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Un avvenimento straordinario e universale

· Il cardinale Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, parla della beatificazione di Giovanni Paolo II ·

Un evento straordinario e universale, che coinvolge non solo la Chiesa ma il mondo intero. Il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, parla così della beatificazione di Giovanni Paolo II. In questa intervista al nostro giornale il porporato sottolinea gli aspetti della santità di Papa Wojtyła e afferma che subito dopo la beatificazione si metteranno in moto le procedure per il processo di canonizzazione. Anche tenendo conto — aggiunge — del fatto che ogni giorno continuano ad arrivare notizie di grazie ottenute attraverso l’intercessione del Pontefice polacco.

Perché la beatificazione di Giovanni Paolo II si può definire un evento straordinario?

È un evento straordinario che interessa e commuove non solo la Chiesa ma il mondo intero. Si tratta della glorificazione di un Papa che ha riempito della sua figura la seconda metà del secolo scorso e gli inizi di questo millennio.

Il nuovo beato avrà un culto universale?

La beatificazione di per sé permetterebbe solo un culto locale. Per quanto riguarda Giovanni Paolo II c’è la possibilità, facendone richiesta, di poter celebrare la sua festa liturgica anche fuori di Roma. Questo perché la fama di santità e di miracoli di Papa Wojtyła è talmente diffusa nella Chiesa intera che non si poteva non concedere questa deroga alla regola generale.

Qual è il filo conduttore che, a suo giudizio, attraversa e caratterizza il pontificato di Karol Wojtyła?

È lo slancio, l’entusiasmo spirituale di testimoniare la presenza di Dio nella storia dell’umanità e di far conoscere Gesù Cristo a tutto il mondo. Si pensi all’attualissima, ancora oggi, enciclica Redemptoris missio , con la coraggiosa proclamazione di Cristo salvatore universale. I numerosissimi viaggi apostolici di Papa Wojtyła non erano altro che vere e proprie missioni ad gentes per annunciare Cristo e il suo Vangelo di verità e di bontà a tutte le genti, anche a quelle che ancora non lo conoscono.

Si può individuare un «centro» nel suo magistero pontificio?

Il centro è Gesù Cristo, Signore dell’universo e della storia. Attorno a questa salda realtà cristocentrica si annodano poi tutti gli altri elementi del suo magistero pontificio. Prima di tutto, la sua devozione mariana, che profluisce da questo grande entusiasmo per Cristo. Non a caso, nell’enciclica Redemptoris mater, la Madonna viene presentata come fedele ed efficace mediatrice e cooperatrice del Figlio, a favore dell’umanità. Ancora attorno a Cristo, come rami sul tronco, vengono innestate le altre realtà della fede cristiana, come la dottrina trinitaria, la teologia morale, la catechesi, la spiritualità, l’escatologia, il diritto, la liturgia.

Cosa dire ancora della nota mariana?

La nota mariana del magistero di Papa Wojtyła si accentuò dopo lo scampato pericolo dell’attentato del 13 maggio 1981, che costituì il punto di partenza di un pontificato maggiormente avvertito come sostenuto dalla vicinanza materna di Maria, protettrice da sempre della sua esistenza con il suo motto Totus tuus .

È stato anche il Papa della «Salvifici doloris».

Diciamo che, soprattutto con i suoi ultimi anni di malattia, Papa Wojtyła ci ha lasciato un’autentica catechesi vivente sul significato salvifico della sofferenza. Una catechesi non predicata, ma vissuta. Tutto il mondo l’ha capita. È nato anche da ciò il grande fascino che Giovanni Paolo II ha esercitato alla fine della sua vita. Negli ultimi mesi non aveva più voce, ma parlava in modo eloquente con il corpo umiliato dalla malattia e offerto come sacrificio al Signore. Questo è rimasto talmente impresso nel popolo di Dio che dalla sua morte ha avuto inizio quel pellegrinaggio ininterrotto alla sua tomba, che ancora adesso continua. Niente ha fermato la devozione dei fedeli. Perfino nelle giornate fredde e piovose, c’è sempre una lunga fila di persone che attendono pazientemente di andare a pregare sulla sua tomba nelle Grotte Vaticane.

Qual è la sua eredità principale?

