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Un cammino di dialogo

· Sul volo di ritorno dai paesi baltici il Papa parla anche dell’accordo con la Cina ·

Durante il volo da Tallinn a Roma, la sera del 25 settembre, al termine del viaggio nei Paesi baltici il Papa ha incontrato i giornalisti a bordo dell’aereo. Pubblichiamo la trascrizione delle risposte del Pontefice e una sintesi delle domande. Dopo l’introduzione del direttore della Sala stampa della Santa Sede, Greg Burke, il Pontefice ha voluto prima di tutto ringraziare i giornalisti: «Per il lavoro che avete fatto, perché anche per voi, tre Paesi in quattro giorni, non è facile. Soprattutto, spostarsi da una parte all’altra è faticoso. Vi ringrazio tanto per il servizio che voi offrite alla gente su questo viaggio, che è la cosa più importante della vostra comunicazione: cosa è accaduto lì... Ci sono cose molto interessanti in questo viaggio, e mi aspetto le domande in questo senso».

[Saulena Žiugždaite, Bernardinai.lt, Lituania] Grazie per questo momento e per tutto questo viaggio. Quando ha parlato a Vilnius dell’anima lituana, ha detto che dobbiamo essere ponte tra est e ovest. Cosa intendeva?

È vero... È evidente che voi fate parte oggi, politicamente, dell’Occidente, dell’Unione europea, e avete fatto tanto per entrare nell’Unione europea. Dopo l’indipendenza, subito avete fatto tutti gli adempimenti, che non sono facili, e siete riusciti a entrare nell’Unione europea, cioè un’appartenenza all’Occidente. Avete anche rapporti con la Nato: voi appartenete alla Nato, e questo dice Occidente. Se voi guardate all’Oriente, c’è la vostra storia: una storia dura. Anche parte della storia tragica è venuta dall’Occidente, dai tedeschi, dai polacchi, ma soprattutto dal nazismo, questa è venuta dall’Occidente. E, per quanto riguarda l’Oriente, dall’Impero russo.

Fare ponti suppone, esige fortezza. Fortezza non solo per l’appartenenza all’Occidente, che vi dà fortezza, ma per la propria identità. Mi rendo conto che la situazione dei tre Paesi baltici è sempre in pericolo, sempre. La paura dell’invasione... Perché la storia stessa vi ricorda questo. E lei ha ragione quando dice che non è facile, ma questa è una partita che si gioca ogni giorno, un passo dopo l’altro: con la cultura, con il dialogo… Ma non è facile. Credo che il dovere di tutti noi sia di aiutarvi in questo. Più che aiutarvi, esservi vicini, con il cuore.

[Gints Amolins, Latvijas Radio, Lettonia] Nei Paesi baltici, Lei ha parlato spesso dell’importanza delle radici e dell’identità. Dalla Lettonia, e anche dalla Lituania e dall’Estonia, ci sono tante persone che sono partite per paesi più prosperi e tanti già stanno mettendo radici altrove. E poi, ci sono anche, come in Europa in generale, problemi demografici, per via della natalità bassa. Come si dovrebbe valutare questo problema?

Nella mia patria, non conoscevo gente dall’Estonia e dalla Lettonia, mentre è molto forte — in termini relativi — l’immigrazione lituana. In Argentina ce ne sono tanti. E loro portano là la cultura, la storia, e sono fieri nel doppio sforzo di inserirsi nel Paese nuovo e anche di conservare la loro identità. Nelle loro feste ci sono gli abiti tradizionali, i canti tradizionali, e sempre, ogni volta che possono, tornano in Patria in visita… Penso che la lotta per mantenere l’identità li rende molto forti, e voi avete questo: avete un’identità forte. Un’identità che si è formata nella sofferenza, nella difesa e nel lavoro, nella cultura.

