Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Un bellissimo azzardo

La celebrazione del sinodo sulla famiglia è un’opportunità straordinaria per approfondire la recezione della rivelazione e arricchire la trasmissione della dottrina. Non potremo farlo, però, con la cura che ci è richiesta, senza porci una domanda di fondo: la nostra comprensione delle trasformazioni culturali avvenute, nel campo della cultura della sessualità e della famiglia è realmente all’altezza del discernimento richiesto della sapienza cristiana che la Chiesa può e deve offrire? Molti credenti lamentano di non sentirsi compresi, essi stessi, nelle parole e nei toni della predicazione cristiana. Molti lamentano un difetto di comprensione, e quasi una mancanza di amore, per la comune condizione umana. L’immagine evangelica dell’insegnamento e l’azione del Signore, che pure hanno conosciuto attraverso la Chiesa, appare oscurata. Questa percezione di lontananza va seriamente analizzata, con l’intelligenza e l’affetto del buon pastore, capace di ascoltare e di comprendere, per farsi ascoltare e seguire l’indicazione evangelica. 

Ben Crowder, «Family art» (2012)

C’è bisogno di trovare parole e azioni che portino la verità del vangelo nella condizione umana di questo tempo. Parole e azioni che siano all’altezza delle forme effettive della vita e dell’esperienza in cui gli uomini e le donne del nostro tempo si trovano a fare le loro scelte, nell’ambito degli affetti, dei legami, della famiglia. Lo scarto, infatti, ha qualcosa di paradossale. Nella sua realtà vissuta e condivisa la Chiesa non è certo estranea all’esperienza umana più comune. Potremmo anzi dire che la sua prossimità alla condizione familiare degli affetti e dei legami è oggi pressoché unica, fra le istituzioni di riferimento per le comunità umane. Si tratta del resto di una realtà riconosciuta: che appare ancora più diffusamente percepita in questo momento di crisi. È vero però che il linguaggio ecclesiastico corrente appare talora troppo schematico e comunque insufficiente a dare il senso del suo rapporto con la realtà. La Chiesa, in altri termini, sul piano dei fondamentali della vita comune, fa di più e di meglio di quanto le sue stesse parole e formule non sappiano attualmente comunicare. Mettiamo pure in conto le deformazioni dei media e i pregiudizi dell’opinione secolarizzata, che non aiutano la trasparenza della recezione. La necessità di sviluppare un’intelligenza più ampia della parola di Dio sulla vita dell’uomo, però, rimane fuori discussione. Ed è preciso compito nostro non accontentarci della pigra ripetizione di formule teologiche convenzionali e astratte, che incoraggia poi l’arbitrio di soluzioni pastorali improvvisate e arbitrarie. L’elaborazione della dottrina e della prassi va condotta nel solco della loro limpida armonizzazione. Il kairos attuale stimola a porre deciso rimedio a questo scarto, nella convinzione che nella Chiesa non manchino né la sapienza né la generosità necessaria per un nuovo slancio di evangelizzazione e di azione pastorale.

