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Un cammino iniziato centotrenta anni fa

La visita del Papa negli Emirati Arabi Uniti, frutto di un lungo e paziente processo di avvicinamento tra la Santa Sede e le monarchie del Golfo, ha un significato eccezionale, «perché — come hanno scritto i capi religiosi dell’islam e del cristianesimo, e come ribadito da diversi Pontefici — se musulmani e cristiani, che costituiscono assieme oltre la metà della popolazione mondiale non sono in pace, il mondo non può essere in pace».

Gli Emirati Arabi, che hanno allacciato relazioni diplomatiche con la Santa Sede nel 2007, fanno parte del vicariato apostolico dell’Arabia del Sud, diviso da quello del Nord nel 2011 perché la sua immensa superficie (tre milioni di chilometri quadrati) non favoriva la necessaria assistenza ai cattolici. Il vicariato nacque nel 1888 come prefettura apostolica a Gedda con lo spagnolo Antonio Bonajunta Foguet, dei servi di Maria, e l’ovvio consenso della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Nello stesso anno il confratello padre Serafini trasferì la sede ad Aden, dove la prefettura fu elevata a vicariato, assegnato al cappuccino francese Luis Lasserre, responsabile dell’assistenza di circa quindicimila cattolici su una popolazione di dodici milioni di abitanti. Oggi, nella stessa area, si calcola che i cattolici siano tre milioni, a cui va aggiunto il mezzo milione di quelli che vivono nel Kuwait, che fanno parte del vicariato settentrionale, affidato al comboniano monsignor Camillo Ballin.

Agli inizi del 1974 padre Damiano Ciacci, a causa di gravi disordini sopravvenuti in città, trasferì tutto ad Abu Dhabi, dove vive attualmente il vicario apostolico. Nel vicariato c’è una situazione simile a quella europea, seppure in senso inverso. Se qui la presenza islamica cresce con i giorni, negli Emirati, stando alle stime di un anno fa, aumenta la presenza cristiana che conta 998.550 fedeli, distribuiti in 16 parrocchie, assistiti da 18 preti diocesani, 49 sacerdoti appartenenti a istituti religiosi, un diacono permanente, un religioso professo e 50 religiose. Ovviamente si tratta di cristiani immigrati, uomini e donne (meno) impiegati nell’edilizia, nel lavoro domestico, ma anche nelle scuole, nelle banche e negli ospedali. Provengono da oltre 100 Paesi dell’Asia meridionale e del Medio ed Estremo oriente: Filippine, India, Sri Lanka; dall’Europa e dagli Stati Uniti. Non mancano fedeli di lingua araba, arrivati da Giordania, Libano e Siria, per i quali il vicariato ha costruito chiese e scuole, frequentate anche da ragazzi musulmani.

A giudizio dello stesso monsignor Hinder, le messe domenicali sono segno vivo dell’appartenenza alla Chiesa ma anche occasione di conoscenza o di ritorno alla fede. Ci sono ben venticinquemila bambini che frequentano il catechismo e le celebrazioni vengono fatte anche in lingue e riti di Chiese orientali, come il siro malabarese e il siro malankarese, tipici di alcune zone del subcontinente indiano. Negli ultimi tempi i rapporti tra cristiani e musulmani sono decisamente migliorati, grazie al tentativo di promuovere una concezione di un islam più tollerante, affidato a un apposito ministero che ha promosso, tra l’altro, il vertice mondiale sulla tolleranza il 15 e 16 novembre scorso proprio ad Abu Dhabi.

di Egidio Picucci

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26 maggio 2019

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