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Un barnabita
nel cuore di Kabul

· Intervista con il superiore della missione “sui iuris” in Afghanistan ·

Vista dall’interno del complesso dell’ambasciata italiana di Kabul, l’unica cappella cattolica dell’intero Afghanistan assomiglia a una chiesa di una quieta periferia cittadina. Siamo invece all’interno della green zone della capitale afghana. Qui, ci si muove tra check-point e mura di cinta contornate da filo spinato che si susseguono, a proteggere ambasciate senza bandiera, per renderne più difficile l’identificazione a potenziali attentatori. Una barriera rispetto al mondo reale che pesa su chi vive all’interno della cittadella, sottoposto a rigide regole di sicurezza. 

Tra questi anche colui che dal 2015 guida, come superiore ecclesiastico, la missione sui iuris dell’Afghanistan, il padre barnabita Giovanni Scalese. È qui che lo incontriamo. Qui, dove in fondo è cominciata, quasi un secolo fa, la storia della presenza cattolica nel paese, come racconta lo stesso padre Scalese: «L’Afghanistan è indipendente dal 1919. Il primo re, Amanullah Khan, che era molto aperto e veniva considerato filo-occidentale, aveva intenzione di ammodernare e sviluppare il paese. Chiamò così molti tecnici stranieri. Alcuni erano cattolici e domandarono la presenza di un sacerdote per assisterli spiritualmente. Il re fu d’accordo a condizione che il religioso rimanesse all’interno della legazione italiana. L’Italia era stato, infatti, il primo paese europeo a riconoscere l’indipendenza dell’Afghanistan. Nel 1932 si diede seguito alla richiesta e Papa Pio XI nominò il primo cappellano dell’ambasciata d’Italia, padre Egidio Caspani, anch’egli barnabita. Da allora, si sono susseguiti una serie di cappellani, l’ultimo dei quali è stato padre Giuseppe Moretti che nel 1994 è stato costretto a lasciare il paese a causa della guerra civile. Una bomba cadde sull’ambasciata e padre Moretti rimase ferito. È seguito poi il periodo talebano durante il quale non è rimasto più alcun sacerdote. Tuttavia, la presenza cattolica è stata assicurata dalla comunità delle piccole sorelle di Gesù di Charles de Foucauld, che, va detto, non sono mai state disturbate nella loro azione di aiuto ai più bisognosi. Nel 2002, dopo la caduta del regime talebano, Giovanni Paolo ii ha istituito la missio sui iuris dell’Afghanistan e ha nominato come primo superiore ecclesiastico della missione lo stesso padre Moretti, mio predecessore, in carica fino alla fine del 2014».

Padre Scalese, non sente il peso delle mura di cinta e delle ferree regole di sicurezza che, in periodi di rischio attentati come quello attuale, la separano dalla quotidianità della gente di Kabul?

La green zone, nel tempo, è diventata una cittadella e le ambasciate delle vere e proprie fortezze con la motivazione, giustificata, di proteggersi da possibili attentati. Tuttavia, non si è al riparo neppure qui, come azioni, anche recenti, hanno purtroppo dimostrato. Talvolta può sopraggiungere un po’ di sconforto, magari quando, per vari motivi, la chiesa la domenica è vuota perché i fedeli non sono potuti venire. La verità però è che non si è qui per fare numero. Ci fosse anche un solo fedele cattolico, dovere del sacerdote è quello di testimoniare la parola di Dio. Ha un senso anche per i non cattolici, per tutti gli afghani. Non a caso, lo scorso 13 ottobre, centenario dell’ultima apparizione della Madonna di Fátima, abbiamo consacrato non soltanto la missione, ma l’intero Afghanistan al cuore immacolato di Maria.

Come si misura la presenza cattolica in Afghanistan?

Non vi sono cattolici tra la popolazione afghana. La mia presenza qui è al servizio degli espatriati cattolici presenti nel paese. Il loro numero è variabile, come lo è quello delle assegnazioni diplomatiche. Ci sono poi i militari, che però hanno i loro cappellani. Proprio dai soldati italiani è giunta la richiesta di una messa in italiano, che io celebro ogni sabato. Di fatto, gli unici cattolici stabilmente presenti in Afghanistan sono le suore, il cui numero peraltro, con la partenza delle piccole sorelle di Gesù l’anno passato, è ulteriormente diminuito. Quella delle suore è una presenza preziosa. Le due comunità attualmente in Afghanistan sono quelle delle missionarie della carità di madre Teresa e quella intercongregazionale che fa capo alla onlus Pro bambini di Kabul, fondata nel 2004 da un sacerdote guanelliano, don Giulio Noseda, a seguito dell’appello di Giovanni Paolo ii a favore dei più piccoli. In entrambi i casi, le suore sono impegnate a favore di bambini disabili e abbandonati, quelli che si potrebbero definire gli “scarti” della società afghana. Bambini rifiutati. Per alcuni potrebbe forse sembrare tempo sprecato. Dal punto di vista cristiano, in realtà, è quanto di più importante si possa fare. Tanto che le autorità afghane vorrebbero l’apertura di nuove scuole, come quella creata dalla Pro bambini di Kabul, che assiste e prepara i bambini disabili in vista del loro futuro inserimento nelle scuole pubbliche del paese e, in prospettiva, a dar loro un posto e un’identità nella società.

In ottobre sono previste le elezioni legislative, mentre nel 2019 si voterà per il nuovo presidente. I recenti attentati non aiutano di certo la popolazione a recuperare fiducia e serenità. Qual è, a suo giudizio, la probabilità che si arrivi a una pacificazione duratura?

La speranza è l’ultima a morire. Io in genere sono portato a essere ottimista. Recentemente ci sono stati alcuni segnali positivi sia da parte dei talebani che hanno proposto agli Stati Uniti dei colloqui, sia da parte del governo che ha offerto ai talebani un negoziato. Non possiamo quindi dire che non vi sia speranza alcuna. Purtroppo, però, quando accadono attentati come quelli a cui abbiamo assistito di recente, tutto sembra essere messo di nuovo in discussione. Molto dipende dalle grandi potenze. Un accordo tra loro agevolerebbe il raggiungimento di un compromesso anche tra le fazioni interne. Di sicuro c’è che nessuna delle parti in causa è in grado di prevalere sull’altra, quindi, necessariamente, prima o poi bisognerà arrivare a un accordo.

di Lucas Duran

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