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Un antidoto alla paura

· Il rapporto tra cristianesimo e islam nell'analisi del cardinale presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ·

«Dobbiamo aver paura dell'islam?» è il titolo della prolusione con la quale il cardinale presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha aperto, lo scorso 10 febbraio, presso la Facoltà teologica di Granada, in Spagna, il convegno dedicato al tema «Cristianesimo, islam e modernità». Pubblichiamo i passi salienti dell'intervento del porporato.

Per un occidentale, l'islam risulta difficile da capire: è allo stesso tempo una religione, una società e uno stato, che raggruppa un miliardo e duecentomila persone in un'unica grande entità mondiale, la umma . I membri di questa comunità praticano gli stessi riti, hanno la stessa visione del mondo e adottano gli stessi comportamenti. Inoltre, non distinguono fra sfera privata e sfera pubblica. Questa visibilità religiosa turba le società secolarizzate.

Tuttavia, il fatto nuovo è che nel mondo occidentale i musulmani e i non musulmani sono costretti a convivere. In Europa, per esempio, viviamo con musulmani di terza generazione. Incontriamo musulmani nella vita di tutti i giorni: hanno i loro negozi, sono funzionari statali, li incontriamo nella vita associativa, nel mondo della sanità, e a volte nelle nostre famiglie. Ma tutto questo non impedisce che cristiani e musulmani molte volte siano vittime di pregiudizi, conseguenza dell'ignoranza. Accade spesso che un cristiano non abbia mai parlato con un musulmano e viceversa. Allora, solo il dialogo permette di superare la paura, perché permette a ognuno di sperimentare la scoperta dell'altro e provocare un incontro, ed è proprio in questo che consiste in realtà il dialogo interreligioso. Perché non sono due religioni a incontrarsi, ma uomini e donne, che le vicissitudini della vita, le circostanze, fauste o infauste, rendono compagni nell'umanità. Dovremmo sforzarci, da entrambe le parti, di conoscere le tradizioni religiose dell'altro, di riconoscere quello che ci separa e quello che ci avvicina, di collaborare al bene comune della società alla quale apparteniamo.

Detto questo, dobbiamo riconoscere che non è un compito facile. Esige una libertà interiore che dia luogo a un atteggiamento pieno di rispetto verso l'altro: saper tacere, per poter ascoltare l'altro, dargli l'opportunità d'esprimersi in tutta libertà, non nascondere o edulcorare la propria identità spirituale.

Una volta instaurata la fiducia, entrambi potremo esaminare liberamente quello che ci separa e quello che ci accomuna. Ci separa la nostra relazione con i libri sacri, il concetto di rivelazione — il cristianesimo non è una «religione del Libro» — l'identità di Gesù e di Maometto, la Trinità, l'uso della ragione, la concezione della preghiera. Abbiamo però anche molto in comune: l'unicità di Dio, la sacralità della vita, la convinzione che dobbiamo trasmettere valori morali ai giovani, il valore della famiglia per la crescita affettiva e morale dei figli, l'importanza della religione nell'educazione.

Noi, cattolici, siamo guidati e animati dal luminoso magistero di Benedetto XVI, che ha fatto del dialogo interreligioso una delle priorità del suo pontificato. Il 20 agosto 2005, a Colonia, non ha esitato ad affermare: «Il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro». Durante le sue visite apostoliche negli Stati Uniti, in Francia e in Terra Santa, ha ricordato di nuovo questo tema. Cito solo il discorso pronunciato l'11 maggio dello scorso anno, nell'auditorium del Notre Dame of Jerusalem Center. Dopo aver ricordato il senso comune di timore e rispetto per l'universale, l'assoluto e la verità, che spinge i credenti a parlare fra loro, il Papa precisava che è «condivisa la convinzione che queste realtà trascendenti hanno la loro fonte nell'Onnipotente e ne portano tracce — è questa convinzione che i credenti mettono in evidenza gli uni di fronte agli altri, come anche di fronte alle nostre organizzazioni, alla nostra società e al nostro mondo».