E cosa si può fare, per difendere l’identità? Il ricorso alle radici, questo è importante. L’identità è una cosa antica, ma che deve essere trasmessa. L’identità si inserisce nell’appartenenza a un popolo, e l’appartenenza a un popolo va trasmessa. Le radici vanno trasmesse alle nuove generazioni, e questo con l’educazione e con il dialogo, soprattutto tra vecchi e giovani. E dovete farlo, perché è un tesoro la vostra identità. Ogni identità è un tesoro, ma concepita come appartenenza a un popolo. Questo è ciò che mi viene, non so se corrisponde alla Sua domanda…

[Evelyn Kaldoja, Postimees, Estonia] Lei è preoccupato per le tensioni nell’area orientale dell’Europa e per i cattolici che vivono a cavallo dei confini dell’Europa?

La minaccia delle armi. Oggi, le spese mondiali per le armi sono scandalose. Mi dicevano che, con quello che si spende per le armi in un mese, si potrebbe dare da mangiare a tutti gli affamati del mondo per un anno. Non so se sia vero, è terribile. L’industria, il commercio delle armi, anche il contrabbando delle armi è una delle corruzioni più grandi. E prima di questo c’è la logica della difesa. Davide è stato capace di vincere con una fionda e cinque pietre, ma oggi non ci sono i Davide. Credo che per difendere un Paese, ci voglia un ragionevole e non aggressivo esercito di difesa. Ragionevole e non aggressivo. Così la difesa è lecita; ed è anche un onore difendere la patria così. Il problema viene quando diventa aggressivo, non ragionevole e si fanno le guerre di frontiera. Delle guerre di frontiera abbiamo tanti esempi, non solo in Europa, verso l’Est, ma anche in altri continenti: si litiga per il potere, per colonizzare un Paese. Questa è, a mio parere, la risposta alla sua domanda. È scandalosa, oggi, l’industria delle armi, davanti a un mondo affamato. Secondo: è lecito, ragionevole avere un esercito per difendere le frontiere, perché questo fa onore; come è lecito avere la chiave della porta di casa. Per difesa.

[Stefanie Stahlhofen, Agenzia cic, Germania] Nell’incontro ecumenico a Tallinn lei ha detto che i giovani, di fronte agli scandali sessuali, non vedono una condanna netta da parte della Chiesa cattolica. In Germania, è uscita proprio oggi una nuova inchiesta sugli abusi sessuali e su come la Chiesa ha trattato tanti casi.

Su questo parlerò dopo. Risponderò prima alle domande sul viaggio. Grazie. Questa è la regola. Ma sarà la prima domanda dopo quelle sul viaggio.

[Edvardas Spokas, radio-televisione lituana] In tutti e tre i paesi, lei si è dichiarato a favore dell’apertura: nei riguardi dei migranti e nei riguardi dell’altro. Ma le persone ascoltano questo messaggio?

Il messaggio sull’apertura ai migranti è abbastanza avanti nel vostro popolo, non ci sono forti fuochi populisti, no. Anche l’Estonia e la Lettonia sono popoli aperti che vogliono integrare i migranti, ma non massicciamente, perché non si può, integrarli con la prudenza del governo. Abbiamo parlato di questo con due dei tre capi di Stato, e l’argomento l’hanno toccato loro, non io. E nei discorsi dei Presidenti, lei vedrà che la parola “accoglienza”, “apertura” è frequente. Questo indica una volontà di universalità, nella misura in cui si può, per lo spazio, il lavoro, eccetera; nella misura in cui si possano integrare — questo è molto importante — e nella misura in cui non sia una minaccia contro la propria identità. Sono tre cose che io ho capito sulle migrazioni del popolo. E questo a me ha toccato molto: apertura prudente e ben pensata. Non so se Lei pensa un’altra cosa.

[Edvardas Spokas] La mia domanda riguardava come il suo messaggio sia stato recepito.

Io credo di sì. In questo senso che ho detto. Perché oggi, il problema dei migranti in tutto il mondo — e non solo la migrazione esterna, ma anche interna nei continenti — è un problema grave, non è facile studiarlo. In ogni Paese, in ogni posto, in ogni luogo ha diverse connotazioni.

[Greg Burke] Grazie, Santo Padre; con le domande sul viaggio abbiamo finito.

Benissimo. Vorrei dirvi io qualcosa su alcuni punti del viaggio che ho vissuto con una speciale forza.