Ne sottolineerei due: la prima missionaria, la seconda spirituale. Anzitutto, Papa Wojtyła ha educato i fedeli a essere coraggiosi nel vivere la fede, ma anche nel proclamare la loro identità, senza aver paura di testimoniare e annunciare Cristo a chi crede — anche di questo c’è oggi bisogno — e a chi non crede. Con i suoi viaggi anche in terre tradizionalmente cristiane Papa Wojtyła è stato soprattutto un missionario. Ma è stato anche — e questa è la seconda eredità — un grande mistico, un gigante della fede. Era un adoratore del Dio Trinità attraverso l’Eucaristia. I cristiani di oggi, che spesso sono distratti e superficiali, dovrebbero imparare da lui a pregare, ad adorare e a essere più ricchi interiormente.

Esiste la possibilità di arrivare in tempi brevi alla sua canonizzazione?

Credo di sì. Subito dopo la beatificazione, la postulazione attuerà una cernita e una valutazione delle grazie e dei favori, che fedeli di tutto il mondo ottengono per intercessione di Giovanni Paolo II. Si passerà, quindi a preparare la documentazione necessaria. Giunto in Congregazione, il dossier seguirà i passaggi obbligati della procedura canonica prevista. Anzitutto, ci sarà il controllo dei medici o dei tecnici, a seconda che si tratti di una guarigione o di uno scampato pericolo o altro. Poi c’è un secondo passaggio che riguarda i consultori teologi, che devono verificare la corrispondenza tra causa ed effetto, tra la preghiera di domanda di intercessione al beato e l’effetto di guarigione o di scampato pericolo. Si passa, quindi, alla seduta ordinaria dei membri cardinali e vescovi della Congregazione, per il loro voto definitivo sul miracolo. Infine, il prefetto viene ricevuto in udienza particolare dal Papa, il quale autorizzerà la pubblicazione del decreto sul miracolo. Una volta conclusa questa fase, in un concistoro pubblico il Pontefice annuncia anche la data della canonizzazione.

Ci sono già segnalazioni di altri presunti miracoli avvenuti grazie all’intercessione di Karol Wojtyła?

Devo dire che ogni giorno arrivano a noi notizie di grazie ottenute mediante la sua intercessione. Naturalmente le trasmettiamo alla postulazione, perché non siamo noi che raccogliamo questa documentazione. È la postulazione che fa la cernita. La gente molte volte ignora questi passaggi. Proprio in questi giorni leggevo di un libro in cui una scrittrice testimonia di un presunto miracolo ottenuto grazie a Papa Wojtyła per il suo figlio di nove anni. Nel libro vengono anche raccolti tutti gli altri miracoli avvenuti mediante l’intercessione dei santi e dei beati glorificati durante il suo pontificato. È importante questa riflessione «allargata», perché la missione di questo Papa è stata anche quella di valorizzare la santità presente in vario modo nella Chiesa cattolica. Ha infatti beatificato più di mille servi di Dio, compresi alcuni gruppi abbastanza consistenti di martiri, e canonizzato circa cinquecento santi. Tutto ciò implica una molteplicità di grazie e di miracoli, che hanno praticamente inondato la Chiesa di favori celesti. È una specie di effusione di grazie, che si espande sulla Chiesa e sul mondo — non solo sui cattolici — ottenuta attraverso l’opera di questa schiera di beati e di santi. Da questo punto di vista, si può vedere il Papa come una sorta di «fontana» di bene per tutti.

Lo stesso Giovanni Paolo II è intervenuto per semplificare le procedure dell’iter di canonizzazione della congregazione. Era necessario un aggiornamento?

La legislazione canonica cerca sempre di snellire le procedure. Dalle migliaia di cause in corso emerge l’esigenza di giungere con sollecitudine al loro buon esito. Sono le cosiddette raccomandazioni, che per noi sono importanti, perché mostrano che la causa è viva e gli attori sono interessati al buon fine della stessa. Questo non significa che l’iter vada avanti con fretta superficiale e senza i dovuti criteri di professionalità. Vuol dire, invece, che è viva la fama di santità e di miracoli di un servo di Dio, e che una causa viene tolta in un certo senso dal dimenticatoio e viene avviata al traguardo sperato. Per noi è importante che gli attori si facciano presenti e tengano viva la causa mediante il colloquio continuo con la Congregazione delle Cause dei Santi, direttamente o attraverso i postulatori. Sono molto contento quando i superiori generali o i vescovi vengono a sollecitare la loro causa, perché fanno capire che le congregazioni religiose o le diocesi sono coinvolte e interessate. Ripeto, le sollecitazioni per noi sono importanti, direi addirittura indispensabili, perché ci fanno capire che la causa interessa molto ai fedeli.

