «Una storia vecchissima (...) racconta che siamo come spettatori di un corteo. Quando vediamo passare quelli che sfilano, essi ci appaiono l’uno davanti all’altro e noi dobbiamo voltare la testa per vederli andare via. Ma basta salire in cima a un campanile e li vediamo dall’alto formare tutti un’unica massa. Non c’è bisogno di girare la testa. Li vediamo tutti con un solo sguardo (...). Ecco, è questo il nostro destino. Insieme nel tutto».

di Silvia Guidi

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25 aprile 2018

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