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C’è uno spazio immenso
attorno a noi

· La poesia di Chandra Livia Candiani ·

Chandra Livia Candiani

«Fin da piccola ho sentito un gran bisogno di entrare in intimità con le cose e gli altri esseri umani, e di sentire che attorno a noi c’è uno spazio immenso. È quello che dico sempre ai bambini: che noi abitiamo nel mistero e facciamo finta di nulla». Ogni poesia di Chandra Livia Candiani è un allegro rimprovero al lettore: come si fa ad essere così addormentati e passivi in un mondocomplicato e misterioso come il nostro? «Fatti vivo», dicono le sue parole a chi sfoglia i minimali volumetti bianchi della collana di poesia Einaudi, apri gli occhi sul molto che non sai di te stesso e degli altri, ma che ti circonda come un abbraccio, accetta di attraversare tutto quello che ti è dato di vivere, anche il dolore. Il vero nemico non è la sofferenza, ma la distrazione, ripete Chandra: «Il sonno è nostro / ordinario stato / finché non arriva / un vento di parole una / poesia, / un pastore di istanti / con arcaica sapienza della cattura». E ancora: «Mistero glorioso / la faccia del mondo / sotto la tessitura di nomi / festa del sangue / le ferite che vengono al rosso / per filare luce / Nel cuore della notte /(la notte ha cuore) / accerchiante buiezza / l’io è uno sbando / qualcuno che non ti pensa — / quasi mai / Mettiti nei tuoi panni / e comincia a danzare». Fatti vivo è anche il titolo dell’ultima plaquette (Torino, Einaudi, 2017, pagine 169, euro 13,50) ideale seguito di La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore. (Einaudi, 2014). «L’amore è diverso / da quello che credevo / più vicino a un’ape operaia / a un tessitore / che a un acrobata ubriaco / più simile a un mestiere / che a un sentire».

Nelle poesie di Candiani tutto è passato al vaglio di uno sguardo imperioso ed esigente, mite ma determinato, che ha la curiosità e la sfrontatezza dell’infanzia, senza leziosaggini o sensiblerie di maniera. La bambina pugile combatte davvero, con se stessa e con il mondo. «Certe mattine / al risveglio — si legge nell’omonima raccolta — c’è una bambina pugile / nello specchio, / i segni della lotta / sotto gli occhi / e agli angoli della bocca, / la ferocia della ferita / nello sguardo. / Ha lottato tutta la notte / con la notte, / un peso piuma / e un trasparente gigante / un macigno scagliato / verso l’alto / e un filo d’erba impassibile / che lo aspetta / a pugni alzati: / come sono soli gli adulti». Come sono soli se dimenticano le grandi, scomode, insistenti domande dell’infanzia sul perché delle cose. «Avevo 5 anni — spiega Chandra raccontando a Laura Pezzino il suo primo impatto con i versi — e sentii mio fratello maggiore, che amavo moltissimo, recitare una poesia di Pascoli, 10 agosto. Mi colpì così tanto che pensai stesse parlando un’altra lingua e che, da grande, anch’io l’avrei parlata. Quelle della poesia sono parole che fanno vedere oltre che sentire. A 10 anni iniziai a scriverne anch’io, nonostante fossi una che in italiano non andava tanto bene perché facevo un po’ troppo “a modo mio”. La poesia ha poi iniziato ad accompagnarmi come un custode. Era il modo di dire la difficile storia che vivevo nella mia infanzia, e di dirla a schegge, assumendola, come dire, a dosi omeopatiche. Leggere poesie mi faceva sentire di essere in compagnia di altri umani vacillanti, non così sicuri del senso delle cose».

Tra gli amici che sente più vicini ci sono «Emily Dickinson, anche per le cose che sento di avere in comune con lei: l’eremitaggio, che per anni ho praticato, e la religiosità selvaggia. Poi i poeti russi, perché avevano una visione molto forte della poesia (molti di loro sono anche morti martiri): Marina Cvetaeva, Anna Achmatova, Boris Pasternak, Osip Mandel’štam. Tra gli italiani, invece, amo Milo De Angelis, Mariangela Gualtieri, con la quale sento una grande risonanza umana, Silvia Bre, Franco Loy». A chi pensa che la poesia sia noiosa, risponde che purtroppo è vero, talvolta la sentiamo come un pedaggio da pagare, ma è sempre colpa dei grandi: «È la scuola ad averci rovinato, con le note e le analisi, come se lo scopo fosse di “tradurla”. E invece il bello è proprio il suo mistero, non capire tutto». La tentazione di chiudersi in una torre d’avorio “intellettuale” è spazzata via dalla realtà. «Sto molto in casa — spiega Chandra — perché faccio anche la traduttrice, ma per fortuna il fatto di andare in scuole di periferia a insegnare poesia ai bambini mi permette di entrare in contatto con mondi difficili».

di Silvia Guidi

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19 ottobre 2019

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