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Un argentino
prima di Francesco

· Nel 1964 lo scrittore Leonardo Castellani immaginò Giovanni XXIV ·

Sono stati molti, quasi infiniti — e spesso dettati da una evidente animosità anticattolica — gli intrighi romanzeschi ambientati in Vaticano che fantasticano di Papi mai esistiti, solitamente coinvolti in rocambolesche peripezie o vittime di torbide congiure. In Juan XXIII (XXIV), un romanzo cattolicissimo, sotto molti aspetti profetico, condito di un umorismo che risale a Cervantes, il santafesino Leonardo Castellani (1899-1981) osa immaginare un argentino nella sede di Pietro, mezzo secolo prima di Bergoglio!
Leonardo Castellani Castellani fu uno scrittore di insuperabile espressività, pensiero profondo e irresistibile spigliatezza. Aveva la sensibilità di un grande poeta che gli permetteva di guardare più a fondo e la chiaroveggenza di un grande profeta che gli permetteva di guardare più in là; e, oltre queste rare doti, aveva il prezioso dono divino di contemplare le cose nel loro insieme, con la capacità di conoscere al tempo stesso il naturale e il soprannaturale, con lo sguardo dell’aquila sempre fisso sull’orizzonte escatologico, sorgente da cui trae nutrimento la speranza cristiana.
Coltivò quasi tutti i generi letterari (poesia e romanzo, racconto e saggio, critica letteraria ed esegesi biblica) e battezzò tutti i generi con il suo peculiarissimo stile, al tempo stesso polemico e apologetico. In questo appare l’uomo sofferente che indubbiamente fu, ma anche l’uomo che, in mezzo alle sue afflizioni, si lega in obbedienza a Gesù Cristo, per preservare integra la propria libertà. Castellani, che era stato espulso dalla Compagnia di Gesù e sospeso a divinis nel 1949, sarebbe stato pienamente restituito al ministero sacerdotale nel 1966; ma quell’episodio traumatico avrebbe segnato molto profondamente la sua biografia e anche la sua opera, che impugna la frusta di un Bloy o di un Belloc, e al tempo stesso la bacchetta magica di un Chesterton.
Di questa magia e di questa frusta si nutre il romanzo Juan XXIII (XXIV), una sorta di depurazione del cuore o di sublimazione autobiografica pubblicata originariamente nel 1964. Si tratta di un’opera molto influenzata da un’altra fantasia papale molto celebre, l’Adriano VII di Frederick Rolfe (1860-1913), più noto dal punto di vista letterario come Baron Corvo. Come avveniva in quel romanzo, il protagonista di Castellani, Pío Ducadelia, figlio di italiani, rappresenta lo stesso autore: religioso «geromiano» — presto scopriremo che questo ordine geromiano è un’immagine della Compagnia di Gesù — al quale è stato proibito di celebrare messa, all’improvviso viene riabilitato e mandato a Roma, come consigliere dell’arcivescovo di Buenos Aires.
È da poco iniziato il concilio Vaticano II che, a metà delle sue sessioni, dovrà trasferirsi al palazzo del Laterano, per delle complicazioni politiche che non tardano a sfociare in una cruenta «guerra russo-europea», nella quale i sovietici lanciano bombe atomiche sulle principali capitali europee, prima di perdere di fronte a un’alleanza di paesi europei che restaureranno la monarchia in Italia e in Francia. Su questo sfondo di incertezza e di agitazione bellica si succedono le deliberazioni dei padri conciliari, alle quali Ducadelia parteciperà in qualità di teologo pontificio dopo aver stupito Papa Roncalli con le sue proposte di riforma per la Chiesa, che s’incentrano sul combattere — citiamo testualmente — «la burocrazia impersonale nella gestione delle questioni ecclesiastiche».
Per ottenere questa sburocratizzazione, Ducadelia propone, per esempio, una «decentralizzazione del governo ecclesiastico, con la nomina di Patriarchi, come avveniva nel v secolo», come pure la costituzione di un «Consiglio del Papa» formato da dodici esperti, «ognuno in un ramo del governo». Ducadelia propone anche una «revisione e un adeguamento del celibato ecclesiastico per renderlo più rigoroso e decente»; e consiglia al Papa, per evitare scandali finanziari, che «né i vescovi né gli ordini religiosi possano avere documenti di credito di alcun tipo», anzi che «tutti i beni ecclesiastici s’investano in beni immobili, i quali saranno affidati per la loro produttività ai Certosini e ai Trappisti».
Il concilio si dovrà però sciogliere di fronte all’avanzata dei sovietici, e il Papa dovrà prendere la via dell’esilio, dove morirà, raccomandando — di fronte alla diaspora del collegio cardinalizio — che il suo successore sia eletto da tre unici delegati. Ducadelia viene catturato e portato in Russia, dove subirà spaventose torture; quando finalmente verrà liberato e tornerà a Roma scoprirà, con grande stupore, che è stato eletto Papa. In segno di venerazione filiale per il suo predecessore, decide di adottare il nome di Giovanni e di ripeterne il numerale, adducendo come motivo quanto segue: «Non c’è stato Giovanni XX. C’è stato un Giovanni XV che morì un mese dopo essere stato eletto e non fu incoronato canonicamente. C’è stato un Giovanni XXIII durante lo scisma di Avignone, che non fu un Pontefice legittimo. Di modo che, numerando con rigore storico, il nostro Venerabile Predecessore è stato Giovanni XXII. E così tutti i Giovanni in retro, sottraendo uno a ogni numerale… fino al XV».

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