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Un ebreo infiltrato tra le SS

· Storie di conversione: Daniel Rufeisen ·

Il nazismo, la sua ideologia e le stragi compiute in nome della purezza della razza sono una marea nera che ha inquinato la storia del XX secolo, in cui i valori umani sono stati stravolti e conculcati. Ma la dignità della coscienza ha avuto la meglio e ha vinto in tante persone che hanno accettato il costante tormento di rischiare la vita, perché hanno imboccato la via della verità umana e della Verità donata da Dio alla libertà umana.

Così fu per l'ebreo Oswald Rufeisen nel 1939: poco più di un ragazzo — aveva infatti solo diciassette anni — nato a Zadziale in Polonia, poverissimo ma ricco di intelligenza e del dono delle lingue, fluente in tedesco tanto da passare per tedesco. L'intelligenza di Oswald si era dimostrata ben presto sui banchi di scuola, superando i coetanei per destrezza e profondità; gli ebrei allora non avevano facile e semplice accesso nelle istituzioni scolastiche, anche quando le famiglie erano in grado di sobbarcarsi l'onere delle spese. Fu anche membro di quel movimento sionista giovanile Akiva, allora non socialista ma orientato verso un'esperienza di vita in un kibbutz e, successivamente, verso il Partito liberale.

Al momento dell'invasione della Polonia, a Oswald e al fratello rimanevano ben poche chance: la fuga verso il sud era impossibile, bloccata a tutte le frontiere, perciò la loro meta fu Vilna, dal momento che la Lituania godeva di un breve periodo di indipendenza politica. Breve perché due furono le ondate successive: prima i sovietici, poi i nazisti.

Vilna, in quel momento, sembrava essere il punto focale di raduno per centinaia di giovani sionisti che volevano raggiungere l'Europa. Vivere allora significava sopravvivere in modo elementare, nutrirsi, lavorare dove capitava, trovare ospitalità sotto un tetto amico potendo specchiarsi e specchiare la propria angoscia in giovani volti che condividevano le stesse paure, le stesse ansie nella precarietà quotidiana. Con sotteso un interrogativo lancinante: «Domani sarò ancor vivo?».

Quando i sovietici concessero qualche numero limitato di visti, Oswald volle che il suo giovane fratello raggiungesse la tanto agognata Palestina ed ebbe il coraggio di rimanere ancora nella trappola mortale. I nazisti lo ridussero a lavoratore-schiavo: tagliava la legna nelle gelide foreste fuori città. Il ragazzo, piccolo di statura e magro, di modi affabili e gentili, trovò però un contadino disposto a rischiare nel proteggerlo, assumendolo come lavoratore. Del resto, sembrava davvero un tipico tedesco grazie alla sua ottima padronanza della lingua, ai capelli biondi e agli occhi azzurri. Oswald, quando il pericolo strinse le sue spire e la coscienza lo richiamò all'aiuto dei fratelli braccati, cambiò residenza; scappò dalla Lituania nella Russia Bianca, fermandosi a Mir, una cittadina di cinquemila abitanti a est della Polonia, vicino al confine russo, dove ancora vivevano molti ebrei rinchiusi in una sorta di ghetto nel diroccato palazzo del nobile polacco Mirsky, dopo un eccidio che era costato la vita a 1.500 ebrei.

Il giovane Rufeisen in fuga da Cracovia verso Mir aveva trovato dei documenti tedeschi in un fagotto abbandonato sull'orlo della strada, li prese e constatò come gli si addicessero: biondo, occhi azzurri... ariano!

Poté così essere reclutato dalla Polizia e diventare l'organizzatore e il salvatore di tanti civili. Ne seguì l'addestramento, mentre l'ottima conoscenza della lingua locale fu determinante per la sua promozione: nell'autunno 1942 divenne SS Oberscharführer.

Nervi saldi e prontezza di risposta e azione gli consentirono di lavorare nella polizia militare tedesca, il cui temibile capo Serafamovich terrorizzava la popolazione e gli ebrei. In quanto traduttore viveva al suo fianco, sempre con l'incubo che un minimo errore potesse svelare la sua origine ebrea.

Un giovane sionista in un uniforme tedesca! Così lo videro e riconobbero alcuni sionisti fuggiti ai massacri di Vilna. Berl Resnik, un rifugiato, entrò un giorno nell'ufficio di Oswald che gli chiese perché non lo avesse salutato dicendogli «shalom». Berl, tremando, pensò si trattasse di una trappola; quando Oswald gli rivelò la sua identità tirò il fiato.

