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Un fiume di grazia
tra le vite di chi soffre

· La dedicazione della nuova cappella dell’ospedale civile Santa Maria della Navicella a Chioggia ·

Nei giorni scorsi è stata consacrata a Chioggia la nuova chiesa dell’ospedale civile Santa Maria della Navicella. A presiedere la messa con il rito della dedicazione dell’altare è stato il cardinale segretario di Stato, con cui hanno concelebrato l’ordinario locale, vescovo Adriano Tessarollo, il vicario generale, monsignor Francesco Zenna, il cappellano del nosocomio e altri sacerdoti. Insieme con i pazienti era presente il personale medico, infermieristico e amministrativo. Il nuovo spazio liturgico — spostato dal quarto al piano terra — si inserisce nel quadro di un più ampio rinnovamento della struttura sanitaria. La cappella si sviluppa su un’area di circa 130 metri quadrati e comprende, oltre all’aula per il culto, uno spazio sagrestia/studio per il sacerdote. Pubblichiamo uno stralcio dell’omelia pronunciata dal porporato.

Seguendo l’esempio di Gesù, medico del corpo e dello spirito e Buon Samaritano, che si prende cura dell’uomo sofferente, fin dalle sue origini la Chiesa è sempre stata accanto ai malati per curarli, assisterli, sostenerli, consolarli e accompagnarli. Essa ha infatti ricevuto dal Signore la missione di annunciare il Vangelo e di sanare gli infermi, insieme all’indispensabile “forza e potere” (cfr. Lc 9, 1-2) per operare anche in ambito sanitario in modo pertinente ed efficace.

Come ci ha ricordato san Giovanni Paolo II, questa presenza oggi ha quanto mai bisogno di essere valorizzata e arricchita «attraverso una ripresa e un rilancio deciso di un’azione pastorale per e con i malati e i sofferenti. Deve essere un’azione capace di sostenere e di promuovere attenzione, vicinanza, presenza, ascolto, dialogo, condivisione e aiuto concreto» (Christifideles laici 54).

È sempre san Giovanni Paolo IIa indicare nella celebrazione sacramentale l’espressione più significativa di tale azione pastorale (cfr. Cl 54). E per dirla con il concilio Vaticano II, è la liturgia a essere anche per la pastorale sanitaria «fonte e culmine” (cfr. Sc 10), mettendo così al centro del proprio agire il mistero di Cristo, offerto come evento di salvezza per tutti gli uomini e in grado di orientare la vita di ciascuno di noi alla sequela del Signore.

Una sfida per tutta la Chiesa e non soltanto per chi opera in ospedale!

Da qui l’importanza di questa nuova cappella, non soltanto come luogo di devozione pubblica e privata e di consolazione per quelle che sono «le tristezze e le angosce … di tutti coloro che soffrono» (Gs 1), ma soprattutto come fonte inesauribile di quella grazia salvifica capace di sanare l’uomo nella totalità delle sue dimensioni: fisica, psicologica e spirituale.

Un fiume di grazia che si innesta e si integra con tutte le altre azioni terapeutiche e assistenziali che si svolgono all’interno dell’ospedale, per un percorso di guarigione che non si conclude con la mera salute del corpo, ma si apre all’orizzonte divino ed eterno di quella pienezza di vita che ci ha donato il Signore Gesù: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10).

I simboli e soprattutto le artistiche vetrate di questa nuova cappella evocano il mistero della divina misericordia, a noi rivelato in modo più concreto e significativo nell’attività di cura, assistenza e consolazione dei malati, secondo la parola evangelica: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25, 36).

Papa Francesco ci ricorda che «la misericordia è in se stessa la più grande delle virtù, infatti spetta ad essa donare ad altri e, quello che più conta, sollevare le miserie altrui. Ora questo è compito specialmente di chi è superiore, ecco perché si dice che è proprio di Dio usare misericordia, e in questo specialmente si manifesta la sua onnipotenza» (Eg 37).

Per avvicinarci a questo mistero c’è bisogno di una profonda conversione e di un cambiamento di mentalità che comincia con il coniugare insieme il bisogno di salute dell’uomo con quello della sua salvezza.

