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Un alto sacrificio

Il valore dell’«instancabile» battaglia, condotta con spirito di abnegazione da Martin Luther King in favore dei diritti civili dell’uomo, fu sottolineato da Paolo VI durante l’udienza del 20 gennaio 1969 alla vedova Coretta King. Nel rinnovarle le condoglianze per la morte del marito — assassinato a Memphis il 4 aprile 1968 — il Papa ribadiva che l’impegno profuso da Martin Luther King per il riconoscimento e l’affermazione in ogni luogo dei diritti fondamentali della persona costituisce «la principale via» per la conquista della pace. All’indomani dell’assassinio, che provocò in tutto il mondo commozione, sdegno e costernazione, «L’Osservatore Romano» pubblicò in prima pagina un commento (qui riproposto integralmente) scritto dal direttore Raimondo Manzini, il quale richiamò il senso e la forza di una testimonianza morale «tesa ad animare e a unificare, non a lacerare e ferire».

La copertina del fumetto «Rosa Parks and the Montgomery Bus Boycott» (2006)

Proprio in questi giorni il Cardinale John Cody, Arcivescovo di Chicago, aveva annunciato una iniziativa intitolata «Operazione Ospitalità», per cui Chicago deve qualificarsi tra le altre diocesi americane come il luogo dove negri e bianchi americani vivono liberamente e pacificamente insieme. La «Operation Hospitality» assicura il trasporto gratuito di bambini di età scolastica in scuole situate in quartieri altrimenti inaccessibili a certi gruppi, a causa della discriminazione razziale. Le comunità debbono essere preparate in modo da accogliere con un caloroso e cristiano benvenuto i bambini appartenenti a gruppi vittime della discriminazione razziale.

È uno dei segni della presenza operante dell’Episcopato nordamericano nella progressiva affermazione dei diritti civili e per la integrazione razziale agli Stati Uniti. Cammino graduale, le cui difficoltà e resistenze sono meno intelligibili a chi, come noi, vive lontano da gruppi e condizioni di convivenza configurate da secoli di segregazione, da preconcetti psicologici e sociali. Gli statunitensi del Sud devono vincere pregiudizi inveterati, repugnanze antiche, residui di servaggi e di egoismi ottusi e violenti. Ancora oggi a Chicago il 90 per cento dei bambini sono isolati razzialmente. 

Una evoluzione di mentalità, dunque, ed una crescita di coscienza comunitaria soltanto possono preparare e sorreggere le riforme legislative doverose ed in parte già in atto ad opera del Governo di Washington che anche recentemente ha abolito per i negri i limiti ed i divieti nella gestione e per l’affitto degli alloggi. Riforme che non mancano di suscitare reazioni violente.
Ed ecco, ancora oggi, l’agguato dell’odio, il crimine di un ignoto, sia egli fanatico razzista o segregazionista, in ogni caso criminale. Ecco la belva dell’ira di razza scatenata, la violenza che uccide, illudendosi col sangue che colma le labbra violentemente fatte silenziose della vittima, di cancellare il precetto dell’uguaglianza morale di tutti gli uomini, della doverosa parità dei diritti civili, dell’amore e della solidarietà.
Luther King è caduto vittima di questa sanguinaria intolleranza, di questa ostinata repulsa agli imperativi della uguaglianza civile.
Il Pastore Luther King, fondatore della Lega che voleva agire secondo la «non violenza», giudicò egli stesso l’estrema difficoltà di contenere entro gli alvei della legalità le agitazioni ed i propositi del suo stesso movimento e, per la «marcia» che si apprestava a rinnovare, aveva appunto predisposto «piani di emergenza» per fronteggiare sconfinamenti o ribellioni fuori del recinto legale e pacifico. Tanto maggiore, dunque, il merito della sua testimonianza morale, tesa ad animare ed unificare, non a lacerare e ferire. La coscienza del pericolo in agguato al di fuori di questa volontà, doveva essere chiara nel popolare assertore negro, se la moglie di Luther King, dinanzi alla spoglia del marito, ha potuto dire con una rassegnazione che ha stupito gli informatori occidentali: «Noi sapevamo che sarebbe potuto avvenire! Penso che questa è la volontà di Dio». Una previsione di sacrificio, dunque, di alto sacrificio, più che militante, religiosa.
Ed ora? La violenza genera la violenza e nell’incontrollabile succedersi delle reazioni — ahimé! — già in atto, c’è da temere brutali impulsi o peggiori vendette, aggressioni e distruzioni. A che scopo? La causa dell’uguaglianza tra negri e bianchi non se ne avvantaggerebbe: le speranze della libertà che si esprime nell’integrazione soffrirebbero nuove umiliazioni. È da sperare, è da invocare che il sangue di Luther King, come quello della madre cattolica assassinata due anni or sono, mentre partecipava ad una «marcia» dello stesso movimento, susciti spontanee irresistibili volontà di superamento, di incontro e di pacificazione. Nessuno glorifichi le violenze punitive! Non di nuovo sangue ha bisogno la causa della dignità umana, ma di incontri e di buona volontà, di animazione ideale e di autocontrollo, specie in queste giornate universalmente sospese ad un’ansiosa speranza di pace. E si ricordi che ogni conflitto razziale è di ostacolo alla causa della pace, di quella pace, cioè, che il mondo febbrilmente auspica ed aspetta.

di Raimondo Manzini

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27 maggio 2019

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