Il doppio gioco non poteva che accrescere la tensione nel giovane Oswald, che però continuava a rischiare: rubò fucili dai quartieri generali della polizia e li passò agli amici ebrei del ghetto. L'apice del rischio fu raggiunto dopo una telefonata che riuscì ad ascoltare fra il suo capo e le SS: era fissata la data per la liquidazione del ghetto di Mir. Con mille stratagemmi, molta astuzia e un batticuore perenne, Oswald avvisò gli amici e menò il can per l'aia con la polizia tedesca conducendola a nord alla ricerca di partigiani russi. Almeno 300 ebrei riuscirono a fuggire dal ghetto e a trovare rifugio nelle foreste Nabuloki a sud.

Il sospetto cominciava a gravare su di lui per quella scomparsa improvvisa di tanti ebrei. Oswald fu interrogato quindi da un ufficiale delle SS e, vista la mala parata, una volta rimasto solo nell'ufficio, afferrò un fucile e scappò dalla finestra verso i campi aperti. Fu rincorso, gli spararono ma riuscì a fuggire e a raggiungere un convento dove le suore lo nascosero. Non fu una bravata il salvataggio di tanti ebrei ma un atto che costò a Oswald l'abbandono della sicura divisa tedesca per un abito religioso (per di più femminile).

Un mese dopo, quando un partigiano che aveva ricevuto da Oswald un paio di stivali fu trovato morto e sfigurato in volto, il fuggitivo fu dato per morto e il caso considerato chiuso.

Grazie al coraggio delle suore, da quel 16 agosto 1942 alloggiò nascosto nel solaio del fienile proprio nel cortile adiacente a quello della polizia che aveva «servito» fino a poco prima. Appena arrivato nel convento, completamente esausto, cadde in un sonno profondo di almeno ventiquattro ore. Risvegliatosi trovò vicino a sé una rivista in cui si raccontavano i miracoli avvenuti a Lourdes per intercessione di Maria Immacolata; incuriositosi chiese di poterne sapere di più. Oswald così racconta quei drammatici momenti: «Poi chiesi il Nuovo Testamento e iniziai a studiarlo. Lessi pure diversi libri ebraici che avevo trovato nel solaio. Ero colmo di domande. Mi stavo chiedendo perché simili tragiche cose stessero avvenendo al mio popolo. Mi sentivo proprio un ebreo, mi identificavo con la difficile situazione del mio popolo. Mi sentivo pure sionista. Desideravo raggiungere la Palestina, il mio stesso Paese (...) con questo quadro mentale mi esposi al Nuovo Testamento, un libro che descrive eventi avvenuti nella mia patria, la terra cui anelavo. Tutto questo deve aver creato un ponte psicologico fra me e il Nuovo Testamento. Per quanto possa sembrare strano, avevo un diploma di scuola superiore polacca ma non avevo mai letto il Nuovo Testamento. Nessuno me lo aveva richiesto. Relativamente alla Chiesa conoscevo solo cose negative. Nutrivo pregiudizi contro la Chiesa. In convento, tutto solo, mi creai un mondo artificiale pretendendo che duemila anni non fossero mai passati. In questo mondo di credenza creato da me stesso venni a confronto con Gesù di Nazaret (...) se non lo comprenderete, non comprenderete la mia lotta per il diritto alla mia nazionalità ebraica (...) così ero di fronte a Gesù di Nazaret. Devi comprendere che non tutta la storia su Gesù è la storia della Chiesa. La storia di Gesù è un frammento della storia ebraica. Così seguii gli scambi di idee e di controversie fra Gesù e alcuni degli ebrei, diversi tipi di ebrei. Presto cominciai ad apprendere sempre di più sulla posizione assunta da Gesù. Mi ritrovai in accordo con la visione e l'approccio di Gesù al giudaismo. I suoi sermoni mi toccavano fortemente. In questo processo in un certo qual modo trascurai quanto avvenuto più tardi nella relazione fra ebrei e cristiani. Nello stesso tempo avevo bisogno di un maestro, di qualcuno che mi indicasse la via, una guida, qualcuno forte (...) e così giunsi al momento in cui Gesù muore sulla croce e poi risorge. Improvvisamente, non so come, identificai la sua sofferenza e la sua risurrezione con la sofferenza del mio popolo e la speranza della sua risurrezione. Cominciai a pensare che se un uomo giusto muore, non per i suoi peccati ma per le circostanze, allora deve essere Dio, perché è Dio che lo riporta alla vita. Allora pensai che se c'era giustizia per Cristo nella forma della risurrezione, ci sarebbe stata pure una qualche forma di giustizia per il mio popolo. Ero tagliato fuori dalla mia ebraicità da circa un anno. Ero separato da tutto quanto era ebraico. Sentivo che per l'ebreo in questa Chiesa doveva esserci un posto riservato, non mi sbaglio su questo. Mi convinsi che forse io avevo una qualche speciale funzione da svolgere in questa Chiesa, forse migliorare, fissare la relazione fra ebrei e cristiani (...) alla fine il mio andare verso il cristianesimo non fu una fuga dall'ebraismo, anzi, al contrario, fu una via per trovare risposte al mio problema da ebreo. Quando compresi che mi trovavo di fronte alla decisione di abbracciare il cattolicesimo iniziò in me una battaglia psicologica. Avevo tutti i pregiudizi sugli ebrei che si convertono al cristianesimo. Ben consapevole di questo, temevo che il mio popolo, gli ebrei, mi avrebbero rifiutato. In realtà, non lo fecero. In ogni caso, la battaglia psicologica durò due giorni. Durante tutto questo tempo piansi molto, chiedendo a Dio la guida (...) non era una battaglia intellettuale, intellettualmente accettavo Gesù. L'intero problema riguardava la futura relazione con il mio popolo ebraico, mio fratello, magari con i genitori se erano vivi (...) avrei dovuto riportare gli elementi ebraici nel Nuovo Testamento, io stesso sarei stato uno di questi elementi ebraici, e altri come me. Ci sono molte persone come me, cristiani che si considerano ebrei».

