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Un fiore fatto di musica

· Le sette ultime parole di Cristo sulla croce secondo Haydn ·

«La musica che ascoltiamo spesso è un quadro senza cornice: arie famose tratte da opere di cui non sappiamo niente, armonie decontestualizzate, parole di cui non capiamo più il significato, dettagli privati del loro senso più profondo perché lontani dall’ambiente che li ha fatti nascere e che per secoli li ha considerati importanti»; è uno dei commenti più belli spuntati in rete a margine della rassegna di musica sacra fiorentina «O Flos colende», che riesce a infondere nuova vita nei disiecta membra di una tradizione tanto ricca e prestigiosa quanto (troppo spesso) a rischio di imbalsamazione o di oblio. Un superclassico come Le sette ultime parole di Cristo sulla Croce di Haydn, ad esempio, in apertura della XXI edizione della rassegna, durante la quaresima 2017, è stato riportato al contesto liturgico per cui è nato grazie alla collaborazione tra arcidiocesi di Firenze, Opera di Santa Maria del Fiore, Scuola di musica di Fiesole. Non più concentrato nel solo pomeriggio del Venerdì santo, ma suddiviso in diverse serate lungo i quaranta giorni che precedono la settimana santa, seguendo però la stessa scansione voluta dal committente: lettura del Vangelo, meditazione, musica. A ogni appuntamento la lectio biblica del cardinale Giuseppe Betori era seguita dalla relativa sonata di Haydn, sotto gli splendidi mosaici della volta del Battistero, in uno spazio sacro dominato da un grande Cristo giudice, Signore del tempo e della storia, già splendente della luce della risurrezione.

Joaquin Phoenix in una scena del film «Maria Maddalena» di Garth Davis (2018)

Un percorso raccolto nel libro (con annesso video) Le sette ultime parole di Cristo sulla Croce diffuso in allegato al settimanale «Toscana Oggi» che documenta un’edizione di «O Flos colende» ricca e coraggiosa, piena di proposte non ovvie e non banali, che si è conclusa con un omaggio alla profetessa di Bingen.

L’8 settembre 2017, infatti, nel giorno in cui si festeggia congiuntamente la Natività di Maria e la fondazione dell’Opera di Santa Maria del Fiore, il duomo ha fatto da scenario a Ildegarda la sibilla renana, spettacolo scritto e interpretato da Cristina Borgogni, dove la mistica tedesca racconta in prima persona la sua vita, in un viaggio terrestre e celeste scandito dalle sue parole — per le quali è stata proclamata dottore della Chiesa, nel 2012 — ma anche dalla sua musica; un tessuto sonoro affidato a una grande varietà di strumenti documentati nell’epoca in cui è vissuta, come la cetra, il salterio, le campane e i cimbali, eseguito dal gruppo vocale-strumentale Ensemble San Felice diretto dal suo fondatore, Federico Maria Bardazzi.

Nel caso di Le sette ultime parole di Cristo secondo Haydn la cornice è particolarmente importante, perché riguarda la genesi stessa dell’opera. Anche nel libro che documenta quest’iniziativa, la parte iconografica è stata curata con particolare attenzione. La ricerca delle immagini in cui incastonare le parole del cardinale Betori è stata l’occasione per valorizzare dettagli bellissimi di opere celeberrime di Donatello, Ghiberti, Benedetto da Maiano, che, però, non è sempre facile vedere da vicino. L’importanza della cornice, dicevamo, è un elemento presente da subito nelle sette sonate, già presente nel progetto del committente.

«Al culmine della fama — spiega il direttore artistico della rassegna musicale, Gabriele Giacomelli — conseguita soprattutto con la pubblicazione di decine di quartetti e sinfonie, il compositore austriaco Franz Joseph Haydn ricevette nel 1786 un’insolita richiesta da parte di un canonico di Cadice, nella lontana Andalusia. Il prelato chiedeva una musica da eseguirsi durante la liturgia del Venerdì santo, particolarmente sentita in quella terra. Nacque così la Musica Instrumentale sopra le ultime Parole del nostro Redentore in Croce o sieno Sette Sonate con un’Introduzione ed al Fine un Terremoto. Haydn, continua Giacomelli nell’introduzione al libro, ha sempre considerato questa composizione orchestrale come uno dei suoi lavori migliori, tanto che ne approntò una trascrizione per quartetto d’archi pubblicata nel 1787 a Vienna da Artaria con il medesimo titolo (Hob. iii/50-56) — che è quella suonata nel “bel San Giovanni” nella quaresima 2017 — e a distanza di dieci anni un’ulteriore versione in forma di oratorio per soli coro e orchestra. Sulla genesi di questa singolare opera sono illuminanti le parole dell’autore pubblicate come prefazione all’edizione della versione oratoriale stampata da Breitkopf & Härtel nel 1801: «Nella cattedrale di Cadice era tradizione produrre ogni anno un oratorio per la quaresima, il cui effetto doveva essere non poco enfatizzato dalle seguenti circostanze. I muri, le finestre e i pilastri della chiesa erano ricoperti di drappi neri e solo una grande lampada che pendeva dal centro del soffitto rompeva quella solenne oscurità. A mezzogiorno le porte venivano chiuse e aveva inizio la cerimonia. Dopo una breve funzione il vescovo saliva sul pulpito e pronunciava la prima delle sette parole (o frasi) tenendo un discorso su di essa. Dopo di che scendeva dal pulpito e si prostrava davanti all’altare. Questo intervallo di tempo era riempito dalla musica. Allo stesso modo il vescovo pronunciava poi la seconda parola, poi la terza e così via, e la musica seguiva al termine ogni discorso. La mia composizione fu soggetta a queste condizioni e non fu un compito facile scrivere sette adagi che durano circa dieci minuti l’uno e che si succedono l’un l’altro, senza annoiare gli ascoltatori: a dire il vero mi fu quasi impossibile rispettare i limiti stabiliti».

di Silvia Guidi

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