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Un farmaco scomodo

· Sant’Ignazio di Loyola ·

 Eclisse della fede

Un grande poeta e studioso della storia della cultura, Vjačeslav I. Ivanov (1866-1949), evidenzia che il susseguirsi delle epoche culturali rivela lo stato della vita nello Spirito. Per lui, l’esaurirsi di un’epoca coincide praticamente con una sorta di eclisse spirituale e, dopo il suo crepuscolo, l’aprirsi di una nuova epoca corrisponde ad un risveglio spirituale. Sant’Ignazio di Loyola appartiene proprio all’aurora di una nuova epoca, quella sorta dopo l’esaurirsi delle forme medievali: nasce la modernità, con una nuova coscienza dell’uomo come soggetto.

Il mondo europeo sembrava allora tutto coperto da una patina cristiana. Anche Ignazio apparteneva a questo mondo. Ma, attraverso una ferita di guerra, la Provvidenza divina gli fa scoprire che, pur essendo cattolico, qualcosa nel suo profondo si è mosso, una nuova coscienza si sta facendo strada nel suo cuore. Come se Ignazio ancora non conoscesse la fede, come se non sapesse chi sia veramente Cristo, il Padre, lo Spirito Santo, il Signore che dà la vita coinvolgendoci nella partecipazione alla vita di Dio. Appena comincia la conoscenza di Cristo come proprio Salvatore e Signore, Ignazio sente di dover fare qualcosa di buono, di impegnarsi per il bene: bisogna fare qualcosa per Cristo. Non c’è dubbio che già da questo piccolo accenno possiamo vedere una certa somiglianza con il nostro tempo, in cui questa volta assistiamo all’esaurirsi dell’epoca cominciata al tempo di Ignazio, e all’inizio di una nuova epoca. Il mantello cattolico che copriva grande parte d’Europa non è più compatto e lascia ormai intravedere uno spessore esistenziale pagano che emerge con sempre maggiore evidenza. C’è chi dice che bisogna impegnarsi in un’azione che controbatta questa tendenza, ma è indubbio che — come quella volta e in ogni crepuscolo epocale — ciò che è in difficoltà è proprio la fede come accoglienza di una vita donata, come esistenza dell’umanità realizzata in Cristo Gesù.

Discernimento

Ignazio si mette in ricerca, per seguire Cristo e renderglisi utile. Partecipare alla vita di Cristo significa rinunciare a se stessi e accogliere il dono della sua vita. La vita si può conoscere solo vivendola, per esperienza. Bisogna rimanere nell’amore per amare, rimanere nell’amore amando. Ignazio comprende che non è più tempo di parlare dell’amore — si tratta di una parola profondamente abusata. Ma come essere sicuri che non ci si illuda, che non si diventi vittima delle proprie sensazioni e convinzioni? Infatti, c’è il rischio del moralismo, addirittura della scrupolosità, ma anche del fondamentalismo, di partire a lancia sguainata contro... Questo suo dono di notare i minimi dettagli dei movimenti dei propri sentimenti e pensieri, degli atteggiamenti che sorgevano in lui, mette Ignazio sulla strada della grande tradizione del discernimento degli spiriti. La Chiesa del tempo di Ignazio nutriva un grande sospetto su tutto ciò che sottolineava l’esperienza, e la fede era prevalentemente una questione della ragione, della definizione in termini precisi, secondo un modo stabilito del pensare. Ma Ignazio era ormai troppo sicuro che anche questo può facilmente diventare un’illusione, perché constatava una dicotomia tra le grandi dichiarazioni e il vissuto, quando manca esattamente la sapienza che nasce dall’esperienza e che si collega alla grande memoria della tradizione. Ciò è esattamente il discernimento. A Manresa, Ignazio coglie la verità spirituale di alcune esperienze, che divengono altrettanti punti fermi del suo discernimento. Un giorno proprio qui, vicino al torrente Cardoner, si rende conto che ciò che considerava la luce più familiare al suo cuore, la sorgente del calore piacevole che gli dava forza, era invece la fonte del suo inganno. Nell’Autobiografia descrive il momento in cui smaschera l’inganno e cerca con tutte le forze di liberarsi da questa immagine interiore, di cui gli sembra di intravedere, quando è ormai lontana, la coda di serpente. Scopre allora una delle regole fondamentali del discernimento: quella della seduzione del bene o, con le parole dell’Apostolo, il travestimento di satana in angelo di luce. Un altro giorno, sempre vicino al torrente Cardoner, ha un’esperienza paragonabile a quella descritta dallo scrittore della Genesi: scopre che la vita che sgorga da Dio è la forza stessa mossa dallo Spirito Santo nell’uomo per vivere in Cristo ed entrare nel grande mistero della Trinità stessa. Così, Ignazio esce da Manresa radicalmente nuovo. Non è più lui il protagonista della propria vita spirituale, ma si lascia guidare, nella consapevolezza che proprio il protagonismo — anche nella fede, nella vita spirituale e nell’attività ecclesiale — è particolarmente soggetto alla tentazione di considerarsi l’epicentro di tutto. Anche questo tratto indica che quanto Ignazio ha vissuto è particolarmente significativo per i nostri giorni. Oggi infatti si diffida di un intellettualismo astratto, sganciato dalla vita della Chiesa, ma sono anche evidenti i limiti di una pastorale emozionale. Un volontarismo moralista e un rigorismo dottrinale incontrano quasi un rifiuto arrabbiato. Nasce nella Chiesa la paura per se stessa, e dunque l’istinto di chiudersi e di proteggersi. Ma attraverso quali pensieri e quali sentimenti dell’uomo e del cristiano contemporaneo soffia di più lo Spirito Santo e attraverso quali invece il Nemico della verità dell’uomo? Ignazio ci ricorda esperienzialmente l’antico motto dei Padri: che dal più profondo orientamento del cuore dell’uomo — o verso se stesso o verso l’Altro — dipende come agiscono gli spiriti sull’uomo. Dove sono i maestri che possono accompagnarci nel discernimento? 

