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Un altare portatile
sulla mangiatoia

· La celebrazione del Natale a Greccio nel testo di Tommaso da Celano ·

Nel 1228 Gregorio IX canonizzò frate Francesco d’Assisi, ossia ne riconobbe canonicamente la santità; da quel momento il figlio del mercante assisano Pietro di Bernardone è per la Chiesa un modello da imitare, un intercessore da pregare e un maestro da ascoltare. Se l’intercessione, direttamente collegata all’aspetto taumaturgico, cioè alla capacità di compiere miracoli, si esplicita soprattutto mediante la preghiera e in particolar modo la liturgia, quello esemplare è mediato dalla conoscenza di parole e fatti edificanti della sua esistenza narrati in un’opera da divulgare mediante la lettura. Così lo stesso pontefice commissionò la vita del nuovo santo a frate Tommaso da Celano; questi si mise a scrivere non una cronistoria, ma una lettura teologica — cioè che considerasse l’azione della grazia del Signore — della storia ma senza eliminare quest’ultima. Fu così che a soli due anni di distanza dalla sua morte ebbe origine la prima agiografia, ossia scrittura della santità, di san Francesco d’Assisi.

Giotto, «Presepe di Greccio» (1295-1299, particolare)

Il testo della Vita beati Francisci fu pronto nel 1228-1229; come incastonate tra un prologo e i miracoli, le due parti che la compongono narrano rispettivamente dall’infanzia al 1223 e dalla permanenza alla Verna nel 1224 fino alla morte e canonizzazione. Quasi fosse un racconto di passaggio, al termine della prima parte — in cui è narrato anche l’incontro con il sultano al-Malik al-Kamil avvenuto in Egitto presso Damietta nel 1219 — descrive ciò che accadde nella notte di Natale del 1223 a Greccio.

Tommaso da Celano innanzitutto contestualizza l’episodio nella scelta esistenziale di Francesco d’Assisi da lui stesso ricordata e trasmessa ai frati poco prima di morire nel Testamento, ossia «vivere secondo la forma del santo Vangelo» seguendo le orme del Signore nostro Gesù Cristo. Proseguendo, il racconto richiama l’importanza della memoria: infatti si deve riconoscere che Francesco di Pietro di Bernardone, il figlio del mercante, pur non essendo un acculturato come ad esempio il coevo Antonio di Padova, era alfabetizzato, cioè capace di leggere e scrivere. Per una persona di una cultura bassa o mediocre, simile alla sua, fondamentale risultava la memoria, luogo mediante cui ritenere le nozioni.

Il centro dell’affezione di Francesco è il Signore Gesù Cristo e la sua fu una scelta non semplicemente religiosa o spirituale, ma precisamente cristiana nella Chiesa; e per questo volle celebrare solennemente il Natale. Per fare ciò coinvolge uno dei tanti laici che erano affascinati dalla sua proposta di vita, un certo nobile di nome Giovanni. Frate Francesco, il figlio del mercante, non era nobile come Giovanni, ma entrambi erano accomunati da un afflato culturale fatto di cortesia e gentilezza che si intravvede anche nel racconto di Tommaso da Celano.

Il santo d’Assisi desidera «fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme»: l’espressione richiama la liturgia eucaristica in cui appellandosi al dettato del Vangelo è riportato l’invito di Gesù a compiere quanto da lui fatto nell’ultima cena «in memoria» di lui. Quindi molto di più di un semplice ricordare, ma un compiersi di nuovo di quanto compiutosi nel passato, o meglio ancora un rendersi presente e contemporaneo l’atto salvifico di Cristo. Quanto avvenuto a Betlemme, ossia nella storia, raggiunge la storia di Francesco, ma anche quella dell’agiografo e del lettore, fino a noi oggi che stiamo considerando tale evento. Accanto a ciò vi è il desiderio di Francesco di «in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo»; come si intravede nei suoi scritti in lui vi è un’elementare capacità speculativa, ma più importante è l’aspetto plastico del vedere. Un vedere che come afferma nella prima Ammonizione riferendosi al pane eucaristico può fermarsi a se stesso oppure approfondirsi nel credere che non esclude il vedere — come normalmente si pensa — ma diventa un vedere più profondo. Infatti per Francesco la salvezza sta nell’accompagnarsi del vedere al credere ossia dell’affiancarsi agli occhi del corpo gli occhi dello spirito.