L’esperienza millenaria della Chiesa accanto a chi soffre si fonda sul considerare il malato «soggetto attivo e responsabile dell’opera di evangelizzazione e di salvezza» (Cl 54). Niente può rivelarsi tanto disastroso per la fede e per la cultura sanitaria e medica, quanto il perdere di vista questa sua centralità. Come insegna la parabola del seminatore (cfr. Mc 4, 3), se le buone intenzioni non sono evangelicamente ben radicate, quasi sempre vengono soffocate dalle istanze culturali o da compromessi che non hanno niente a che vedere con le esigenze del Regno di Dio sulla terra.

La promozione dei valori spirituali, particolarmente in ambito sanitario, apre infatti all’accettazione del limite, alla composizione dei conflitti e alla giusta ed equilibrata complementarità tra le varie competenze in campo. Soprattutto oggi c’è bisogno di riscoprire quanto sia salutare anche per i modelli organizzativi sanitari ispirarsi alla solidarietà insegnataci da Gesù nella parabola del Buon Samaritano (cfr. Salvifici doloris 29).

Consapevoli delle difficoltà culturali e sociali proprie dei tempi che stiamo vivendo e in ossequio al monito rivoltoci da san Paolo nella seconda lettura: «Ciascuno stia attento a come costruisce» (1 Cor 3, 10), invochiamo l’aiuto di Maria Santissima perché ci guidi sulla via della verità e della vita che è il Signore Gesù in persona (cfr. Gv 14, 16).

Viene spontaneo a noi cristiani rivolgerci a Maria e invocare la sua materna intercessione, soprattutto là dove è apparsa, come è accaduto qui cinquecento anni fa. Allora Maria si mostrò come madre addolorata, con il figlio di Dio esanime sulle ginocchia, nel momento più drammatico della sua vita, quando sotto la croce per la sua fedeltà è diventata la madre di tutti i viventi e della divina misericordia.

I malati, con tutta la fede di cui sono capaci, e non soltanto loro, si affidano alla sua intercessione, considerando la Madre di Gesù un tu vivente e solidale a cui rivolgersi di fronte a qualsiasi genere di necessità, soprattutto nel tempo della malattia.

Eppure nel Nuovo Testamento non si parla mai di una attività taumaturgica propria di Maria e, fatta eccezione del suo intervento alle nozze di Cana (cfr. Gv 2, 1ss), neppure di una sua intercessione a favore di qualcuno.

Da dove deriva, dunque, questa confidenza in lei del popolo di Dio?

Deriva dalla sua intima congiunzione con il mistero del figlio. Maria abita il mistero di Gesù! Lo abita con abbandono, lasciandosi trasformare dal mistero pasquale del Figlio: dal santo concepimento a Nazaret, alla visita a Elisabetta, al parto a Betlemme, alla visita dei Magi d’Oriente, alla fuga in Egitto, alla presentazione al tempio del primogenito, allo smarrimento e ritrovamento del figlio adolescente, alle nozze di Cana, fino sotto alla croce, e poi al mattino della tomba vuota, alla Pentecoste, alla gloria dei cieli…, Gesù è e sarà sempre “vivente in Maria” e Maria sempre “vivente in Gesù”.

Questa partecipazione al mistero del figlio è il fondamento della sua solidarietà con le altre membra del corpo di Cristo e del suo farsi carico di coloro che a lei ricorrono come «esuli figli di Eva, gementi e piangenti», perché ancora «in questa valle di lacrime».

Anche in questo momento ci rivolgiamo a lei con le parole di un canto tradizionale, affidando alla sua materna intercessione tutti i sofferenti nel corpo e nello spirito, qui e altrove: «O bella mia speranza, dolce amor mio Maria, tu sei la vita mia la pace mia sei tu. In questo mar del mondo, tu sei l’amica stella, che puoi la navicella dell’alma mia salvar. Sotto il tuo bel manto, amata mia signora, vivere voglio ancora, spero morire un dì».

di Pietro Parolin

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20 settembre 2019

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