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Un autore antichissimo
più attuale
del giornale di oggi

· Omero secondo Sylvain Tesson ·

Il loto di cui parla l’Odissea? Oggi sono i tentacoli della società digitale. Un veleno della mente, più che una sostanza reale. Una delizia prelibata che ci fa galleggiare in uno stato di incoscienza: quello che capitò ai compagni di Ulisse nell’isola dei Lotofagi è quanto succede a noi durante le ore che passiamo davanti al computer o agli smartphone, distratti dai pensieri e come anestetizzati. La ubris di cui parla così spesso Omero? È la tracotanza che ci fa mancare di rispetto verso l’ambiente e che ci ha portato a manomettere l’equilibrio della natura, così come il fiume Scamandro esonda dal suo letto per fermare l’ira di Achille dopo l’uccisione del suo adorato Patroclo. Ubris è mancanza di senso del limite, ciò che fa ritenere l’uomo onnipotente come Dio. Sono due degli esempi rilevati da Sylvain Tesson, giornalista e scrittore parigino, nel libro Un’estate con Omero da poco pubblicato da Rizzoli (Milano, 2018, pagine 240, euro 17).

Jean-Auguste-Dominique Ingres «L’Apoteosi di Omero» (1827)

Indomito viaggiatore abituato a imprese di ogni tipo, dal giro del globo in bicicletta alle scalate di cattedrali e grattacieli, nel 2014 lo spirito di avventura gli poteva costare la vita: è caduto infatti mentre si stava inerpicando sulla facciata di una casa a Chamonix. Fortunatamente si è ripreso e ha deciso di trascorrere un mese nelle Cicladi, sull’isola di Tinos, di fronte a Mykonos, per dedicarsi alla scrittura di questo saggio sull’Iliade e l’Odissea. Ponendosi sulla scia di Péguy quando scriveva: «Omero è nuovo stamattina, e niente è forse tanto vecchio quanto il giornale di oggi».

Il cantore cieco ci ha tramandato un’opera attualissima, quasi un commento alle nostre vicende, secondo Tesson: basti pensare al Medio oriente dilaniato dai conflitti o alle catastrofi naturali che ci spaventano: «Ogni evento contemporaneo trova eco nei suoi versi». Ed è un peccato che lo studio del mondo greco e latino abbia subito una pesante battuta d’arresto negli ultimi decenni: «Un manipolo di ideologi — commenta desolato lo scrittore pensando alla situazione francese — incaricato di riformare la scuola, è riuscito a dissanguare gli studi classici. Per loro le “lingue morte” sono un prodotto di nicchia». Dimenticando che dal mare nostrum è sgorgata una delle sorgenti della nostra Europa, figlia tanto di Atene quanto di Gerusalemme.

Ma Omero è ancor più attuale perché ci parla dell’uomo, delle sue bramosie e lotte per il potere, così come della pietà e dell’ospitalità: si pensi all’incontro tra Achille e Priamo o allo sbarco di Ulisse tra i Feaci. «I poemi omerici sono immarcescibili perché l’uomo, pur cambiando nell’aspetto e nelle vesti, resta sempre lo stesso, è ugualmente miserabile e misericordioso, mediocre o sublime».

Ispirandosi a Simone Weil che ha definito l’Iliade il “poema della forza”, Tesson paragona i dieci anni di combattimenti fra achei e troiani al continuo avanzare e indietreggiare dei soldati nelle trincee della Grande guerra, quando gli eserciti impiegavano mesi sacrificando centinaia di soldati per conquistare un palmo di terra. Per i greci è la rabbia, la voglia di conquista che domina il mondo. E di fronte agli dèi che si prendono gioco degli uomini, cui lasciano un piccolo margine di libertà, l’uomo rimane una creatura maledetta. Bisognerà aspettare il cristianesimo che darà all’umanità il concetto di agape. Ciò non significa che altri sentimenti, rileva Tesson, attraversino i versi omerici: la dolcezza, l’amicizia, la lealtà. Non a caso la stessa Weil ha rimarcato come «i vincitori e i vinti si ritrovano fratelli nella stessa miseria».

Alla fine del libro, è il contrasto fra eroi e beati a emergere. Come dice Hannah Arendt, ciascuno degli eroi di Omero assurge a simbolo di una virtù particolare. Ma sarà il cristianesimo a offrire una possibilità di consolazione all’angoscia anche ai deboli, alle vittime, ai non eroi. A coloro cioè che il Vangelo ha chiamato “poveri di spirito”. E il vero eroe diventerà chi è pronto a offrire la propria vita per l’altro.

di Roberto Righetto

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10 dicembre 2019

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