A Greccio vuole vedere «i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato», cioè l’abbassamento di colui che i cieli e la terra non possono contenere nella condizione umana. Si tratta di quel cammino di abbassamento compiuto da Gesù che affascina Francesco tanto da volerlo seguire in tale via facendosi fratello minore. Tale discesa è fino ad essere «adagiato in una mangiatoia»: l’originale latino è praesepe e tale termine risulta già così caratterizzante che darà il nome a tutto l’avvenimento della Natività.

A questo punto della narrazione sono menzionati anche «il bue e l’asinello», una presenza sconosciuta nei Vangeli ma ben presente nella letteratura dei Padri della Chiesa; e questo conferma che se l’aspetto evangelico fu uno degli strati culturali e spirituali di frate Francesco d’Assisi, a esso va affiancato quello patristico-liturgico tanto che lo stesso Vangelo egli lo ascolta e riceve mediato dalla liturgia. L’origine biblica dell’asino e il bue è il passo del profeta Isaia in cui si afferma che «il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone; ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende» (Isaia, 1,3); saranno i commenti successivi a dire che con essi sono raffigurati gli ebrei circoncisi che portano il giogo della legge e i gentili, ossia gli incirconcisi. Tale presenza presso la mangiatoia dell’asino e il bue quindi è un annuncio della redenzione rappacificante compiuta dalla Pasqua, come san Paolo sintetizza nella sua lettera agli Efesini: «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, (...) per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia».

Quindi l’asino e il bue presso la mangiatoia sono una promessa di pace che si compirà con l’accoglienza della Pasqua. E pace anche tra cristiani e musulmani che soltanto quattro anni prima, durante la quinta crociata, aveva visto scontrarsi a Damietta mentre andava a portare anche al sultano il saluto di pace che nel Testamento afferma essergli stato rivelato dal Signore stesso.

Tommaso da Celano continua narrando che in quella notte quanti arrivarono per festeggiare il Natale portavano «ceri e fiaccole per rischiarare quella notte», proprio come avveniva nelle chiese per le celebrazioni e quindi il contesto è quello liturgico in cui — come già ricordato — il «memoriale» è incontro tra passato e presente. Infatti Tommaso da Celano afferma semplicemente che «Greccio è divenuto come una nuova Betlemme» in cui gaudio, canti, lodi, cori festosi si intrecciano davanti al «rinnovato mistero».

Il centro di tutto è la messa celebrata mediante un altare portatile sulla mangiatoia; il Vangelo è cantato da Francesco e ciò, afferma l’agiografo, perché era diacono. Come diacono Francesco percepisce il compito di annunciare il Vangelo e così «parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme». Questa città di Giuda è ripetuta spesso e al lettore o ascoltatore attento non passava inosservato che proprio in quella terra erano in atto lotte per la riconquista dei luoghi santi in cui si svolse la vicenda terrena di Gesù.

La predicazione del santo è descritta come infervorata, quasi teatrale: la finale di Betlemme diviene come un belato di pecora, il nome di Gesù come una dolcezza per cui «passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e deglutire tutta la dolcezza di quella parola».

Il racconto termina con la narrazione di una visione avuta da uno dei presenti, ossia che un bambino privo di vita giacente nella mangiatoia fu risvegliato da san Francesco da un «sonno profondo». L’agiografo fa la sua interpretazione dicendo che ciò ben rappresentò quanto avvenne grazie al santo, ossia che «il fanciullo Gesù fu risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e fu impresso profondamente nella loro memoria amorosa». La celebrazione del Natale a Greccio diventa benedizione per tutti tanto che lo stesso Assisiate percepì il dovere di portarla ovunque, anche nella terra dei non cristiani, ossia al sultano d’Egitto.

di Pietro Messa

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15 dicembre 2019

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