Il fatto della vostra storia, della storia dei Paesi baltici: una storia di invasioni, di dittature, di crimini, di deportazioni… Quando ho visitato il Museo, a Vilnius: “museo” è una parola che ci fa pensare al Louvre… No. Quel Museo è un carcere, è un carcere nel quale i detenuti, per ragioni politiche o religiose, venivano portati. E ho visto celle della misura di questo sedile, dove si poteva stare soltanto in piedi, celle di tortura. Ho visto luoghi di tortura dove, con il freddo che c’è in Lituania, portavano i prigionieri nudi e buttavano su di loro acqua, e lì rimanevano per ore e ore, per spezzare la loro resistenza. E poi sono entrato nell’aula, nella sala grande delle esecuzioni. I prigionieri venivano portati lì con la forza e uccisi con un colpo alla nuca; poi fatti uscire su un nastro trasportatore e caricati su un camion che li buttava nella foresta. Più o meno ne ammazzavano quaranta al giorno. Alla fine, sono stati circa quindicimila quelli che sono stati ammazzati lì. Questo fa parte della storia della Lituania, ma anche degli altri Paesi. Quello che ho visto era in Lituania. Poi sono andato nel luogo del Grande Ghetto, dove sono stati uccisi migliaia di ebrei. Poi, nello stesso pomeriggio, sono andato al Monumento alla memoria dei condannati, ammazzati, torturati, deportati. Quel giorno — vi dico la verità — sono rimasto distrutto: mi ha fatto riflettere sulla crudeltà. Ma vi dico che, in base alle informazioni che abbiamo oggi, la crudeltà non è finita. La stessa crudeltà oggi si trova in tanti luoghi di detenzione, oggi si trova in tante carceri; anche la sovrappopolazione di un carcere è un sistema di tortura, un modo di vivere senza dignità. Un carcere, oggi, che non prevede di dare al detenuto una prospettiva di speranza, già è una tortura. Poi abbiamo visto, in televisione, le crudeltà dei terroristi dell’Isis: quel pilota giordano bruciato vivo, quei cristiani copti sgozzati sulla spiaggia della Libia, e tanti altri. Oggi la crudeltà non è finita. Esiste in tutto il mondo. E questo messaggio vorrei darlo a voi, come giornalisti: questo è uno scandalo, un grave scandalo della nostra cultura e della nostra società.

Un’altra cosa che ho visto in questi tre Paesi è l’odio [del passato regime] per la religione, qualunque sia. L’odio. Ho visto un Vescovo gesuita, in Lituania o in Lettonia, non ricordo bene, che è stato deportato in Siberia, dieci anni, poi in un altro campo di concentramento… Adesso è anziano, sorridente… Tanti uomini e donne, per aver difeso la propria fede, che era la loro identità, sono stati torturati e deportati in Siberia, e non sono tornati; o sono stati ammazzati. La fede di questi tre Paesi è grande, è una fede che nasce proprio dal martirio, e questa è una cosa che forse voi avete visto, parlando con la gente, come fate voi giornalisti, per avere notizie del Paese.

Inoltre, questa esperienza di fede così importante ha prodotto un fenomeno singolare, in questi Paesi: una vita ecumenica come non c’è in altri, così generalizzata. C’è un vero ecumenismo: ecumenismo tra luterani, battisti, anglicani e anche ortodossi. Nella cattedrale, ieri, all’incontro ecumenico in Lettonia, a Riga, l’abbiamo visto: una cosa grande; fratelli, vicini, insieme in una sola chiesa…, vicini. L’ecumenismo ha messo radici lì.

