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Un appello di pace
per il Kashmir

· A colloquio con il vescovo di Jammu-Srinagar ·

In una fase così difficile e travagliata della storia del Kashmir «è quanto mai necessario riaprire i canali e riattivare un dialogo costruttivo, per scongiurare un nuovo conflitto». Nel confronto sul territorio storicamente conteso tra India e Pakistan, cui New Delhi ha revocato nei giorni scorsi lo status speciale, ponendolo sotto il diretto controllo del governo federale, «il dialogo costruttivo è l’unica via percorribile e tutti gli attori coinvolti dovrebbero prenderla in seria considerazione».

È un appello accorato quello lanciato, in un colloquio con «L’Osservatore Romano», dal vescovo Ivan Pereira, che nel Kashmir indiano guida dal 2015 la diocesi cattolica di Jammu-Srinagar, dove vivono circa settantamila fedeli, accompagnati da una settantina di preti, tra diocesani e religiosi. I cattolici, esigua minoranza in un territorio dove, unico caso nella Federazione indiana, la popolazione di fede islamica costituisce la maggioranza (il 68 per cento su una popolazione locale di 14,5 milioni di abitanti), sono concentrati soprattutto nella città di Jammu, mentre a Srinagar ci sono circa cinquanta famiglie cattoliche e Baramullah trenta.

Il vescovo esprime la sua preoccupazione per l’alta tensione che si vive oggi in tutto il Kashmir. Le massicce proteste di strada, seguite al provvedimento di revoca approvato da New Delhi, l’imposizione del coprifuoco, gli arresti di almeno 500 manifestanti, i militari che presidiano le strade e soprattutto i villaggi lungo la “Linea di controllo”, quella sorta di confine non ufficiale che divide il Kashmir indiano da quello pakistano, e la fuga della popolazione da quelle aree. In questo momento, monsignor Pereira non considera il ricorso alle Nazioni Unite, suggerendo che «fin dagli albori, la contesa sul Kashmir è una questione bilaterale tra India e Pakistan». Quindi, secondo il presule, il modo migliore è «far sì che i due Stati vicini, grazie a un mutuo sforzo di buona volontà, riaprano i colloqui bilaterali». Ma in primis, «bisogna ristabilire un’atmosfera di fiducia reciproca, altrimenti ogni tentativo sarà vano», rimarca, invitando i leader a dichiarazioni distensive e a non infiammare di più gli animi. Ad esempio, dire che il governo indiano ha deciso di revocare lo status di autonomia di cui godeva la regione del Kashmir perché «il Pakistan l’ha utilizzato come strumento per diffondere il terrorismo», come ha fatto il premier indiano Narendra Modi, significa gettare benzina sul fuoco e risulta controproducente. Saggio è, invece, puntualizzare, come ha fatto il premier pakistano Imran Khan, che «l’opzione militare non è sul tavolo», dando così assoluta preminenza agli strumenti della diplomazia e della politica, quelli giusti per cercare di affrontare e risolvere ogni contesa.

Allora, nota il vescovo del Kashmir, la questione si sposta a monte, su un piano culturale e anche spirituale: «Bisogna, da ambo le parti, riscoprire la consapevolezza di essere agenti e costruttori di pace, che è il bene più grande per i popoli e per l’intera umanità. Urge trovare mezzi e metodi per coltivare e promuovere la pace nelle nostra società, in India e Pakistan, che hanno radici culturali comuni, insieme con i credenti di tutte le religioni».

La riflessione di monsignor Pereira si allarga: «Tutti gli esseri umani, nel proprio cuore, desiderano la pace. È l’anelito più profondo di ognuno di noi. Tutti desideriamo sperimentare i frutti della pace nella nostra vita personale, familiare, comunitaria e nazionale. La pace è la sorgente del benessere e della prosperità, ed è dunque il fine di ogni azione politica». Per questo, continua «rivolgo un appello sincero ai leader delle due nazioni confinanti e a tutti gli uomini di buona volontà, perché ognuno contribuisca, a suo modo e nelle sue possibilità, a promuovere l’autentica pace». La pace, prosegue, conviene a tutti ed è un tesoro inestimabile. «Preghiamo perché, attraverso un percorso di dialogo costruttivo, e in un rinnovato clima di fiducia e fratellanza, si possano pensare con creatività strade e modalità adeguate per portare una pace duratura nel Kashmir», auspica. Il vescovo conclude con un riferimento storico, ricordando la bellezza e le immense potenzialità del verdeggiante territorio kashmiro: «Questa terra è la nostra casa. Nei secoli passati è stata arricchita, curata e custodita da milioni di fratelli e sorelle prima di noi. Ora tocca a noi tutelare questa meravigliosa creazione di Dio, nutrirla e proteggerla da tutti quei fattori che la deturpano e la distorcono. Il Kashmir è uno scrigno prezioso, che sta a noi salvaguardare pensando al futuro dei nostri giovani».

di Paolo Affatato

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17 settembre 2019

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