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Un conflitto
senza alcuna pietà

Bambini soldato, bombe sugli ospedali, mercenari, civili ridotti alla fame, epidemie. Non manca nulla della rassegna degli orrori nella guerra civile che da almeno quattro anni insanguina lo Yemen. Un conflitto lontano dalla luce dei riflettori ma che oggi rappresenta forse la peggiore crisi sul pianeta, con immense implicazioni umanitarie ma anche importanti risvolti geopolitici.

Lo Yemen è tornato a essere un paese unificato alla fine della guerra fredda, nel 1990. Ma la società ha mantenuto forti elementi di contrapposizione. A partire dalle differenze identitarie fra gli sciiti del nord (gli huthi) e i sunniti del sud, che peraltro hanno una forte impronta laica ereditata dalla Repubblica socialista. Ma non mancano neanche i jihadisti, considerando che questo è il paese di origine di Al-Qaeda e a tutt’oggi ne esistono cellule forti e ben organizzate, capaci in anni recenti anche di assumere il controllo di intere città e province. Altro protagonista indiscusso della tormentata scena yemenita sono le tribù, da sempre dotate di grande autonomia.

Nel 2011 l’ondata delle primavere arabe arrivò anche in Yemen e portò alle dimissioni del presidente Saleh, cui fece seguito un periodo di forte instabilità culminato nel 2015 nella ribellione degli huthi sciiti del nord, che presero il controllo anche della capitale Sana’a, costringendo il presidente Abdrabbuh Mansour Hadi, ex vice di Saleh, a rifugiarsi ad Aden. Prese così il via una feroce guerra civile senza esclusione di colpi che coinvolge ancora oggi gli equilibri regionali. Già nel marzo 2015 infatti l’Arabia Saudita ha messo insieme una coalizione armata di dieci paesi arabi per contrastare l’espansione degli huthi, a loro volta accusati di essere sostenuti dall’esterno. Di fatto lo Yemen è un’altra porzione della scacchiera sulla quale si sfidano potenze mondiali e regionali, con l’incomodo Al-Qaeda.

Gli Stati Uniti qui sono impegnati con forze speciali e soprattutto con attacchi di droni, concentrati in particolare contro la sopracitata organizzazone terroristica e alcune cellule del sedicente stato islamico. Proprio negli ultimi giorni si è registrato un incremento di questo genere di attività, con sei attacchi a breve distanza di tempo, in uno dei quali sarebbero stati colpiti a morte anche alcuni leader locali di Al-Qaeda. Recenti rivelazioni del «Daily Mail» hanno poi svelato che a fianco delle forze saudite anche la Gran Bretagna schiererebbe elementi delle sue Special Forces. Sul fronte opposto, le stesse accuse di ingerenze esterne vengono rivolte anche alla fazione huthi, sospettata di ricevere da miliziani hezbollah e iraniani, i missili lanciati anche contro città saudite.

In generale, nel conflitto non manca l’impiego di mercenari (soprattutto colombiani). Secondo una recente denuncia dell’emittente del Qatar Al-Jazeera non si esita a ricorrere anche all’arruolamento di bambini soldato, da entrambe le parti in causa, adolescenti disperati spesso attirati con la promessa di un lavoro e poi mandati ad addestrarsi alla guerra. In questo contesto è difficile vedere una via d’uscita a breve, come riconosciuto anche dal vicario apostolico per l’Arabia meridionale, monsignor Paul Hinder: «È difficile a oggi una tregua. All’interno del paese ci sono diverse forze opposte e poi ci sono influenze esterne». I deboli tentativi di dialogo portati avanti per la prima volta dalla fine del 2018 non sembrano aver dato frutti.

Il grande tema è però quello della vendita delle armi. I contratti ottenuti dalle fabbriche di armi sono faraonici, seppure in alcuni casi si sia arrivati alla sospensione momentanea di alcune forniture. Un tema sollevato con voce forte anche da Papa Francesco: «Se l’Europa così generosa vende le armi allo Yemen per ammazzare dei bambini come fa l’Europa a essere coerente?», ha detto durante il volo di ritorno dal Marocco. E in precedenza aveva esortato a pregare per i bambini vittime della guerra nello Yemen. In effetti, dallo scoppio della guerra, nel paese sono morti almeno 85 mila bambini solo a causa di malnutrizione e malattie. Qui infatti, da anni più di venti milioni di persone sono ridotte allo stremo e sopravvivono solo grazie agli aiuti umanitari internazionali; aiuti che purtroppo a volte diventano arma di ricatto da parte dell’una o dell’altra fazione. E, come in tutte le guerre, non mancano le epidemie: il colera finora ha contagiato migliaia di persone e causato centinaia di morti. Per non parlare della distruzione delle infrastrutture, delle scuole e degli ospedali devastati dai bombardamenti e dai combattimenti in questo conflitto senza alcuna pietà.

di Osvaldo Baldacci

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15 settembre 2019

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