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Un cuoco romagnolo  in giro per la Galilea

· «La penultima cena» di Paolo Cevoli ·

Per tanti è «Il Patacca» per antonomasia, sia che vesta i panni di Palmiro Cangini, assessore alla Varie ed Eventuali nel surreale comune di Roncofritto, o di Lothar, il sostituto vip di professione inviato dall’agenzia Eventi Mandrake Managment 2003. Dall’estate scorsa è anche l’inventore del riscaldamanicotto anticrisi perfetto per il neoclochard che deve imparare in fretta a sopravvivere in strada, una variante agrodolce della macchietta dell’imprenditore romagnolo dalle mille risorse Teddi Casadey dedicata alle vittime dell’ottovolante impazzito dell’economia contemporanea.

Stavolta Paolo Cevoli ha scritto una commedia in cui interpreta «quello che ha fatto da mangiare all’Ultima cena». Meglio non rivelare a cosa allude il titolo, La penultima cena : per non rovinare la sorpresa a chi vedrà in scena il suo spettacolo durante l’unica data romana, al teatro Capranica il 2 febbraio, organizzata per festeggiare l’abbinamento tra il settimanale in italiano de «L’Osservatore Romano» e «Tempi».

Ma torniamo al protagonista, Paulus Simplicius Marone «quello che poi ha importato la piadina dai palestinesi — spiega Cevoli — solo che loro la mangiano senza prosciutto»: è un cuoco romagnolo ante litteram (proveniente da Ariminum, per la precisione) dell’età imperiale che per varie vicessitudini si trova in Palestina, a Cana, al banchetto di due sposini. Lì incontra Gesù e in un primo tempo vuole fondare l’Associazione vittime dei miracoli del Nazareno — la sua fornitura di vino è rimasta invenduta per colpa dell’intervento imprevisto del misterioso ospite — poi lo vorrebbe come socio.

Non è solo il miracolo ad averlo colpito: quando il suo sguardo incrocia quello del Maestro qualcosa gli si muove dentro. Comincia a seguirlo, cerca di contattarlo però le cose non vanno per il verso giusto. «Organizza un altro banchetto: dovevano essere in sessanta e invece si ritrovano in tredici. Tutto va a rotoli e lui ritorna a Roma. Ma niente è più come prima, finché non incontra di nuovo alcuni di quell’ultima cena» continua l’autore.

L’ultima frase del monologo storico-comico-enogastronomico scritto e interpretato da Paolo Cevoli non fa ridere, ma fa capire quanto in profondità l’incontro con Gesù abbia cambiato il cuore del piccolo aspirante Apicio di Ariminum: «Non c’è amore più grande di chi dona la sua vita per gli amici».

«Io non sono un attore, sono una maschera. Ho un aspetto — spiega Cevoli, manager nel campo della ristorazione ma comico per vocazione — che uno già guardandomi ride: quello che potevo sentire come una maledizione, è il mio talento, quello con cui posso dare un contributo al mondo».

Ma il talento non basta: per lavorare occorre capacità di fatica — perché le cose non riescono tutte subito — e capacità di relazione con gli altri. Oltre al «contrario esatto del cinismo», un’attenzione alle cose che permette di conoscerle in profondità, rispettarle, amarle; «l’importante è lasciarsi andare alle regole, il modo con cui tu vedi le cose per quello che sono, ti rendi conto di chi sei e dai molto di più. Gesù è venuto a dirci chi siamo; un amico una volta mi ha detto che tutti gli uomini possono essere felici, ma i cristiani lo sono un po’ di più».

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