La parola del Signore è chiara e ci sostiene: «Per questo, ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Matteo, 13, 52). L’urgenza è dunque obiettiva, non ideologica: rispetto alle epoche precedenti, il fatto nuovo è che la famiglia non va più da sé. La cultura del mondo non le è favorevole. Nello stesso tempo, con ogni evidenza, l’assetto della condizione familiare appare come il punto di snodo cruciale per gli assetti futuri della stessa società umana. Tralasciando di ripetere gli elementi fondamentali della dottrina cristiana del sacramento, mi fermo solamente a esporre alcuni nuclei di elaborazione della sua originalità antropologica strettamente connessi alla forma cristiana. È ovvio che si tratterà poi di approfondire ed esplicitare tutte le necessarie implicazioni, di fatto molto trascurate, di questo rapporto — assolutamente tradizionale, nella dottrina — fra l’aspetto creaturale del legame e quello cristiano del sacramento. Una certa separazione dei registri in cui la Chiesa stessa ha operato discernimenti e precisazioni (teologia, canonistica, pastorale), chiede di essere, come minimo, organicamente chiarita e ricomposta. In quanto destinatario ed erede dell’alleanza creaturale di Dio, il legame coniugale e generativo dell’uomo e della donna è confermato nel suo rigore, e riconsegnato nella sua purezza da un’esplicita parola del Signore. «L’uomo non separi ciò che Dio ha unito» (Matteo, 19, 6 e paralleli). Nella consegna di questa parola ai discepoli, il vincolo dell’alleanza coniugale-generativa è per ciò stesso assunto nell’economia evangelica-cristologica definitiva dell’alleanza creaturale dell’uomo e della donna con Dio. La compiuta esplicitazione di questa potenza di purificazione e di riscatto appare nella celebre formula di Efesini, 5, 32, che enfatizza la rilevanza di questo mistero creaturale dell’uomo e della donna «per riguardo a Cristo e alla Chiesa». La tradizione apostolica ha pienamente riconosciuto la portata antignostica — antropologica e teologica — di questo pronunciamento, che apre la strada alla sua interpretazione e attuazione come vero sacramento ecclesiale della grazia, e non come semplice premessa naturale o simbolo esteriore della nuova alleanza. Questo legame, dunque, è sacro fin dalla sua origine creaturale: ed è ciò che Gesù stesso ribadisce autorevolmente. In più, la dottrina della creazione è in grado di illustrare, con tutta la precisione e l’ampiezza desiderabili, che la coppia umana dell’uomo e della donna è il principio di ogni umanesimo della storia e di ogni umanizzazione del mondo. Dunque, il suo riconoscimento e la sua protezione, in ogni popolo e tribù, in ogni nazione e religione, è un compito sacrosanto. La fede cristiana in questa alleanza primordiale (e fondante) deve sentirsi impegnata nella riabilitazione intelligente del suo umanesimo e della sua benedizione. Essa non è ancora il sacramento della testimonianza ecclesiale della fede, ma è certamente una testimonianza essenziale del bene che in quel sacramento è custodito. La storia del mondo, e la storia della sua salvezza, camminano sulle gambe di questa alleanza di Dio con l’uomo e la donna. Dove essa è attiva e feconda, l’umanesimo cresce e la promessa custodita dalla fede viene sostenuta e onorata. Dove quell’alleanza si sfalda, l’umanesimo si arresta, e la promessa della fede viene mortificata. La consegna dell’amore umano dell’uomo e della donna alla fede nel Figlio redentore e nello Spirito dell’agape di Dio che rinnova tutte le cose, attesta il carattere irrevocabile dell’alleanza creaturale. E la rende capace di irradiare la concreta evidenza della grazia che ci salva: anche quando ci scopriamo deboli e vulnerabili, peccatori e incapaci, sopraffatti dalla nostra debolezza e traditi dalla nostra stessa infedeltà. La dottrina rivelata della creazione non è dunque una semplice deduzione razionale, che attiene alla natura umana così come la concepiscono le scienze biologiche o l’astrazione filosofica, nella cornice di una pregiudiziale separazione della verità della creazione dall’economia della grazia (difetto dal quale, del resto, neppure la teologia è rimasta sempre immune). Una più approfondita teologia del