Poi, c’è un altro fenomeno in questi Paesi che è importante studiare, e forse voi potrete fare tante cose buone nel vostro mestiere, studiando questo: il fenomeno della trasmissione della cultura, dell’identità e della fede. Di solito, la trasmissione è stata fatta dai nonni. Perché? Perché i papà lavoravano, papà e mamma dovevano lavorare, e dovevano essere inquadrati nel partito — sia nel regime sovietico che in quello nazista — e anche educati all’ateismo. Ma i nonni hanno saputo trasmettere la fede e la cultura. Nel tempo in cui in Lituania era vietato l’uso della lingua lituana, era stata tolta dalle scuole, quando andavano al servizio religioso — sia protestante sia cattolico — prendevano i libri di preghiera per vedere se erano in lingua lituana o in lingua russa o tedesca. E tanti — una generazione, in quell’epoca — hanno imparato la lingua madre dai nonni: erano i nonni che insegnavano a scrivere e a leggere la lingua madre. Questo ci fa pensare, e sarebbe bello qualche articolo, qualche servizio televisivo sulla trasmissione della cultura, della lingua, dell’arte, della fede in momenti di dittatura e di persecuzione. Non si poteva pensare altro, perché tutti i mezzi di comunicazione, che in quel tempo erano pochi — la radio — erano presi dallo Stato. Quando un governo diventa, vuole diventare dittatoriale, la prima cosa che fa è prendere in mano i mezzi di comunicazione.

Queste cose ho voluto sottolinearle.

E adesso, mi riferisco all’incontro di oggi con i giovani. I giovani si scandalizzano: introduco qui la prima domanda che era fuori dal tema del viaggio. I giovani si scandalizzano dell’ipocrisia dei grandi. Si scandalizzano delle guerre, si scandalizzano dell’incoerenza, si scandalizzano della corruzione. E in questo della corruzione entra quello che lei sottolineava, degli abusi sessuali. È vero che c’è un’accusa alla Chiesa, e tutti sappiamo, conosciamo le statistiche, io non le dirò qui. Ma anche se fosse stato un solo prete ad abusare di un bambino, di una bambina, questo sarebbe comunque mostruoso, perché quell’uomo è stato scelto da Dio per portare il bambino al cielo. Io capisco che i giovani si scandalizzino di questa corruzione così grande. Sanno che c’è dappertutto, ma nella Chiesa è più scandaloso, perché si deve portare i bambini a Dio, e non distruggerli. I giovani cercano di farsi strada con l’esperienza. L’incontro con i giovani, oggi, era molto chiaro: loro chiedono ascolto, chiedono ascolto. Non vogliono formule fisse. Non vogliono un accompagnamento direttivo. E la seconda parte di questa domanda, che era la prima al di là del viaggio, era che “la Chiesa non fa le cose come deve in questo, nel pulire questa corruzione”. Prendo il Rapporto della Pennsylvania, per esempio, e vediamo che fino ai primi anni 70 c’erano tanti preti che sono caduti in questa corruzione. Poi, in tempi più recenti, sono diminuiti perché la Chiesa si è accorta che doveva lottare in un altro modo. Nei tempi passati, queste cose si coprivano. Si coprivano anche a casa, quando lo zio violentava la nipotina, quando il papà violentava i figli: si coprivano, perché era una vergogna molto grande. Era il modo di pensare dei secoli scorsi, e del secolo scorso. In questo, c’è un principio che a me aiuta tanto per interpretare la storia: un fatto storico va interpretato con l’ermeneutica dell’epoca nella quale è avvenuto questo fatto, non con un’ermeneutica di oggi. Per esempio: l’indigenismo. Ci sono state tante ingiustizie, tante brutalità. Ma non può essere interpretato con l’ermeneutica di oggi, quando abbiamo un’altra consapevolezza. Un ultimo esempio: la pena di morte. Anche il Vaticano come Stato, quando era Stato Pontificio, aveva la pena di morte; l’ultimo è stato decapitato nel 1870 circa, un criminale, un giovane. Ma poi la coscienza morale cresce, la coscienza morale cresce. È vero che ci sono sempre le scappatoie, ci sono sempre condanne a morte nascoste: tu sei vecchio, dai fastidio, non ti do le medicine…, e poi si dice: “è andato”. È una condanna a morte — sociale — di oggi. Ma credo con questo di avere risposto. La Chiesa: prendo l’esempio della Pennsylvania, guardate le proporzioni e vedete che quando la Chiesa ha incominciato a prendere coscienza di questo, ce l’ha messa tutta. E negli ultimi tempi io ho ricevuto tante, tante condanne emesse dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e ho detto: “Avanti, avanti”. Mai, mai ho firmato, dopo una condanna, una richiesta di grazia. Su questo non si negozia, non c’è negoziato.

