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Un comunista libero

· Il 9 giugno 2009 moriva Renzo Foa ·

Il 9 giugno 2009 a Roma moriva Renzo Foa. Giornalista e scrittore, era stato direttore de «l'Unità», editorialista de «il Giornale» e direttore di «liberal». Una raccolta di suoi scritti è appena uscita con il titolo Ho visto morire il comunismo (Venezia, Marsilio Editori, pagine 208, euro 15). Pubblichiamo ampi stralci dell'introduzione.

Renzo Foa è stato un uomo del suo tempo, un enfant du siècle, in modo intenso e consapevole. Era uno di quei giovani che hanno creduto che con la politica si potesse risolvere tutto; per questo si può considerare la sua vita come emblematica, attraversata com'è dal dramma delle ideologie del Novecento.

L'antifascismo — vissuto come missione non solo politica ma anche, se non soprattutto, intellettuale — fondava la sua cultura familiare e lo portava, quindi, a identificarsi con quelle correnti politiche e culturali che promettevano la creazione di un mondo migliore, che diffondevano «il sogno più dolce» — come ha scritto Doris Lessing in Il sogno più dolce (Milano, Feltrinelli, 2003) — quello cioè di cambiare il mondo, di trasformarlo in un paradiso, qui e ora, subito, a condizione di seguire la corretta ricetta ideologica.

Certo, per Renzo il problema era di non essere sopraffatto da questa tradizione, di trovare un modo suo di viverla, non appiattito sul modello familiare: in una famiglia dove la critica alle gerarchie e ai luoghi comuni — anche della sinistra — era pane di tutti i giorni, sia da parte dei genitori che delle sorelle (tutti «gruppettari»), Renzo, a differenza dei suoi coetanei, sceglie così l'ortodossia del Partito comunista. Fedeltà, quindi, allo schieramento antifascista, ma in una cornice di stabilità e di rigidità, che allora si poteva ancora scambiare per serietà e senso di responsabilità. Fare il giornalista a «l'Unità», l'organo ufficiale del partito, quello che arrivava agli operai e che veniva distribuito dai militanti di base, gli sembrava molto più serio che non chiacchierare di linea politica in astratto con studenti di tendenze extraparlamentari. E in fondo lo era: il giornale infatti era il luogo di passaggio dell'ideologia degli intellettuali, dell'élite, a quelli che questa ideologia la dovevano vivere nella vita di tutti i giorni, la dovevano rappresentare.

Così nel 1969, giovanissimo, a 23 anni, inizia a lavorare a «l'Unità». Questa scelta gli darà l'opportunità di vedere cos'è il comunismo reale da vicino, dall'interno: nel 1972 parte con grande entusiasmo per il Vietnam del Nord, passa sei mesi ad Hanoi dove incontra più volte Giap e il capo del governo Pham Van Dong.

Dopo l'avventura vietnamita, la politica estera diventa il suo mestiere e la sua passione. Nel 1975 — forse come omaggio allo zio di cui portava il nome — segue la morte di Franco e la fine della dittatura spagnola. Soprattutto, sino alla fine degli anni Ottanta, il suo interesse sarà indirizzato all'oriente: la guerra fra il Vietnam e la Cambogia, la caduta di Pol Pot e la scoperta del genocidio dei khmer rossi, la Corea del Nord. Comincia così a conoscere il comunismo vero, quello reale, dall'interno, comincia a capire come funziona il sistema, e la sua fede nel partito entra in crisi.

I suoi occhi ben aperti, la sua onestà intellettuale, insieme con le esperienze che aveva vissuto come reporter, lo avevano portato lontano, ben più lontano di quanto forse lui stesso si fosse accorto.

Agli incontri personali, come quello con Dub{l-ccaron}ek, si era aggiunta negli anni la lettura di libri e l'ammirazione verso personaggi come Papa Wojtyla a indirizzarlo su questa strada, come racconta nella seconda sezione di questo libro intitolata «In cattiva compagnia». In compagnia cioè di quelli che il Partito comunista considerava traditori e nemici, di quelli che non bisognava leggere né, tanto meno, proporsi come esempi. Nella sua scelta, maturata in solitudine, si sentirà sostenuto da Koestler, dalla Buber-Neumann che nessuno voleva ascoltare, da tutti quelli che avevano avuto il coraggio di denunciare la verità del comunismo.

Per anni «l'Unità» era stata tutto il suo mondo, in un certo senso anche la sua famiglia: la seconda moglie, Maryna Natoli, madre dell'adorata figlia Lisetta — che porta il nome dell'amatissima madre Lisa — era redattrice del suo giornale, e così pure Gabriella Mecucci, la compagna negli ultimi vent'anni, che ha saputo essergli sostegno nei difficili anni della transizione.