In tale contesto, l'islam è la religione con la quale il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso intrattiene i rapporti più strutturati. Dal 1976 ci riuniamo ogni due anni con la World Islamic Call Society della Libia. Nel 1995 è stato creato il Comité de Liaison Islamo-Catholique. Dal 1998 esiste un Comitato misto per il dialogo fra il nostro dicastero e l'università Al-Azhar del Cairo, che si riunisce ogni anno; fra alcuni giorni, alla fine del mese, sarò lì. Devo menzionare anche la nostra collaborazione con il Royal Institute for Interfaith Studies di Amman, l'Islamic Culture and Relations Organization di Teheran, e infine, l'ultimo organismo che abbiamo creato, nel novembre del 2008, ossia il Forum islamo-cattolico.

Credo di poter sostenere che, grazie a questi contatti umani e spirituali, sono stati compiuti alcuni progressi che desidero segnalare. A luglio del 2008 una conferenza interreligiosa ha riunito a Madrid, su invito del re dell'Arabia Saudita, rappresentanti delle più diverse religioni. Al termine dell'incontro, i partecipanti hanno affermato unanimi i loro valori comuni: in particolare la fede in un Dio unico, il riconoscimento dell'unità del genere umano, il rifiuto del concetto di scontro di civiltà, un invito a salvaguardare il creato, il valore della famiglia e la necessità di trasmettere valori morali ai giovani. Nel novembre 2008, il primo seminario del Forum islamo-cattolico si è tenuto in Vaticano. Ha riunito rappresentanti dei firmatari della famosa lettera aperta delle 138 personalità musulmane ai loro omologhi cristiani. A partire dal tema «Amore di Dio, amore del prossimo», abbiamo potuto sottoscrivere una dichiarazione con quindici punti che riflettono le convinzioni comuni. Ne cito solamente alcune: uomini e donne sono creature di Dio, hanno la stessa dignità e gli stessi diritti, i credenti hanno diritto a praticare la loro religione in privato e in pubblico, hanno anche diritto di vedere le proprie convinzioni e pratiche religiose rispettate. Tutti hanno anche sottolineato che la religione non può essere manipolata e utilizzata per diffondere il fanatismo e il terrorismo. In Giordania, nel mese di maggio dello scorso anno, un incontro interreligioso organizzato dal Royal Institute for the Interfaith Studies sul tema «Religione e società civile» ha permesso a partecipanti cristiani e musulmani di affermare che la libertà religiosa si può esercitare adeguatamente solo in una società democratica. Tutte queste convinzioni, condivise, pubblicate e celebrate, rappresentano senza dubbio un progresso. Il grande problema, per me, è sapere come fare affinché questo cambiamento giunga alla base.

Nonostante le nostre differenze, siamo credenti, creati dallo stesso Dio, e ognuno di noi deve affrontare una triplice sfida: dell'identità — avere una chiara idea del contenuto della propria fede — della differenza — l'altro non è necessariamente un nemico — e la sfida del pluralismo — Dio sta misteriosamente operando in ognuna delle sue creature.