matrimonio, in questa luce, dovrebbe riconoscere più chiaramente che l’unione coniugale-generativa dell’uomo e della donna entra comunque nella sfera dell’originaria benedizione di Dio. In altri termini, questa benedizione creaturale non è in se stessa estranea, né tanto meno alternativa, rispetto alla grazia della (sua) radicale redenzione cristologica e della (sua) compiuta integrazione ecclesiale. La serietà di questa obiettiva approssimazione al sacramento andrebbe forse più coerentemente riconosciuta. Ma al tempo stesso, non dovrebbe neppure essere astrattamente iscritta in una sorta di automatismo giuridico del sacramento. L’alleanza creaturale dell’uomo e della donna, nella serietà del suo impegno generativo e familiare, non ha motivo di essere cristianamente disprezzata e ripudiata: anche là dove essa rimanga soggettivamente e/o congiunturalmente in una condizione di distanza temporale, o in uno stato di virtuale approssimazione, rispetto alla celebrazione cristiana del sacramento. In tale prospettiva si muove la relazione finale del sinodo straordinario. Si potrebbe dire che Dio non fa eccezione di famiglia: lo Spirito raccoglie i vagiti della creatura e la Chiesa deve essere generosa nel confermare la grazia ricevuta e la salvezza destinata, pur annunciando l’appello alla fede che deve indirizzarla al suo compimento nella riconoscenza e nella testimonianza della fede. La garanzia istituzionale di una seria forma civile, o di una collaudata forma consuetudinaria, dovrebbe poter essere apprezzata come oggettivamente convergente con la bontà del sacramento primordiale consegnato con la creazione (e confermato anche nella condizione decaduta). Oggi poi, nel momento in cui la coppia uomo-donna configura una vera e propria questione antropologica, sembra profilarsi una specifica opportunità di riconoscere e sostenere comunque la bontà della forma coniugale-familiare dell’uomo e della donna, quando essa sia orientata secondo il comandamento di Dio. Nel momento in cui l’uomo e la donna volessero riscoprire la loro fede personale, e fossero pronti a farlo, la Chiesa ha naturalmente la facoltà e l’obbligo di accertarne le condizioni e di sostenerne il compimento. Non c’è dubbio che una migliore trasparenza di questa articolazione fra alleanza creaturale e sacramento ecclesiale, sarebbe in grado di dissolvere molti pregiudizi e molti ostacoli che oscurano l’appello alla qualità della fede cristiana, che chiama al pieno compimento e alla generosa testimonianza del sacramento ecclesiale. Si deve pur comprendere che la decisione personale e di coppia, circa il grado di coinvolgimento testimoniale-ecclesiale con la fede cristiana, è tema più profondo e più ampio, che non si può risolvere con pochi incontri prematrimoniali, magari stipati di istruzioni sulla regolazione delle nascite e di commenti poetici al Cantico dei cantici. Proviamo ad allargare l’orizzonte, dunque. E facciamo qualche esempio. «Il seme di lei ti schiaccerà il capo» (Genesi, 3, 15). Pensiamo però a quale bellezza e a quale forza potrebbe arrivare, nel frattempo, una parola cristiana della fede che rilanciasse il nesso fra l’alleanza creaturale di Dio e il mistero del seme, della donna, della generazione, della trasmissione dell’umano e del senso del divino che sono iscritti nell’universale esperienza dell’essere figlio. Questo tema è stato molto esplorato riguardo all’eredità del peccato, ma totalmente disatteso riguardo all’eredità della salvezza. Incominciando proprio da quel nato «da donna» ridotto alla nascita «nel peccato», invece che predicato come il modo in cui Dio ha deciso di «dare la vita» umana al Figlio che vince il male per «ogni uomo che viene in questo mondo». Se dovessimo svolgere questa implicazione dovremmo incominciare proprio di qui: dalla rivelazione del maltrattato capitolo 3 del libro della Genesi. La grazia e la salvezza passano di lì, dal grembo della donna. Abbiamo una teologia e un’antropologia della grazia all’altezza di questa rivelazione? Se l’avessimo, un grosso e bellissimo capitolo di teologia del matrimonio, dove il nesso della salvezza e del nascere da donna sarebbero centrali, sarebbe a disposizione. Ma a questo punto, non sarebbe