Non se ne è andato dal giornale alla chetichella, cercandosi un altro approdo, un'uscita di sicurezza: la sua rottura con il comunismo in un certo senso è stata «gestita male», se ne è andato senza prepararsi un dopo, senza costruirsi da prima reti di protezione alternative, come hanno fatto altri che — prima e dopo di lui — hanno percorso la stessa strada.

Sono anni di sperimentazione, anche di ripresa di rapporti con amici del giornalismo di sinistra come Amato Mattia e Romeo Ripanti: nel 1995 prova il giornalismo televisivo con la trasmissione Ad armi pari , insieme con Arturo Diaconale. Ma, alla televisione, Renzo preferirà sempre la radio: per molti anni collabora gratuitamente con Italia Radio, l'emittente che era stata fondata dal Pci ed era diretta da Ripanti, con programmi di politica estera come Livingstone , o di commento politico quotidiano in contatto con gli ascoltatori, la sua antica base comunista. La sua collaborazione finì con la scomparsa prematura di Ripanti, morto giovane come Amato Mattia e l'altro grande amico di Renzo nel partito, Baduel. Sarà Amato Mattia, nel 1996, a proporgli di fare il direttore editoriale del «Diario» guidato da Enrico Deaglio, settimanale per due anni distribuito con «l'Unità», che si occupava di cultura e di reportage, genere di scrittura giornalistica molto caro a Renzo. Anche qui la morte di Mattia segna la fine della collaborazione, e anche il suo definitivo allontanamento dall'area di sinistra.

Nel 1998 entra nell'impresa di «liberal», animata dall'amico Ferdinando Adornato che aveva, in comune con lui, un'esperienza di allontanamento dalla sinistra dopo esserne stato parte attiva e militante. «Liberal» diventa la sua casa, anche perché gli permette di pensare a una terza via, che esca dalla contrapposizione di un bipolarismo in cui ha sempre fatto fatica a identificarsi. Questo non gli impedisce, però, di accettare l'offerta del «Giornale» e di diventare editorialista, nel 2001, del quotidiano di Berlusconi. Una decisione che suscitò molte polemiche e che gli attirò, ovviamente, nuovi attacchi.

«Liberal» significa per Renzo anche un avvicinamento al mondo cattolico, con cui il progetto della rivista voleva stabilire una collaborazione, rompendo così la separazione fra la cultura laica e quella cattolica in atto nel nostro Paese. Renzo ha così l'occasione di conoscere da vicino lo storico cattolico Giorgio Rumi, uno dei condirettori della rivista, e i numerosi collaboratori cattolici, come monsignor Rino Fisichella, a cui lo legherà una lunga e importante amicizia. Questi legami vanno ad aggiungersi all'amicizia con padre Balducci, editorialista dell'«Unità», negli anni passati.

Questi nuovi contatti sono arricchiti dall'interesse che Renzo ha provato fin dall'inizio verso Giovanni Paolo II, con cui ha collaborato direttamente per l'aiuto ai dissidenti dei Paesi comunisti. Non si trattava solo di un interesse politico: Renzo ha detto — nel corso di un incontro con i miei studenti all'università La Sapienza — di essere rimasto colpito dal modo di parlare di Wojtyla, dal fatto che le sue parole non fossero soltanto per i cattolici, ma per tutti gli uomini.

Questo interesse nuovo per il cattolicesimo lo porta a leggere con curiosità e apertura, straordinaria per una persona con il suo tipo di biografia, il libro di Benedetto XVI su Gesù: ne nasce una riflessione — pubblicata sul numero speciale di «liberal» dedicato al volume — che rivela un'imprevista volontà di capire Cristo, un'inattesa capacità di intuire e amare le sue caratteristiche essenziali.

«Il prima e il dopo Cristo — scrive infatti Foa — non è solo una data sul calendario, è l'inizio di una lezione sulla resistenza dell'uomo alle avversità, alle sofferenze e alle ingiustizie in nome della vita e della ricerca della verità» e parla del Pater noster come «della poesia più coinvolgente mai ascoltata e recitata [...] Non c'è nulla di simile, da nessuna parte, in nessuna altra epoca». E poi, anche: «quando mai, prima di lui, un pescatore o un falegname o una prostituta erano stati considerati degni di nota, degni di entrare nella memoria, uguali agli altri?». Per concludere con un'affermazione che faceva capire come questo avvicinamento non fosse solamente di natura intellettuale o politica: «So che Cristo può appartenere a tutti, al di là della fede, ma so che senza la fede non ci sarebbe». Si tratta di un percorso che diverrà più chiaro nelle successive riflessioni, e soprattutto nella sua esperienza di vita: nell'affrontare, con coraggio ed eleganza, la terribile malattia che lo porterà alla morte nel giugno del 2009, dopo un anno e mezzo di gravi sofferenze, l'interesse verso il cristianesimo si farà infatti partecipazione e scelta personale. Ma forse si trattava di un'attrazione di antica data, che finalmente trovava alimento in incontri e situazioni biografiche: Renzo mi ha raccontato, infatti, che quando da ragazzo frequentava il liceo Visconti, ed era, naturalmente, esonerato dalla religione, seguiva ugualmente queste lezioni con grande interesse, a differenza dei compagni cattolici che approfittavano di quelle ore per distrarsi e rumoreggiare. Tanto che un giorno il professore, Filippo Gentiloni (allora ancora sacerdote gesuita, poi collaboratore del «manifesto»), davanti a una classe che non sapeva rispondere alle sue domande, aveva detto: «Adesso interrogo Foa, scommetto che ne sa più di voi perché sta attento».

