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Un carnevale a rovescio

· A colloquio con Vinicio Capossela ·

«E allora noi, uomini del sottosuolo, intoneremo dalle viscere della terra un tragico inno a Dio che dà la gioia!»; il sottotitolo del grido di battaglia dello SponzFest 2019, «Sottaterra», giunto alla sua settima edizione, è una frase di Dimitrji Karamazov. Non ci saranno solo concerti, durante il festival organizzato da Mariangela Capossela e dal suo più celebre fratello cantautore, poeta e scrittore («è lei la vera artista in famiglia» ripete sempre Vinicio). Quest’anno «in un tempo di rinnovate pestilenze» il canto del sottosuolo prende la forma di un corteo con il progetto Trenodía, un’opera d’arte itinerante che ha lo scopo di trasformare la lamentela in pianto rituale, il piagnisteo in altisonante lamentazione collettiva — come si legge nel sito della rassegna — un corteo di centinaia di prefiche, «una lamentazione funebre all’aperto» che percorrerà le strade di tre regioni italiane.

La grande arte non censura mai la morte. Dostoevskji descrive preferibilmente “impresentabili” e personaggi segnati dalla malattia, dalla prigionia o dalla morte, Beethoven nell’Eroica seppellisce idealmente Bonaparte sotto la marcia funebre del secondo movimento. Che ci è successo, dalla metà del Novecento in poi? Perché perfino nell'arte sentiamo il bisogno di ignorare — o comunque di edulcorare e camuffare — il limite, il lutto, il pianto di una perdita?

La morte è l’ultimo tabù del mondo occidentale. Non più il sesso, o altro. Viviamo nella società dell’ottimismo obbligatorio. Il capitalismo non contempla il limite, ma solo una incessante crescita, uno sviluppo illimitato. In queste condizioni la morte, la malattia, il lutto, la perdita sono ostruzioni del meccanismo produttivo. Chi si ostinerebbe a proseguire incessantemente la sua vita nell’accumulo se avesse la piena consapevolezza della morte, del lutto, del fatto che ogni attimo è eterno perché è l’ultimo? Una visione del genere porrebbe la vita nella sua pienezza al centro del nostro esistere. La morte acuisce la necessità di vivere pienamente, per questo è un inceppo. Si muore a parte dagli sguardi, in solitudine, in stanze asettiche. Il corpo stesso, la morte del corpo è plastificata. La ritualità che per secoli ha accompagnato il lutto, dal pianto rituale della Grecia antica, la lamentazione, il riportare a metro una crisi smisurata, l’apertura sul nulla dell’esistere, come cura per tornare ai doveri della vita. La morte è parte della vita, ogni religione l’ha messo in conto. La società attuale cerca di evitare, di sorpassare a destra, il problema. Di certe cose non si parla. Nemmeno in musica. Ho sempre amato musiche che portano la morte dentro, la bile nera. La melancolia. Che non hanno paura del dolore, ma che anzi lo celebrano per superarlo insieme. Un lusso, un medicamento precluso alla cultura dell’individualismo collettivo, fatta di eterno, divorante presente continuo.

La solennità semplice di un rito collettivo può aiutare, forse, a non guardare più con sufficienza presuntuosa tradizioni antiche come le processioni o le lamentazioni rituali. Come è stato accolto il progetto della Trenodia? Diffidenza, entusiasmo, “contagio buono” diffuso anche nelle zone vicine?

In realtà l’uomo ha bisogno innato di ritualità, di mitologia. Le società, le città, le civiltà si sono fondate su questo: avere culto e nemico comune. Occorre tenere ben presente questo bisogno, perché poi finisce appannaggio per esempio dei movimenti neofascisti, la cui cultura trae origine dai miti della razza, dai miti e dai riti fondanti, dal fornire l’identità del sangue. Dunque, è importante praticare ritualità di segno diverso, in questo senso un corteo come forma d’arte può unire non in nome di un nemico comune, ma di una com-passione comune. Ho sempre creduto che sia proprio la consapevolezza, l’eroismo di vivere una vita piena sapendo di dovere morire a renderci fratelli... “ma invece di un fratello vedere nel suo simile il primo da affogare se è appena un po’ più debole”. Come sarà accolta la trenodía, lo sapremo facendola. Sul pianto c’è un pregiudizio. È qualcosa che non si ostenta, qualcosa che può dare imbarazzo, e invece vuole essere una occasione di forza. Di sicuro il lavoro di Mariangela è un lavoro di arte pubblica, basato sul coinvolgimento diretto delle persone.

«La morte, un carnevale a rovescio»; un’immagine sintetica e bellissima. Come nella poesia «’A livella» di Totò: costringe tutti a una serietà che altrimenti non riusciremmo a raggiungere.

La morte come è dipinta nelle danze macabre, nei trionfi della morte, ci smaschera. È l’ultimo carnevale appunto, quello al contrario. Quello in cui nulla vale e le maschere che portiamo ci colgono per quello che siamo: il ricco, il mercante, il vescovo, il mendicante, il re. Però carnevale è anche irrisione, non prendere sul serio l’estremo momento. È meraviglioso come la cultura popolare si sia fatta da sempre amica la morte, con irrisioni, scongiuri, superstizioni. E poi quel magnifico modo di dire dei contadini del sud, che riferendosi all’ultima dipartita usavano l’espressione: è andato al mondo della Verità. Quasi che la Verità non appartenga alle finzioni e ai mascheramenti a cui la vita continuamente ci costringe. A partire dal sostantivo per descrivere l’uomo attraverso gli occhi degli altri: “persona”, parlare attraverso la maschera.

«Sottaterra» è anche il luogo delle radici. Quando se ne parla, di solito, sono sempre strappate, lacerate, trapiantate in altri terreni, più o meno ostili. Quasi mai sono sane e solide, continuano a portare linfa a tronchi e foglie. Da dove partire per iniziare una paziente opera di rammendo e ricucitura di questi tessuti/comunità segnati da mille strappi, calamità, povertà imposte?

Le radici stanno in un sottosuolo da sempre ambivalente, che è insieme linfa e cadaveri. Una terra che è generante e infera. Ricettacolo di mostri, di incubi, di non morti e insieme grembo materno. Così sono anche le radici che nel “sottaterra” affondano. Credo che le radici siano la parte inconscia, la parte in ombra, qualcosa di cui non siamo totalmente responsabili, quello che dà linfa a un albero che però cresce nel presente. Cresce con la luce che riceve, nello spazio che trova. Con la forza che ha. Cresce nel suo tempo. È in questo tentativo di alzarsi a ricevere la luce che conduciamo il nostro stare al mondo. Con lo scopo di ricucire gli strappi necessari della vita, come ben ci ricorda l’episodio della prima caduta: precipitare nel tempo come prezzo per la conoscenza.

In uno dei laboratori del festival i bambini giocano a costruire i loro giochi.

È un’idea antica come l’uomo. Non sono nati prima i giochi, è nato prima il desiderio di giocare. Da quando qualche nostro lontano antenato ha sollevato il capo dal fiero pasto e ha compiuto il primo gesto inutile: dipingere nel buio di una grotta grandi animali. Cercando forse in quei volti l’enigma del sacro.

di Silvia Guidi

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20 settembre 2019

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