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Un contatto che rivela una realtà superiore

· A colloquio con il cardinale Julien Ries, fondatore dell'antropologia del sacro ·

Julien Ries è nato nel 1920 ad Arlon, in Belgio. Sacerdote cattolico della diocesi di Namur, è storico delle religioni e massimo studioso di antropologia religiosa. Per oltre vent'anni ha insegnato Storia delle religioni all'Università Cattolica di Louvain-la-Neuve, della quale è ora professore emerito. E' stato creato cardinale da Benedetto XVI nel Concistoro del 18 febbraio 2012. L'editore italiano Jaca Book ha in corso di pubblicazione l'Opera Omnia, il cui piano prevede undici volumi in diciotto tomi. Nel 2009 ha donato all'Università Cattolica di Milano la sua biblioteca, i suoi manoscritti e la corrispondenza che nel corso degli anni ha intrattenuto con studiosi di tutto il mondo: un patrimonio che costituisce presso l'ateneo milanese l'Archivio Julien Ries per l'Antropologia simbolica. A partire dal 1982 ha partecipato a numerose edizioni del Meeting per l'Amicizia tra i Popoli che ogni agosto si svolge Rimini. Anche per quest'anno (la manifestazione si svolge dal 19 al 25 agosto) è in programma un suo intervento nell'incontro intitolato "Homo religiosus", il 20 agosto. L'intervista si è svolta nella sua abitazione in Belgio, una casa stracolma di libri, di ricordi e di progetti. Ancora oggi il professore cardinale dedica allo studio gran parte del suo tempo.

Eminenza, come è nata questa sua passione per gli studi circa l’uomo religioso?

Nel 1968 sono stato nominato professore di Storia delle religioni all’Università Cattolica di Lovanio. Avevo fatto studi di teologia e di orientalismo. La mia tesi esaminava certi testi copti e l’influenza del Nuovo Testamento su questi testi. Quindi mi ero dedicato allo studio comparato di testi religiosi egiziani. Una volta diventato docente dovetti affrontare grandi questioni: l’Induismo, il Buddhismo, l’Islam, le religioni del Mediterraneo, le religioni del Vicino Oriente, l’antica religione egiziana. Notavo come i miei studenti si appassionassero  a questi temi, studiavo le domande che mi rivolgevano, moltissime domande. Una dinamica che mi ha portato sempre più in profondità. Ma posso aggiungere anche che se ho studiato il tema della morte e dell'immortalità nelle religioni è perché l'allora cardinale Ratzinger mi inviò il suo libro sull'aldilà per la fede cristiana, "Escatologia. Morte e vita eterna". Pensai che sarebbe stato importante un simile studio su altre grandi religioni. E così attraverso alcune circostanze e il lavoro all'università ho continuato le mie ricerche e sono giunto ad una sintesi sul problema dell’uomo religioso e dell’antropologia religiosa. Che cosa significa il sacro, che cosa significa l’uomo religioso, che cosa significa antropologia religiosa? C'erano amplissimi studi di antropologia sociale e culturale e di antropologia strutturale, ma l’antropologia dell’homo religiosus non esisteva.

Che cos’è la morte per l’homo religiosus?

Sto ultimando un libro in cui esamino la concezione della morte e dell'aldilà in venti religioni costituite. Ad esempio per gli Egiziani l’aldilà è meraviglioso. Durante la vita costruiscono le tombe e si preparano al passaggio. Per loro ci sono due modi di vivere  la vita: uno è resuscitare tutti i giorni e seguire il sole oppure essere nel campo di Osiris e stare al suo cospetto. Qualcosa di simile c'è negli Etruschi. Esplorando i loro monumenti vediamo come avessero la convinzione che nell'altro mondo la vita si sarebbe in qualche modo "replicata" più felice e rallentata. In Mesopotamia invece prevale una idea pessimista, figlia delle condizioni di vita nell'aldiqua: i testi del quinto e quarto secolo avanti Cristo ci mostrano uomini che si considerano condannati dagli dei a scavare canali e lavorare sempre perché nei canali ci sia acqua… E' interessante notare come in tutte le venti religioni ci sia un pensiero della morte e dell'aldilà. E come questo dipenda dalla loro concezione della vita sulla terra.

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