In concreto, quali sono le facilitazioni introdotte dalla legislazione di Giovanni Paolo II ?

La facilitazione maggiore riguarda la necessità di approvare solo un miracolo per la beatificazione e un altro per la canonizzazione. Riflettendoci sopra, si ricava che due miracoli per la canonizzazione costituiscono una garanzia estremamente rigorosa e convincente del «sigillo divino» sulla santità di un servo di Dio o di un beato. Senza contare il fatto che l’esame di un «evento miracoloso» da parte degli esperti (medici o tecnici) è particolarmente rigoroso. Bisogna sapere che nel loro campo, gli scienziati, i medici e i tecnici sono lasciati completamente liberi di agire e di tirare le loro conclusioni secondo scienza e coscienza. Da questo punto di vista la congregazione, il prefetto, il segretario e gli altri collaboratori non entrano per niente nelle loro discussioni e conclusioni: le rispettano e basta. Giovanni Paolo II ha un po’ snellito la procedura, anche perché talvolta le cause si prolungavano per secoli.

Ci sono stati altri documenti legislativi?

No, ma nel 2007 la Congregazione delle Cause dei Santi, per facilitare la procedura canonica, ha pubblicato l’istruzione Sanctorum Mater . In essa viene descritto passo passo l’iter da seguire nella fase diocesana, che è la tappa iniziale importante per la causa. Per rendere l’idea, si tratta di mettere in moto un treno, in modo che arrivi sicuro e puntuale alla destinazione. A questo fine, dunque, all’inizio di ogni causa occorrono discernimento e coraggio. Il vescovo, ad esempio, deve decidere sull’opportunità o meno di dare inizio a un processo e, in seguito, mettere in atto tutte le competenze che servono per raccogliere le testimonianze, per verificare gli scritti, per dare un giudizio sulla fama di santità e dei segni, e cioè su quei favori divini che mostrano come il servo di Dio viva la vita divina trinitaria da cui provengono le grazie. Questo processo viene descritto molto bene dall’Istruzione, che è un vademecum indispensabile per l’elaborazione corretta di una causa. La procedura del processo romano viene enormemente facilitata dall’accuratezza con cui l’inchiesta diocesana è stata elaborata.

Oltre ai medici, chi sono i tecnici a cui affidate l’esame dei presunti miracoli?

Per giungere alla beatificazione è necessaria o una guarigione miracolosa o uno scampato pericolo o qualche altro segno prodigioso. Faccio un esempio. Un operaio era alla guida di un camion che trasportava travi di ferro. Stava andando a forte velocità, quando si accorse che il freno non funzionava più. In una curva il camion si rovesciò con il suo carico nella profonda scarpata. In quell’istante, l’uomo invocò il servo di Dio Eustachio Kugler, beatificato poi a Regensburg. Le travi forarono la cabina e distrussero il camion, ma lui rimase illeso. È chiaro che qui si tratta di materia riservata soprattutto ai tecnici della strada, ai periti meccanici e a tutti quelli che sono coinvolti nella verifica e nella valutazione di questi incidenti. Un altro scampato pericolo è quello di un miracolo attribuito a don Carlo Gnocchi: un elettricista che lavorava a contatto con l’alta tensione rischiò di morire. Invocò don Gnocchi e rimase illeso. È chiaro che anche in questo caso abbiamo fatto riferimento al parere dei tecnici specializzati.

Dal momento della beatificazione di Giovanni Paolo II , nel caso in cui si valuti un suo presunto miracolo, quanto tempo può passare prima di giungere alla canonizzazione?

