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​Un anno di buone notizie

Disegno tratto dal libro di Jeff Mack  «Good news, Bad News» (2012)

Ha appena compiuto dodici mesi una tra le novità più interessanti uscite sulla carta stampata italiana negli ultimi tempi. Il 19 settembre 2017, infatti, faceva la sua comparsa in edicola «Buone notizie. L’impresa del bene», l’inserto settimanale del «Corriere della Sera» che da un anno racconta storie positive di impegno e solidarietà. Dando finalmente voce alle buone pratiche, dall’Italia e non solo. 

Uscito in un momento per nulla facile né per la carta stampata né per la società civile, con la sua trentina di pagine settimanali «Buone notizie» fotografa singoli, famiglie, associazioni, scuole, fondazioni, aziende e comunità che non si arrendono alle difficoltà — malattie, lutti, disastri ambientali, disabilità, incidenti, povertà, analfabetismo, distruzione: dallo spazzino alla suora, dal campione dello sport al cantante, dalla giovane imprenditrice al paesino di montagna, dall’artista ai genitori caparbi, dalla portiera al maestro.
Allegato ogni martedì al quotidiano di via Solferino, «Buone notizie» — con testimonianze, interviste, reportages, infografiche o gallerie di immagini — racconta un mondo capace di piccole e grandi azioni quotidiane. Azioni che offrono soluzioni e forniscono spunti, storie che rinfrancano, anche e soprattutto nella loro capacità di suggerire vie alternative per affrontare e superare le difficoltà.
La responsabile è Elisabetta Soglio, giornalista prima ad «Avvenire» e poi, dal 1994, al «Corriere della Sera», madre di due figli, da sempre attenta ai temi del sociale. Membro della consulta femminile del Pontificio Consiglio della cultura, è autrice del libro Chiamatemi Giuseppe (2017) che racconta la storia di padre Giuseppe Ambrosoli, missionario chirurgo in Uganda.
«Buone notizie» ha raccolto il testimone del progetto La Città del Bene nato sulle pagine milanesi del Corriere. «Avevamo cominciato come per scommessa e un po’ per sfida nel 2010 — ha raccontato la stessa Soglio — inaugurando in cronaca di Milano alcune pagine tematiche per stare più vicini alla città come aveva scritto l’allora capocronista Ugo Savoia. La Città del Bene era cominciata così: alle spalle c’erano il pensiero e la passione di alcuni cronisti del Corriere, a partire da Giangiacomo Schiavi che sull’importanza di raccontare (anche) le buone notizie si era spesso confrontato con un altro pioniere: Candido Cannavò. Intorno alla Città del Bene hanno poi mosso i primi passi i blog Buone notizie e Invisibili». Anno dopo anno, articolo dopo articolo «ci siamo resi conto — prosegue Soglio — della potenza, dell’energia, della forza dirompente di tutto quanto ruota intorno al terzo settore. Una forza capace di diventare un modo nuovo e più moderno di pensare al sociale e all’interesse collettivo».
E se si è trattato di una sfida, è stato soprattutto perché v’è la consapevolezza di stare parlando di un mondo articolato e composito. «Un mondo in continua evoluzione, aperto all’innovazione e bisognoso di spazio e attenzione. Proprio occupandoci del racconto di quanto esiste a Milano ci siamo resi conto della forza di questo esercito capace sì di fare del bene ma anche di segnare un nuovo approccio culturale, filosofico e anche economico nella nostra società».
Perché è questo il vero “bene” prodotto dall’industria delle «Buone notizie»: presentare soluzioni. Che siano idee di singoli o progetti di impresa, sogni realizzati di una piccola comunità o di una grande azienda, «Buone notizie» racconta soluzioni. Senza trionfalismi o retorica, senza buoni contro cattivi, senza pericolose improvvisazioni o sterili semplificazioni: solo tante soluzioni per infiniti problemi. Un racconto capace di fare scuola. Un racconto capace di fare bene.

di Giulia Galeotti

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