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Un fondo a favore di Bahrein e Oman

· Istituito dai Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico ·

I Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico — Bahrein, Oman, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti — hanno costituito un fondo da 20 miliardi di dollari destinato al Bahrein e all’Oman per aiutare i due Stati a fronteggiare le rivolte antigovernative. La misura, che prevede l’equa ripartizione tra i due Paesi, è stata annunciata al termine di un incontro dei ministri degli Esteri. Il Bahrein e l’Oman sono due piccoli produttori di petrolio rispetto a giganti come l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti e non fanno parte dell’Opec. Per oggi sono molte le manifestazioni antigovernative programmate in diversi Paesi del Golfo Persico, tra cui Kuwait, Bahrein e Arabia Saudita.

Su internet oltre 33 mila persone hanno aderito alla mobilitazione in Arabia Saudita mentre l’87enne re Abdullah, da poco tornato in patria dopo mesi di convalescenza dovuta a due operazioni chirurgiche, ha già provveduto a vietare ogni tipo di protesta, definita contraria ai valori della Sharia, la legge islamica. Malgrado ciò, la tensione nel regno è palpabile. Un imponente dispositivo di sicurezza — circa 10.000 uomini — è già stato schierato nella regione di Qatif, la più ricca di greggio, dove si concentra anche la minoranza sciita che costituisce circa il 5-10 per cento della popolazione.

E proprio gli sciiti sono i sorvegliati speciali di Riad, già protagonisti delle rivolte nel vicino Bahrein e instancabili agitatori nello Yemen del nord. Le richieste degli attivisti, a dire il vero, non hanno una stretta connotazione religiosa: maggiori libertà, più diritti per le donne, monarchia costituzionale, Parlamento elettivo e più opportunità di lavoro. Non a caso, re Abdullah aveva annunciato all’inizio del mese un programma di sussidi per 37 miliardi di dollari, con prestiti per gli alloggi, borse di studio e aumenti di stipendio per i dipendenti pubblici. Ma la primavera araba ormai bussa alle porte e piccoli focolai di protesta hanno già acceso più di un campanello d’allarme. La scorsa settimana le forze di sicurezza avevano arrestato 25 attivisti sciiti che avevano partecipato a una manifestazione di protesta. Una delicata congiuntura nel Paese che si incrocia con l’ardua questione della successione all’anziano re Abdullah, che da tempo preoccupa la Casa reale così come molte cancellerie occidentali.

Intanto, l’opposizione parlamentare yemenita ha respinto la proposta lanciata dal presidente Ali Abdallah Saleh. «L’iniziativa è arrivata troppo tardi e costituisce l’ultimo respiro del regime politico», ha detto all’Afp il portavoce dell’opposizione Mohammad Al Sabri. Il presidente Saleh, in un discorso alla Nazione trasmesso dalla televisione di Stato, aveva promesso l’introduzione di una nuova Costituzione e di una legge elettorale nel Paese.

In Egitto, a riprova della permanente tensione, il consiglio supremo delle Forze armate (l’organismo che al momento detiene il potere nel Paese) ha promulgato il decreto col quale si inaspriscono le pene per teppisti e vandali. Lo rende noto l’agenzia Mena. Il primo ministro, Essam Sharaf, aveva avanzato la proposta per contenere gli episodi sempre più frequenti di violenze e di atti di teppismo. La polizia è tornata in forze nelle strade egiziane.

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