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Un francescano e gli U2

Sempre più teologi analizzano la musica e le arti in genere per spiegare il Mistero ai giovani che ascoltano il rock. Questo il principio fondante del libro One. Un modo per avvicinarsi a Dio. Gli U2 tra rock e Bibbia edito dalla San Paolo e scritto da Federico Russo (Cinisello Balsamo, 2019, pagine 144, euro 15), un frate francescano e guardiano della fraternità minoritica di Piombino. Il religioso fa una sinossi tra il testo biblico e la discografia della band irlandese U2. Considera quei testi frutto di ispirazione divina e così li suona ai crocicchi delle strade per accorciare le distanze tra Dio e chi è in ricerca della Verità.

Perché un frate francescano decide di scrivere un libro sugli U2?

Il libro è in realtà la rielaborazione della mia tesi di baccalaureato in teologia. La passione per la musica rock e per gli U2 in particolare risale alla mia adolescenza e da allora non è mai venuta meno. Sapevo che i testi di Bono sono intrisi di riferimenti alla Bibbia e allora ho pensato di approfondire l’argomento.

In un’udienza Papa Benedetto XVI citò il pittore russo Marc Chagall il quale scrisse che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. È così anche per gli autori di musica moderna?

Penso proprio di sì. La musica moderna, e il rock in particolare, si ispira alla Bibbia molto più di quanto abitualmente si pensi. È un aspetto troppo a lungo trascurato. Si sono spesso sottolineati, in questo fenomeno culturale, gli elementi trasgressivi o di contestazione rispetto alla tradizione cristiana (elementi che indubbiamente non mancano), mentre non si è evidenziato abbastanza come la popular music abbia in molti casi dato anche voce alla domanda religiosa dell’uomo contemporaneo.

Ciò che è bello è vero e ciò che è vero equivale al bene. Quanto belle sono le canzoni degli U2?

Quando una band continua a riempire gli stadi in tutto il mondo dopo 40 anni di carriera significa che c’è una bellezza in quelle canzoni da cui le persone sono attirate, al punto che sono disposte a fare lunghi viaggi e a spendere cifre tutt’altro che irrisorie per assistere a un concerto; l’uomo va in cerca della bellezza, si muove quando c’è qualcosa da cui si sente profondamente toccato. Indubbiamente esiste anche una componente soggettiva nei gusti musicali. Ho però un aneddoto interessante da raccontare: dopo la pubblicazione del libro ho fatto ascoltare l’album The Joshua Tree a un frate anziano della mia comunità, grande amante di Bach e della musica sacra; non aveva mai ascoltato un disco rock, ma è rimasto favorevolmente colpito. Personalmente amo soprattutto gli U2 degli anni ’80 e ’90. Nei dischi più recenti penso che ci siano alcune cose sicuramente apprezzabili e altre meno convincenti.

La cosiddetta “Teologia Pop” legittima una nuova forma di pastorale perché potrebbe non bastare l’approvazione dei superiori maggiori per percorrere nuove strade d’evangelizzazione ed essere credibili. Chi bisogna convincere trattando di musica rock e spiritualità?

Non saprei come rispondere a questa domanda. Forse in alcuni ambiti esistono ancora dei pregiudizi nei confronti di determinate espressioni della cultura contemporanea. Per quanto riguarda la pastorale giovanile, credo che il dialogo con un certo tipo di linguaggio, come può essere quello delle canzoni moderne, sia già da tempo ampiamente utilizzato da molti operatori.

Quando ti esibisci su un palco con una chitarra e il saio addosso lo fai per puro divertimento, perché giullare di Dio o perché sei inconsapevolmente folle?

L’espressione “giullare di Dio” viene da san Francesco d’Assisi, che nella sua epoca conosceva e amava le canzoni dei trovatori francesi, compose il Cantico delle Creature e inviò un certo frate Pacifico, chiamato “il re dei versi” per la sua abilità nel comporre ed eseguire canzoni, per cantare in giro le lodi di Dio insieme ad altri frati musicisti. La mia attività di cantautore cerca di riproporre, attualizzandola, quell’intuizione del nostro santo fondatore.

Nella discografia degli U2 ci sono canzoni sull’ateismo come «Drowning Man» ed «Exit» in cui prende vita il protagonista del racconto «La Saggezza nel Sangue» di Flannery O’Connor. Hazel Motes è un giovane che predica la «Chiesa della Verità senza Gesù Cristo Crocifisso». Insomma… percorsi di fede non sempre compiuti nelle canzoni degli U2.

Come ogni bravo scrittore, Bono non presenta la realtà da un unico punto di vista, ma è capace di metterne in luce molte sfaccettature diverse. Questo vale anche per ciò che riguarda il tema della fede: nelle canzoni degli U2 c’è spazio per il credente e per il non credente, per la luce e per la tenebra, per la certezza e per il dubbio. Il linguaggio poetico, d’altra parte, non deve mai essere eccessivamente didascalico, non può essere come quello del catechismo.

Quali versi scritti da Bono Vox potrebbero indirizzare un ragazzo verso la religione?

Ce ne potrebbero essere molti. Se proprio devo fare una citazione dico questa: «Hear me coming, Lord / Hear me call / Hear me knocking, knocking at your door». Si tratta di una strofa che Bono aggiungeva, nelle esecuzioni live degli anni ’90, alla parte finale della canzone One. La canzone di per sé parla di una crisi nella relazione di coppia ma, con questa aggiunta, sfociava in una preghiera, in un’invocazione a Dio. Potrebbe essere lo stimolo per alzare lo sguardo, in mezzo alle complesse vicende della vita, e scoprire che non siamo orfani, abbandonati a noi stessi, ma abbiamo un Padre che ascolta il nostro grido.

di Massimo Granieri

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21 novembre 2019

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