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Film coraggioso

· ​"Ho amici in paradiso" ·

Felice Castriota (Fabrizio Ferracane), commercialista colluso con la malavita, accetta di collaborare con la giustizia in cambio di una commutazione della pena cui è stato condannato: invece di andare in carcere, svolgerà i servizi sociali in un istituto che ospita pazienti con disabilità. Proveniente dalla bella vita sulle spalle degli altri, e totalmente allergico alla generosità e all’abnegazione, Felice all’inizio quasi rimpiange la galera. Pian piano, però, anche grazie all’affettuosa amicizia con una psicologa del centro (Valentina Cervi), capirà il valore delle persone che lo circondano e rinnegherà il proprio passato.

Ho amici in paradiso, scritto e diretto da Fabrizio Maria Cortese, si regge caparbiamente su una piccolissima produzione, e nasce da un’esperienza personale dello stesso regista all’interno del Centro Don Guanella di Roma, proprio l’istituto che vediamo sullo schermo. Così come sono veri pazienti del centro gli attori non professionisti che recitano con disinvoltura accanto a nomi noti del cinema italiano. Si tratta di un racconto esile ma divertente e soprattutto sincero, confezionato con discreta professionalità tecnica. Ma la qualità maggiore del film è quella di trovare un tono sensibile ed equilibrato, ovvero lontano tanto dall’ipocrisia quanto dal cinismo. Riuscendo a cogliere, pur tra le maglie di un registro leggero e simpatiche escursioni nell’action movie, l’essenza della condizione dei portatori di disabilità, quella cioè di uno svantaggio che può trasformarsi in un modo più ricco con cui guardare alla vita, nonché in una preziosa risorsa umana per il resto della società.
Viste le ristrettezze economiche, Cortese poteva paradossalmente essere anche meno accorto dal punto di vista registico, ovvero puntare su un cinema dichiaratamente povero, simile a quello di Gianni Di Gregorio (Pranzo di ferragosto), che fa del suo aspetto spartano e orgogliosamente dilettantesco un segno di riconoscimento. Qui invece si rimane su uno stile più impersonale. Ma sono soltanto considerazioni cinematografiche su un lavoro che mette in campo valori ovviamente più importanti.
La presenza del giovane Antonio Folletto (in questo periodo anche sui piccoli schermi italiani con la serie I bastardi di Pizzofalcone), nei panni di uno dei portatori di disabilità, contraddice in parte lo spirito dell’operazione. Ma la sua interpretazione è misurata e sentita. E dunque non rovina questo film piccolo ma coraggioso su un argomento importante e poco trattato.

di Emilio Ranzato

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21 novembre 2018

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