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Un Diogene dei tempi moderni

· «Ecce bombo» di Nanni Moretti compie quarant’anni ·

Quattro amici seduti al tavolino di un bar. «Stasera potremmo andare da Mario il marsigliese», «Ma non ti sei accorto che fanno delle bistecche così grosse, duecento lire? Non hai dei sospetti no?», «Allora in pizzeria», «No, no», «Cinema», «No, cinema no!», «Un altro gelato», «No!», «Bottiglieria?», «Nooooo!», «Andiamo a trovare Alfredo?», «È morto Alfredo», «Alfredo?! Ma da quando?», «Tre anni fa».
È con questo umorismo nero che in un istante Nanni Moretti archivia anni di scontri drammatici fra le fazioni giovanili. Ai morti veri consegnati a un’aberrante epica che la vernice spray cristallizza sui muri delle città, contrappone un morto immaginario scomparso nell’anonimato più totale, tanto che qualcuno non se n’è nemmeno accorto.

Una scena del film «Ecce bombo»

È una delle prime scene di Ecce bombo. La cui forza, capace di restituircelo divertente, arguto, spiazzante, sfrontato anche a quarant’anni di distanza dalla sua uscita, consiste proprio nella folgorante suggestione di questi due mondi opposti: da una parte i drammatici scontri ideologici del recentissimo passato e, ancora per poco, del presente, dall’altra un futuro incombente di stagnazione borghese, di indecisione esistenziale, di comodità che trascolora in apatia. E in mezzo, una generazione di transizione, come ce ne sono state varie nell’ultimo secolo, ma forse la più disorientata in assoluto.
È, quello sopracitato, un dialogo che dà subito l’idea di una delle qualità maggiori del secondo lungometraggio dell’allora neanche venticinquenne Moretti. Ovvero il contrasto fra una rappresentazione che sembra perennemente improvvisata, e l’insospettabile lucidità dell’analisi sociologica che invece la sottende. Quell’indecisione dei personaggi su quale meta scegliere ci racconta del declino dei luoghi d’aggregazione, di una socialità vacillante, di un nuovo individualismo ormai alle porte.
Di qui, il comportamento schizofrenico del protagonista Michele, fedele alter ego del regista. Indeciso fra pallidi strascichi sessantottini e strani aneliti di restaurazione. Sbeffeggia i genitori in perfetto mood contestatario, ma poi vuole sostituirsi a loro nell’educare la sorella minore. Tratta male professori privati da tempo di qualsiasi autorità, ma sente il bisogno di fare egli stesso da insegnante a ragazzi alle prese con l’esame di maturità. Disprezza la fenomenologia adolescenziale, ma osserva con una punta d’invidia ed emblematicamente in disparte l’organizzazione di un’occupazione scolastica. Si dimostra insofferente al concetto di coppia aperta con una prima fidanzata, ma poi ha una relazione con una ragazza a sua volta impegnata. Non capisce come un’altra amica possa vivere di espedienti — il celeberrimo «giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose» — ma sarà poi lui, immaturo, a fuggire da un rapporto a cui lei voleva dare maggiore concretezza. Allo stesso modo i suoi amici hanno una radio libera dedicata al rock, ma per fare un goffo omaggio a una ragazza — altro preoccupante segno di una socialità esplosa in tante realtà claustrofobiche e alienanti — scelgono il melodramma di Puccini.
Significativamente, il leitmotiv del film sarà la figura di Olga, coetanea davvero schizofrenica a casa della quale nel finale tutti dovranno recarsi. L’unico che raggiungerà l’abitazione, però, sarà proprio Michele. In un simbolo di equiparazione, ma anche, più semplicemente, in segno di strenuo sforzo di aiutare il prossimo. Sì, perché Michele, a modo suo, è anche un eroe. O meglio una specie di Diogene, che a tentoni cerca brandelli di moralità e di punti di riferimento in un mondo giovanile allo sbando. Una ricerca che continuerà nella maturità e nei film successivi, soprattutto con il pessimismo senza appello di Bianca (1984) e con l’excursus fra i valori cattolici de La messa è finita (1985), in cui però l’alter ego cambierà nome.
Basterebbe questo per dire dell’importanza di Ecce bombo, ma al di là dei meriti artistici c’è l’innovazione produttiva. Non è più il super 8 dilettantesco di Io sono un autarchico (1976), ma è comunque un film relativamente povero realizzato con attori sconosciuti e con una tecnica certo non sopraffina. Una fotografia quasi assente, pochissimo montaggio e meno di dieci movimenti di cinepresa in tutto. Come dirà il protagonista di Sogni d’oro (1981) a proposito di uno dei suoi amati dolci: «Niente di sofisticato, però funziona».
Nel 1977, in una puntata della trasmissione televisiva «Match», Moretti se la prendeva con Monicelli facendo discorsi da giovane turco dei «Cahiers du cinéma», anche se vent’anni dopo, proclamandosi contrario a un cinema italiano che era ormai soltanto divismo e freddo professionismo. Con la sua tecnica finalmente asservita al significato, e con la sua aria internazionale dovuta allo sprezzo per un microcosmo da campanile — per la prima volta i personaggi di una commedia italiana potrebbero benissimo venire da un altro Paese — il film riesce in effetti a distaccarsi nettamente dalla passata stagione dei Sordi e dei Manfredi, puntualmente presi di mira in un paio di dialoghi. Un po’ di debito, semmai, sembra rimanere nei confronti degli studenti perdigiorno de I basilischi, film d’esordio del 1963 di Lina Wertmüller, pur a sua volta presa in giro in Io sono un autarchico.
Una simbologia già più facile, poi, è quella che vede il gruppetto protagonista aspettare un’alba che non arriverà mai, perché sul Tirreno il sole si può solo vedere tramontare, a sancire la fine delle speranze per il sol dell’avvenire. Ma a rendere indimenticabile la stessa sequenza, è l’arrivo del personaggio più enigmatico del film, lo pseudo rigattiere che corre in bicicletta urlando l’assurdo «Ecce bombo!». Apparentemente simbolo dell’irrazionalità della storia, è più precisamente uno spettro pasoliniano. Il sottoproletario che ricorda ai protagonisti come il sogno marxista non sarebbe stato comunque patrimonio di tutti. Gli ultimi degli ultimi, ne sarebbero stati comunque esclusi.

Che siano criptici, inconsci o al contrario dichiarati, i riferimenti a Pasolini fanno dunque da cornice alla parte più significativa della filmografia morettiana, che possiamo dire si concluda con il primo episodio di Caro Diario (1993). Lì, nella splendida scena finale, ambientata fra l’altro di nuovo a Ostia, due delle figure di sinistra più incisive del cinema italiano degli ultimi decenni finiscono idealmente per congiungersi in un gesto profondamente religioso, pur intendendo il termine nel suo senso più ampio. Ovvero la ricerca di un monumento alla memoria dimenticato fra le sterpaglie del mondo.

di Emilio Ranzato

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14 dicembre 2018

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