Questa situazione è per i pastori della Chiesa cattolica, per i docenti delle nostre scuole e università cattoliche, una chiamata provvidenziale a riconoscere che la nostra catechesi, la nostra predicazione, troppo spesso non tiene conto di questo nuovo contesto di pluralismo religioso. Molte volte musulmani d'Europa mi hanno detto: «Gli europei sono molto aperti culturalmente, ma quando si parla con loro di religione sono titubanti». La ragione è che spesso i cattolici europei hanno una conoscenza molto debole della propria fede. Non si può instaurare un dialogo interreligioso autentico nell'ambiguità o quando gli interlocutori non hanno un profilo spirituale definito. Così nascono il relativismo e il sincretismo. Allora, direi che, grazie all'islam, o per meglio dire ai musulmani che vivono con noi, siamo chiamati ad approfondire la nostra fede e a rinnovare la nostra catechesi. Perché praticare il dialogo interreligioso non è porre la propria fede fra parentesi, ma, al contrario, proclamarla con le parole e il comportamento. Noi proclamiamo che Gesù è la Luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Giovanni , 1, 9) il che vuol dire che in ogni essere umano c'è la luce di Cristo. Allora, tutti gli aspetti positivi che esistono nelle religioni non sono tenebre, ma partecipano a questa grande Luce che risplende su tutte le luci. Comprendiamo così meglio quello che si legge nella Nostra aetate: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è “via, verità e vita” ( Giovanni , 14, 6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose». Questo testo è fondamentale, ma dobbiamo fare attenzione: non diciamo che tutte le religioni hanno lo stesso valore, ma che tutti quelli che cercano Dio hanno la stessa dignità. Allora comprendiamo meglio quello che ha scritto Giovanni Paolo II nella sua enciclica Redemptoris missio (7 dicembre 1990): «Il dialogo non nasce da tattica o da interesse, ma è un'attività che ha proprie motivazioni, esigenze, dignità: è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell'uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole». Così, grazie al dialogo «la Chiesa intende scoprire i “germi del Verbo”, “raggi della verità che illumina tutti gli uomini”, germi e raggi che si trovano nelle persone e nelle tradizioni religiose dell'umanità». Il Pontefice continuava affermando che le altre religioni costituiscono una sfida positiva per la Chiesa d'oggi. Di fatto, esse la spronano a scoprire e a riconoscere i segni della presenza di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo, e anche ad approfondire la sua identità e a testimoniare l'integrità della rivelazione, della quale è depositaria per il bene di tutti. La Dominus Iesus ci ricorda che dobbiamo mantenere unite due verità: la possibilità, per tutti gli uomini, d'essere salvati da Cristo, e la necessità della Chiesa per la salvezza. A quanti non appartengono alla Chiesa, Cristo è accessibile in virtù d'una grazia che misteriosamente l'illumina e che viene da Cristo. «Quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll'aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna» ( Lumen gentium , n. 16).

Tuttavia, se riconosciamo la libertà dell'uomo, allo stesso tempo rivendichiamo la libertà d'annunciare a tutti la verità definitivamente rivelata da Gesù. Tutti gli uomini sono obbligati a cercare la verità, ma questa verità non s'impone, si propone (cfr. Dignitatis humanae , n. 1). Il dialogo interreligioso e l'annuncio di Cristo non sono intercambiabili.

Inoltre, la Chiesa intimamente unita a Cristo, suo Capo, non si può considerare come uno dei tanti mezzi di salvezza, insieme ad altri. «Se è vero che i seguaci delle altre religioni possono ricevere la grazia divina», si legge nella dichiarazione Dominus Iesus , «è pure certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici» (n. 22).

Non dobbiamo temere l'islam, ma direi di più: cristiani e musulmani, quando professano la propria fede con integrità e credibilità, quando dialogano e si sforzano di servire la società, costituiscono una ricchezza per quest'ultima. Non c'è dubbio che in questi cinque anni il clima di dialogo con i musulmani sia migliorato, tuttavia restano elementi di contrasto. Così, per esempio, nella maggior parte delle società in cui l'islam è la religione maggioritaria, i credenti di altre confessioni religiose sono considerati cittadini di seconda categoria. Oppure, la discriminazione della donna o anche la libertà di culto che è assolutamente negata in Arabia Saudita. Queste divergenze sono state all'origine di dolorosi conflitti, ma, grazie a Dio, dalla metà del XX secolo a imporsi è stato il dialogo. Fedeli alla fede di Abramo che condividono con gli ebrei, cristiani e musulmani si sforzano di scoprire le ragioni delle loro differenze e le vie delle loro convergenze. È questo il cammino indicato al n. 3 della Nostra aetate.

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16 settembre 2019

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