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Un cammino in salita

· Preoccupazione dei cristiani in Pakistan per il clima di discriminazione e le violenze dei fondamentalisti ·

Manifestazione di cristiani pakistani contro le discriminazioni

Il governo centrale «non deve garantire una particolare attenzione nei confronti delle minoranze. Deve però considerare tutti i pakistani uguali fra loro: religione, etnia o provenienza non dovrebbero influire sul trattamento giuridico, l’occupazione o l’erogazione di servizi pubblici». È quanto afferma all’«Osservatore Romano» il direttore della commissione nazionale giustizia e pace della conferenza episcopale pakistana, Emmanuel Yousaf Mani. Il sacerdote non ritiene che la situazione dei cristiani nel paese sia peggiorata nell’ultimo periodo, ma «di certo tutto può migliorare». Quello che davvero preoccupa, infatti, è il «clima strisciante» di discriminazione sociale e lo scollamento fra le aree sotto il controllo dello stato e quelle tribali, quasi del tutto oramai in mano a strutture assimilabili a quelle dei talebani.

Lo prova l’avvertimento lanciato dal gruppo fondamentalista Jamaat-ul-Ahrar, che dopo aver attaccato il mese scorso la Punjab Assembly di Lahore, ha pubblicato un video on line: «Chiese, templi (indù), gurdwara (sikh) e tutti i luoghi di culto non islamici non rientrano nei nostri obiettivi, a meno che o fintantoché questi luoghi non saranno usati dai nemici contro di noi». Parlando ad AsiaNews Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi, ha commentato questa presa di posizione sottolineando come sia “difficile” comprendere i talebani: «Dipende tutto dal modo in cui pensano, da come interpretano la nozione di nemico e come collegano le circostanze. Sono sfuggenti e potrebbero fare qualsiasi cosa ad un funzionario dell’esercito che visita una chiesa o a un poliziotto che presta servizio di guardia durante la messa della domenica. Si tratta di un tipo diverso di guerriglia. Perciò dobbiamo imparare a proteggerci».

Il gruppo Jamaat-ul-Ahrar è responsabile dell’attentato lanciato a Pasqua dello scorso anno contro un parco cittadino di Lahore, che ha causato oltre settanta vittime. Saeed Khan, direttore del Forum per la riconciliazione nazionale, spiega all’«Osservatore Romano» che «vanno presi molto sul serio. Non sono pregiudizialmente contrari ai non musulmani come i loro “cugini” in Afghanistan: li vogliono semplicemente fuori da quello che considerano il proprio territorio. È questo quello che mi fa temere di più per il futuro: l’assenza dello Stato da intere aree nazionali, dove non vige più il diritto nazionale ma soltanto quello religioso e distorto dal fondamentalismo».

Alcune fonti cattoliche commentano con preoccupazione anche la decisione, annunciata ieri dall’esecutivo di Islamabad, di riaprire i tribunali militari segreti. La Camera bassa ha approvato il primo disegno di legge che riguarda queste Corti di giustizia, nate nel 2015 in risposta alla strage talebana che uccise 134 giovanissime reclute di una scuola militare. Conclusi i due anni di mandato, i tribunali hanno chiuso i battenti lo scorso 7 gennaio: ora il governo intende riaprirli e fornire loro la possibilità di incriminare i civili sospettati di terrorismo.

Secondo Khan, «i tribunali rischiano di divenire la mano armata dell’esecutivo non soltanto contro il fondamentalismo, ma anche contro tutti coloro che vi si oppongono. Sul modello dell’America latina degli anni Settanta, rischiamo di vedere sparire nel nulla coloro che hanno diritti da affermare e ingiustizie da sanare. Se a questo aggiungiamo le minacce degli integralisti islamici, possiamo prevedere un cammino in salita per tutti coloro che in Pakistan non sono uomini e musulmani».

Tuttavia, la Chiesa cattolica rimane ottimista. «Noi — conclude Mani — non possiamo fare altro che predicare la pace e continuare a comportarci come abbiamo sempre fatto. Di certo un po’ di sana preoccupazione c’è, ma noi non lasciamo la nostra terra o la nostra fede. Invitiamo tutti a ricorrere al dialogo davanti alle differenze e chiediamo che vengano abbandonate le armi. Confidando nel Signore per il futuro nostro e del paese».

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

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15 ottobre 2019

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