Il superamento
dell’individuocentrismo 

L’esigenza di scoprire la fede come vita era nell’aria al tempo di Ignazio. La troviamo nei santi carmelitani, e anche in Lutero. Ma Ignazio riesce a cogliere un altro passo della grazia e a scoprire, proprio attraverso l’arte del discernere, la trappola che la nuova epoca — quella della modernità — porrà alla fede. Forse Ignazio non era cosciente della questione culturale sollevata dalla modernità, che metteva al centro di tutto la libertà dell’individuo. Eppure partecipa appieno alla scoperta delle forze creatrici dell’uomo. Basti pensare all’impostazione della preghiera negli esercizi, dove, secondo una tradizione teologico-spirituale antichissima, la vera contemplazione culmina nel mettersi a disposizione, nel consegnarsi nell’impegno. Nella meditazione sui tre gradi di umiltà, è come se Ignazio volesse aiutare le persone ad arrivare ad un’esperienza così vera e totale di Cristo come proprio Salvatore e Signore tale da rimanere con Lui, perché è la sua stessa vita che ci tiene uniti a Lui in tutto. Ed ecco che a La Storta, Ignazio riesce a smascherare l’ultimo rischio, quando coglie che il modo di amare di chi ha la vita del Figlio è l’obbedienza. E l’obbedienza a Cristo non è qualcosa di intimistico, ma inserisce la singola persona nel tessuto organico del Corpo di Cristo, cioè nella Chiesa. Con questo aggancio dell’obbedienza al pastore della Chiesa, Ignazio supera la spiritualità e la cultura individuocentrica e, quando è già sorta l’epoca moderna, propone così un modo per realizzare il principio della comunione e dunque della persona nel vero senso cristiano. Proprio l’individualismo e il soggettivismo sembrano essere la malattia sia della Chiesa che del nostro mondo oggi. Perciò questa straordinaria visione ecclesiale, relazionale, che Ignazio ci ha lasciato, è ciò che oggi è più necessario e che i cristiani dovrebbero manifestare come veramente loro, quel nuovo che l’uomo e l’umanità intera chiedono — cioè la realizzazione dell’uomo come comunione. E la comunione senza un’obbedienza nell’amore non esiste.

di Marko Ivan Rupnik

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19 febbraio 2020

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