E in effetti Renzo aveva risposto correttamente a tutte le sue domande sul battesimo. E la sorella Anna, anch'essa studentessa del Visconti in quegli anni, racconta che, molti anni dopo, in un incontro con Gentiloni, questi le aveva detto di ricordare bene quel suo curioso allievo. Tutto è precipitato al momento della malattia, quando si è sentito preda dell'angoscia, nell'impossibilità di dimenticare la verità, quando la morte è diventata improvvisamente visibile.

Questo contrarsi repentino del tempo, che reca con sé la scomparsa della speranza e della progettualità, lo ha spinto a compiere questo percorso in modo più radicale: in sostanza, proprio l'eccesso del male, l'eccesso di dolore a cui il destino l'ha sottoposto, l'ha portato a incontrare Dio. A differenza di coloro che pensano che ad Auschwitz Dio sia morto, che pensano che l'esistenza del male sia la prova della non esistenza di Dio, Renzo — come Giobbe — davanti all'eccesso di sofferenza, e alla sua mancanza di senso, si è domandato se c'era qualcuno che voleva qualcosa da lui. E chi fosse questo qualcuno. Come ha scritto il filosofo francese Philippe Nemo nel suo commento al libro di Giobbe 2, per Giobbe il male che sembra scardinare tutto, che sembra togliere ogni senso alla vita, pone una domanda profonda a cui tutti dobbiamo rispondere: proprio in questo modo Renzo ha vissuto la malattia.

Si è reso conto di come la tecnica — la medicina, che cerca di rispondere al male come se fosse un fenomeno limitato che può essere situato all'interno di un insieme più vasto di fenomeni a favore di un sapere adeguato, e crede che questa anomalia potrà essere corretta da una tecnica che sfrutti tale sapere — di fronte alla sofferenza sia inadeguata. La tecnica, la visione scientifica, dice che il mondo è ordinato, si crede oggettivamente vera, ha la pretesa di conoscere totalmente il mondo e di poter integrare ogni cosa nell'orizzonte chiuso delle sue operazioni, ma troppe volte è smentita dalla realtà, come Renzo ha sperimentato personalmente: il male è follia, è innominabile, più profondo della tecnica. Giobbe vede ciò che la tecnica si rifiuta di vedere, scrive Nemo: solo chi soffre sa che, il male venga o vada, è lui ad avere l'iniziativa.

Il male è un disordine nella struttura del mondo, ed è proprio questo disordine a svelare la mano di Dio: «L'eccesso del male, in definitiva, consiste in questo: né l'umanità né il cosmo — scrive Nemo — possiedono equilibrio e ordine; essi sono sconvolti e sconvolgenti, non integrabili al pensiero». Ma nel male si rivela l'Intenzione, la domanda di senso più profonda.

Come Giobbe, Renzo, nel rispondere alla chiamata di Dio non aveva alcuna garanzia; ha fatto una scommessa, pensando che la notte è l'unica strada del giorno. Renzo ha vissuto così il suo male, dietro una facciata di understatement e di cortesia verso gli amici che lo andavano a trovare che rivelava il suo animo nobile e sempre attento agli altri, anche nei momenti più terribili. Giobbe dice che l'unico impegno che può assumersi in quel momento di sofferenza è mettersi al fianco di Dio per combattere il male, perché pensa che Dio gli abbia fatto conoscere il male per poterlo combattere. Il suo è stato un passaggio dall'indifferentismo verso la religione al cristianesimo: Renzo non era ebreo, essendo figlio di madre non ebrea, e non aveva avuto un'educazione religiosa ebraica nonostante l'origine ebraica del padre Vittorio e di tutta la sua famiglia.

Gli ultimi mesi della vita di Renzo gettano una luce su tutta la sua storia, anche se in apparenza ne sono così lontani: portano a compimento la sua ricerca di verità e onestà perseguita con forza e umiltà insieme, con la disponibilità a riconoscere di avere sbagliato, e a pagare i prezzi che un percorso simile comporta.

Di fronte a un dolore incredibile, di fronte all'angoscia, insopportabile per ogni essere umano, di sapere che la morte non è qualcosa di lontano, che riguarda qualcun altro, cioè di fronte all'impossibilità di vivere «normalmente», come se la morte non ci fosse, Renzo ha risposto non solo con umano coraggio, ma con la volontà di portare sino in fondo la ricerca di verità che aveva segnato tutta la sua vita.

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