Non ci sono tempi tecnici precisi. L’iter dipende da vari fattori, tra i quali la sollecitudine del postulatore e quella dei tecnici o dei medici. D’altra parte, la congregazione non può intervenire nel merito dell’esame che stanno compiendo i singoli medici, ma neppure sollecitare per accelerarne i tempi. Questi specialisti devono avere a disposizione tutto il tempo necessario per la valutazione di un caso. Per Karol Wojtyła, poi, si tratta di una valutazione che esige ancora più rigore e attenzione, perché parliamo di un personaggio che ha una dimensione universale. Dobbiamo garantire il tempo giusto di maturazione dei giudizi, delle valutazioni e anche delle conclusioni. Parlando di tempistica, vorrei aggiungere una cosa riguardo al periodo che intercorre tra una beatificazione e una canonizzazione. Si tratti di mesi o di anni, non è comunque tempo perso o inutile. Una canonizzazione è un evento spirituale che deve anche maturare. Per arrivarvi c’è un tempo provvidenziale, in cui bisognerebbe raggiungere due obiettivi. Il primo è quello di conoscere maggiormente la figura del beato, in questo caso di Papa Wojtyła. Mi riferisco alla conoscenza vera, quella della sua dottrina, dei suoi gesti, del suo comportamento, della sua apertura missionaria. Il secondo è quello dell’imitazione delle sue virtù. Un beato non è solo un esempio da contemplare, ma da imitare. Questo è il significato della santità. In questo tempo intermedio tra beatificazione e canonizzazione la figura e la testimonianza di Papa Wojtyła dovrebbero influire sull’esemplarità dei cristiani, chiamati a imitare le sue virtù e i suoi atteggiamenti. Penso, in concreto, all’impegno per contrastare l’ateismo ideologico e soprattutto l’ateismo pratico, che oggi riguarda intere nazioni e i singoli battezzati. Mi riferisco all’indifferenza e al relativismo etico, in cui trovano radici fenomeni come l’aborto, l’eutanasia, la manipolazione genetica incontrollata, la contraccezione. Papa Wojtyła ci ha continuamente suggerito l’atteggiamento di difesa e di accoglienza della vita nascente. La beatificazione del Papa deve produrre questi effetti.

A questo proposito, non bisogna dimenticare che Giovanni Paolo II , di fronte a certe questioni teologiche ed etiche, invitava a rivolgersi proprio al cardinale Joseph Ratzinger.

Il cardinale Ratzinger era una sicurezza per quanto riguarda la dottrina. Giovanni Paolo II — come abbiamo letto nel libro di ricordi appena pubblicato dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone Un cuore grande, e come io stesso posso confermare, essendo stato per quasi tre anni segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede — aveva una fiducia sconfinata in Ratzinger. Tanto è vero che gli affidò un’opera fondamentale come quella della preparazione del Catechismo della Chiesa Cattolica e del suo Compendio . Sapeva, infatti, che il cardinale Ratzinger avrebbe garantito ai dati della fede una dignità e una completezza ammirabili. Ricordo anche che Ratzinger, come presidente della apposita commissione per la preparazione del Compendio, consegnò al Papa — a quel tempo ricoverato al policlinico Agostino Gemelli — il testo definitivo per la promulgazione. Giovanni Paolo II, in una bellissima lettera, gli assicurò che quando sarebbe stato dimesso lo avrebbe promulgato. Quando poi il cardinale Ratzinger venne eletto Papa, in una delle prime udienze mi permisi di chiedergli cosa fare del Compendio . La sua risposta fu che lo avrebbe promulgato lui stesso. E infatti uno dei primi atti del suo magistero fu proprio la promulgazione del Compendio , avvenuta il 28 giugno 2005, nella memoria di sant’Ireneo. In quell’occasione ci fu la consegna solenne del testo a un cardinale, a un arcivescovo (fui proprio io a riceverlo), a un vescovo, a un sacerdote, a un catechista, a due catechisti, a una suora, a una famiglia, a un giovane, a un bambino: un modo per far vedere come il Compendio rappresentava uno straordinario e universale strumento di autentica catechesi. Vorrei aggiungere e sottolineare che la grande armonia e consonanza di fede e di dottrina tra Giovanni Paolo II e il cardinale Ratzinger — futuro Benedetto XVI — proprio in questo testo trova una sorta di sintesi. Il Compendio può essere chiamato il Catechismo dei due Papi.

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