più soltanto una teologia del matrimonio: sarebbe anche una cristologia e un’ecclesiologia, in cui il grembo della donna — tanto per cominciare — sarebbe un luogo teologico. E ancora. «Non separare ciò che Dio ha unito». La parola del Signore si riferisce direttamente al vincolo dell’uomo e della donna, nel contesto di una discussione sull’interpretazione della tradizione a proposito del ripudio. Nondimeno, soprattutto se si tiene conto del contesto della rivelazione genesiaca evocata da Gesù («all’inizio»), non sembra affatto improprio estendere e approfondire la pertinenza di questa parola nei confronti dell’intera trama dei rapporti implicati nell’atto creatore di Dio. Non solo uomo e donna non vanno separati, ma anche differenza sessuale e socializzazione umana, unione familiare e lavoro della vita, governo del mondo e custodia del creato. Dio ha pensato questi elementi nella bellezza della loro unione, e li ha affidati all’alleanza dell’uomo e della donna. Dove l’intima profondità di questi nessi — che sono biologici e psichici, come anche spirituali e sociali — si perde o viene violata, l’intera ricchezza dell’atto di «dare la vita», nell’armonia delle sue molte componenti, è destinata a vanificarsi nella coscienza collettiva. E come potremo sostenere l’intero ordine degli affetti umani, che proprio dalla potenza di questa alleanza generativa trae forme e forze, linguaggi e conoscenza? L’unione dell’uomo e della donna è una grammatica elementare dell’umano, la cui decifrazione è alla portata di tutti. Ma è anche sintassi complessa, piena di incanti e di enigmi che ci superano, e che vanno esplorati e riconosciuti con delicatezza e rispetto. Il richiamo al rigore dell’impianto personalistico, che chiede unicità e fedeltà del rapporto, insieme con la sua irrevocabilità di evento che cambia la vita per sempre, ha impressionato gli stessi discepoli di Gesù. «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra» (Genesi, 1, 28). L’alleanza coniugale e generativa — fisica e spirituale — andrà restituita alla sua alta vocazione, non surrogabile da nessun’altra alleanza d’amore, della quale una nuova cultura dovrà sviluppare la potenza e la fecondità. La nostra infatti è diventata sterile, non per caso, sui due fronti del legame sociale: quello generativo e quello simbolico. La complicità di uomo e donna è discriminante per la riuscita dell’intera storia del legame umano con il mondo creato: la signoria delle cose, lo sviluppo del sapere, la cultura del lavoro, l’istituzione della giustizia, la riparazione della terra, l’armonia dell’habitat, dipendono dalla loro complicità. L’uomo viene a sapere troppo poco dell’umano, senza la donna. E la donna viene a sapere troppo poco dell’umano, senza l’uomo. Il mistero dell’umano si trasmette solo nell’alleanza dei due. È in questo orizzonte che si gioca la nuova vocazione e missione della famiglia, oggi: sia nella Chiesa, sia nel mondo. Come la fede, il sacramento non è cosa che si possa imporre. Il comandamento divino dell’amore, infatti, è altra cosa: è l’autorizzazione di un azzardo, del quale nessuno si sentirebbe all’altezza, confidando solo nelle sue forze. La grazia del sacramento non è una benedizione ornamentale, è una forza efficace. L’uomo e la donna che si dispongono ad accogliere la sfida di una durevole alleanza coniugale e familiare sono perciò degni di ogni ammirazione e di ogni onore. La stessa Chiesa, come del resto l’intera comunità civile, dovranno restituire molto di più, per quello che ogni giorno, da sempre, ne ricevono.

di Vincenzo Paglia

L’arcivescovo Vincenzo Paglia (1945) è presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia. Laureato in teologia e in pedagogia, ordinato sacerdote il 15 marzo 1970, nel 2002 è stato nominato dalla Santa Sede presidente della Federazione biblica cattolica internazionale. Primo prete ad aver avuto il permesso di entrare in Albania prima ancora delle prime elezioni libere del marzo 1991, è postulatore della causa di beatificazione dell'arcivescovo di San Salvador Óscar Arnulfo Romero. Il suo libro più recente è «Storia della povertà».

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 aprile 2019

NOTIZIE CORRELATE