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Un detective che svelava
i misteri della pagina

· Il 29 novembre di cent’anni fa nasceva il critico letterario Frank Kermode ·

Dopo aver letto un saggio di Frank Kermode, chi penserebbe mai che il suo metodo di lavoro consisteva nell’assumere distacco nei riguardi del testo per carpirne meglio, senza farsi troppo coinvolgere, i talenti e i segreti, come un vero e proprio detective? C’è infatti tanto calore nelle sue recensioni, fossero esse dedicate a William Shakespeare o a Wallace Stevens, a William Butler Yeats o a Thomas Stearns Eliot. Un calore frutto di una passione intellettuale che mai, però, ha impedito al critico letterario e accademico britannico di giudicare con lucidità — nutrita di magistrale competenza — le opere dei grandi della letteratura. La prestigiosa rivista «London Review of Books», per la quale Kermode ha scritto più di duecento saggi, ha dedicato al critico un numero speciale per ricordarne i cento anni dalla nascita (29 novembre 1919). E a leggere, o a rileggere, alcuni dei suoi contributi, riproposti nel segno di un commosso atto d’omaggio, s’impone la rinnovata consapevolezza di essere di fronte a un vero uomo di cultura: definizione che suonerebbe quanto mai lusinghiera se non fosse, al giorno d’oggi, tanto inflazionata. Celeberrimi sono i suoi insights, le incursioni fulminee e illuminanti atte a sondare l’anima dello scrittore e a sviscerare l’ordito della sua opera per svelarne i misteri. Di Shakespeare decantava l’equilibrio che aveva saputo stabilire fra la teatralità del gesto e la crudezza della realtà; i versi di Eliot erano un condensato di respiro epico e di frammenti di saggezza. Quando morì, nel 2010, a Cambridge (nella cui università aveva insegnato dal 1974 al 1982) «The New York Times» gli dedicò numerosi articoli, tra cui quello a firma di Verlyn Klinkenborg, il quale racconta come Kermod nutrisse un alto rispetto per la dignità del lettore e per la sua sete di conoscenza. «La prosa di Kermode non era mai accademica, ma declinata in modo da risultare facilmente fruibile anche per i non addetti ai lavori» scrive Klinkenborg, il quale nell’articolo ricorda che Kermode «odiava inchiodare il lettore» alla tesi sostenuta dal recensore. Dunque, il suo metodo di lavoro — che nelle opere The Sense of an Ending (1967), The Classic (1975) e Shakespeare’s Language (2000) trova esemplare espressione — si fregiava di quel tratto di nobiltà che consiste nel non volere imporre il proprio sapere a chi ne sa meno, molto meno. Una nobiltà, questa, che è appannaggio solo di coloro che sono così bravi da non sentire mai l’esigenza di dimostrarlo. Quando gli fu chiesto perché aveva dedicato tutta la sua vita allo studio, in particolare, di Shakespeare, Kermode rispose che era stata una bella responsabilità nei riguardi, anzitutto, della dignità di se stesso perché tutta l’arte — anche quella shakespeariana, sintonizzata sulla dimensione drammatica — «è in fondo sempre frivola».

di Gabriele Nicolò

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15 dicembre 2019

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