[Antonio Pelayo, «Vida nueva» Antena 3, Spagna] Tre giorni fa è stato firmato un Accordo tra la Santa Sede e il governo della Repubblica Popolare Cinese. Può darci qualche informazione supplementare su questo, sul suo contenuto? Cosa risponde all’accusa di avere svenduto la Chiesa al governo comunista di Pechino?

Questo è un processo di anni, un dialogo tra la Commissione vaticana e la Commissione cinese, per sistemare la nomina dei vescovi. L’équipe vaticana ha lavorato tanto. Vorrei fare alcuni nomi: mons. Celli, che con pazienza è andato, ha dialogato, è tornato… anni, anni! Poi, mons. Rota Graziosi, un umile curiale di 72 anni che voleva fare il prete in parrocchia ma è rimasto in Curia per aiutare in questo processo. E poi, il Segretario di Stato, il Cardinale Parolin, che è un uomo molto devoto, ma ha una speciale devozione alla lente: tutti i documenti li studia punto, virgola, accenti… E questo dà a me una sicurezza molto grande. E questa équipe, con queste qualità, è andata avanti. Voi sapete che quando si fa un accordo di pace o un negoziato, ambedue le parti perdono qualcosa, questa è la regola. Ambedue le parti. E si va avanti. Questo processo è andato così: due passi avanti, uno indietro, due avanti, uno indietro…; poi sono passati mesi senza parlarsi, e poi… Sono i tempi di Dio, che assomigliano al tempo cinese: lentamente… Questa è saggezza, la saggezza dei cinesi. Le situazioni dei vescovi che erano in difficoltà sono state studiate caso per caso, e alla fine i dossier sono arrivati sulla mia scrivania e sono stato io il responsabile della firma, nel caso dei vescovi. Per quanto riguarda l’Accordo, sono passate le bozze sulla mia scrivania, si parlava, davo le mie idee, gli altri discutevano e andavano avanti. Penso alla resistenza, ai cattolici che hanno sofferto: è vero, loro soffriranno. Sempre in un accordo c’è sofferenza. Ma loro hanno una grande fede e scrivono, fanno arrivare messaggi, affermando che quello che la Santa Sede, che Pietro dice, è quello che dice Gesù: cioè la fede “martiriale” di questa gente oggi va avanti. Sono dei grandi. E l’Accordo l’ho firmato io, le Lettere Plenipotenziarie per firmare quell’Accordo. Io sono il responsabile. Gli altri, che ho nominato, hanno lavorato per più di dieci anni. Non è un’improvvisazione: è un cammino, un vero cammino.

E poi, un aneddoto semplice e un dato storico, due cose prima di finire. Quando c’è stato quel famoso comunicato di un ex Nunzio Apostolico, gli episcopati del mondo mi hanno scritto dicendo che si sentivano vicini, che pregavano per me; anche i fedeli cinesi hanno scritto, e la firma di questo scritto era del vescovo — diciamo così — della Chiesa tradizionale cattolica e del vescovo della Chiesa patriottica: insieme, tutt’e due, e i fedeli di tutt’e due le Chiese. Per me, questo è stato un segno di Dio. E la seconda cosa: noi dimentichiamo che in America Latina — grazie a Dio questo è superato! — dimentichiamo che per 350 anni erano i re del Portogallo e della Spagna a nominare i vescovi. E il Papa dava soltanto la giurisdizione. Dimentichiamo il caso dell’Impero austroungarico: Maria Teresa si è stancata di firmare nomine di vescovi, e dava la giurisdizione al Vaticano. Altre epoche, grazie a Dio, che non si ripetano! Ma il caso attuale non è per la nomina: è un dialogo sugli eventuali candidati. La cosa si fa in dialogo. Ma la nomina è di Roma; la nomina è del Papa, questo è chiaro. E preghiamo per le sofferenze di alcuni che non capiscono o che hanno alle spalle tanti anni di clandestinità.

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20 marzo 2019

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