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Un azzardo ancora da interpretare

· È morto il poeta Andrea Zanzotto ·

«Braci e spine premono intorno, / le candele / alzano mura di marmo, / sotto le mense / muto splendido cane è la morte». Non ricordo per nessun altro poeta, se non proprio per Andrea Zanzotto, scomparso il 18 ottobre a novant’anni, una maggior difficoltà di reperto in tutta l’opera di un cenno alla morte.

Non che Zanzotto fosse abbarbicato alla vita, ma nella sua laica religione dell’esserci aveva dato ogni spazio possibile all’esistenziale divenire eracliteo, insidiato ma non vinto da quel nulla che Gorgia avrebbe di lì a poco immesso nella sofistica occidentale. Da Zanzotto si evince un concetto di morte antropologica, se è vero che crea in un’atmosfera di tramonto di civiltà e con le immagini e i colori di un decadimento globale. Lui chiude la sua vita chiudendo un’epoca, fondatore, modello e traguardo d’una poesia definibile come abissale, aggressiva e devastante ricerca di un’uscita di sicurezza dalla storia e da un babelico accumulo culturale; dalla lingua, dai lussureggianti consumi e da un sordido scempio planetario.

Nato a Pieve di Soligo (Treviso) nel 1921, da padre pittore e madre casalinga, Zanzotto a sedici anni è maestro, nel 1938 dà la maturità classica, dopo poco si laurea in lettere a Padova con una tesi sulla Deledda. Insegna, ma c’è la guerra, che lui fa dalla parte della Resistenza. La poesia, benché consostanziale, sboccia ufficialmente nel 1950, col premio San Babila (giurati Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sereni e Sinisgalli); in realtà un po’ prima, nel 1945, avallata da Alfonso Gatto. D’ora in avanti i suoi libri sono la sua vita, a cominciare (1951) da Dietro il paesaggio , Elegia e altri versi, Vocativo ed Ecloghe , per continuare con le prose di Sull’altopiano e, di nuovo, con le raccolte di La beltà , Gli sguardi, i fatti e senhal , Pasque , Filò e Galateo in bosco , iniziale titolo di una trilogia che dovrà attendere anni per essere compiuta, prima con Fosfeni , poi con Idioma . Nuova pausa, decennale stavolta, ed ecco Meteo e Sovrimpressioni . La bibliografia creativa ha un altro arresto, ma il poeta lavora sodo: Ferita e farmaco , Viaggio musicale , In questo progresso scorsoio e Conglomerati , ne sono la prova nonostante l’età (siamo ormai giunti al 2009). Libri come vita, dunque, qui elencati come tappe di una biografia, dal momento che Zanzotto ha vissuto tanto quanto ha scritto, senza mai muoversi da Soligo. «Partendo da Quartier di Piave, dove abito, se mi sposto di pochi chilometri non riesco più a pensare una poesia».

Infinita, invece, era stata la sua geografia formativa: Hölderlin, Rimbaud, Lorca, Èluard; i surrealisti, gli ermetici, Ungaretti. A monte però, avevano vigilato Virgilio e Orazio, Dante, Petrarca e Leopardi, mentre per altre corde nel cerchio della sua creatività erano via via confluite opere e operazioni di logica, matematica, economia; semiologia, sociologia, psicanalisi. Ma Zanzotto poeta, se non è stato proprio un mistero per quelle centinaia di critici, giornalisti e recensori che lo hanno sottoposto ai microscopi dei loro giudizi, è per lo meno rimasto un personaggio di ardua definizione. Improntata a tensione emotiva e mentale, attraversata da folta stratificazione culturale e costruita attorno a un’idea di linguaggio come perno centrale dell’esperienza umana, la poesia di Zanzotto ha rappresentato la profonda e progressiva dissoluzione del mondo, della ragione, dell’io. Sprovvisto di qualunque certezza, ma anche adoperandosi lui stesso a destabilizzare verso e parola, logica e sintassi, Zanzotto ha posto tutte le possibili domande negando tutte le possibili risposte.

Non v’è dubbio che tra infelici smagliature storiche, crimini d’ogni sorta e furenti vanità, tempo e mondo stanno precipitando verso il buco nero del nulla, della fine materiale e morale. Non v’è dubbio che se c’è un linguaggio d’immagini o di parole in grado di esprimere tale annientante clinamen che l’avventura umana ha oggi imboccato, questo non possa essere una convenzione di parole, di intenti, di princìpi. Ma nemmeno una mimesi linguistica, drammatica, sanguinante, del pianeta ridotto a relitto, della dissoluzione dell’io e della vita tutta come enigma, può toglierci dalla diveniente apocalisse o riportare alcunché al suo nido naturale, al linguaggio dell’anima, dello spirito. Allora anche l’esemplare, l’emblematica, celebrata poesia di Zanzotto, avrebbe dovuto uscire dalla vertigine verbale che la incarta per dare un punto di riferimento alle titaniche ma inevase domande dell’ora. Mentre a me pare che abbia scelto di accamparsi in una dodecafonia di «significandi» (termini avviati sulla strada del significato ma che al significato non giungono), optando per uno tsunamico altomare sintattico (e talora grammaticale), nel nobile intento di contrastare il non senso istituzionalizzato, o precostituito, del nostro tempo.

Consentendo all’impossibilità del dire, Zanzotto attesta che non c’è nulla al mondo che il mondo non sia riuscito a vanificare, smarrire, ostacolare. Nulla che lo sfascio singolo e sociale possa lasciare in eredità. Qualcuno ha parlato di nichilismo linguistico, ma forse è troppo. A me è venuto in mente Nietzsche: «non ci sbarazzeremo mai di Dio se prima non ci sbarazzeremo della grammatica». Non sto facendo paragoni: non sto dicendo che Zanzotto, prima staccando le parole dalle cose, poi le parole da loro stesse, abbia perseguito qualche analoga intenzione. Il suo azzardo è ancora da interpretare, nonostante centinaia di interventi.

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18 settembre 2019

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