Quando la madre superiora andò a far visita a Oswald il dialogo fu rapido e franco; le chiese di essere battezzato in quel giorno stesso «perché oggi è il compleanno di mio padre. Voglio dimostrare che c'è continuità, che non sto rifiutando l'ebraismo ma accettando la sua speciale forma».

«Ma non sai nulla del cristianesimo» obiettò la madre. Oswald rispose: «Credo che Gesù fu il Messia. Per favore mi battezzi oggi».

In serata, una delle suore lo battezzò: «Da quel giorno ebraismo e cristianesimo sono sempre stati il centro della mia stessa esistenza». Neppure tre settimane dalla sua spericolata fuga. Nell'inverno del 1944 Oswald dovette abbandonare temporaneamente il suo rifugio perché la polizia indagava troppo da vicino; incontrò un partigiano cui chiese notizie degli ebrei di Mir, questi lo portò al comando russo nella foresta e la vicenda di Oswald suonò strana, venne ritenuto una spia. Fu difeso però da Breslin che aveva soccorso e dovette provare la sua identità partecipando al sabotaggio di un treno carico di soldati tedeschi che fece saltare in aria.

La pressione nazista sulla cittadina cresceva, anche le suore della Risurrezione che si erano prodigate per aiutare la popolazione, e gli ebrei in particolare, furono costrette a evacuare l'edificio; a Oswald non restò che la fuga nella foresta. Ancora una volta divenne traduttore, questa volta fra partigiani e prigionieri tedeschi. Quando l'Armata Rossa avanzò verso occidente, per Oswald fu facile identificare i collaboratori dei nazisti, a questo proposito egli testimoniò anche nel 1982.

Nella Polonia occupata, travolta dalla guerra, Oswald trovava via via rifugi precari, lavori dimessi e faticosi, persone che coprivano la sua identità, datori di lavoro che intuivano ma tacevano, con grande pericolo. Ignorava la sorte degli amati genitori, pensava fosse salvo in Israele il giovane fratello.

Mir fu liberata dall'Armata Rossa nel giugno 1944, Oswald con Breslin e i sopravvissuti raggiunse la cittadina. Improvvisamente però scomparve, come svanito nel nulla. Sarebbe ricomparso come padre Daniel-Maria del Sacratissimo Cuore di Gesù, carmelitano e prete dal 29 giugno 1952.

Nel 1956 coronò il suo sogno ottenendo dai superiori di risiedere in Israele, dove ritrovò il fratello, membro di un moshav , gli amici del giovanile movimento Akiva e i superstiti di Mir.

Chiese quindi di esservi riconosciuto quale ebreo in forza della Legge del ritorno approvata dalla Knesset nel 1950, ma la richiesta venne respinta. Rufeisen ricorse alla Suprema Corte di Israele e così si trovarono a confronto il Rabbinato e la Suprema Corte dello Stato d'Israele, con due giudizi differenti: per l'uno Oswald Rufeisen, nato da genitori ebrei era legato al popolo di Israele, indipendentemente dalla sua decisione di abbracciare la fede cristiana; per l'altro non poteva essere insieme prete cattolico ed ebreo.

Fratel Daniel perse la causa nel 1962: ogni ebreo convertito a un'altra religione avrebbe perso l'accesso preferenziale alla cittadinanza nello Stato di Israele. Più tardi ottenne la cittadinanza naturalizzandosi come cittadino israeliano e vivendo nel convento carmelitano di Haifa.

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