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Un abbraccio nuovo

· L’alleanza tra giovani e anziani secondo Papa Francesco ·

Nel pomeriggio del 23 ottobre, nell’ultima settimana dell’assemblea generale del sinodo dei vescovi, Papa Francesco incontra giovani e anziani di diversi paesi nell’aula magna dell’Augustinianum di Roma. Si tratta di un momento di confronto e dialogo per sottolineare quel ponte tra le generazioni tante volte auspicato dallo stesso Pontefice. Partecipano anche l’arcivescovo di Panamá José Domingo Ulloa Mendieta, presidente del comitato organizzatore della prossima giornata mondiale della gioventù, e il gesuita Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. L’occasione è data dalla presentazione del libro Francesco. La Saggezza del tempo. In dialogo con Papa Francesco sulle grandi questioni della vita (Venezia, Marsilio, 2018, pagine 176, euro 22). Il volume, curato dal direttore della Civiltà Cattolica, raccoglie 250 interviste realizzate in oltre trenta paesi grazie al progetto Sharing the Wisdom of Time realizzato da un gruppo di case editrici coordinate dalla statunitense Loyola Press con l’aiuto dell’organizzazione no-profit Unbound e del Servizio dei gesuiti per i rifugiati. È un racconto corale composto da parole e immagini, in cui si incontrano storie e volti di anziani dei cinque continenti: il Papa li commenta condividendo anche momenti della propria biografia personale. Pubblichiamo il testo della prefazione del Pontefice.

Ho un ricordo molto bello. Quando sono stato nelle Filippine la gente mi salutava chiamandomi: Lolo Kiko!, «nonno Francesco»! Lolo Kiko, gridavano! Ero davvero contento di vedere che mi sentivano vicino a loro come un nonno.

La nostra società ha privato i nonni della loro voce. Abbiamo tolto loro spazio e l’opportunità di raccontarci le loro esperienze, le loro storie, la loro vita. Li abbiamo messi da parte e abbiamo perduto il bene della loro saggezza. Vogliamo rimuovere la nostra paura della debolezza e della vulnerabilità, ma così facendo aumentiamo negli anziani l’angoscia di essere mal sopportati e abbandonati. Invece, dobbiamo risvegliare il senso civile di gratitudine, di apprezzamento, di ospitalità, capace di far sentire l’anziano parte viva della sua comunità. Mettendo in disparte i nonni, scartiamo la possibilità di entrare in contatto con il segreto che ha permesso loro di andare avanti, di farsi strada nell’avventura della vita. E così ci mancano i modelli, le testimonianze vissute. Siamo sperduti. Ci siamo privati della testimonianza di persone che non solo hanno perseverato nel tempo, ma che conservano nel cuore la gratitudine per tutto ciò che hanno vissuto.

E, d’altra parte, com’è brutto il cinismo di un anziano che ha perso il senso della sua testimonianza, che disprezza i giovani, che si lamenta sempre. In questo modo la sua sapienza di vita non si trasmette più, diventa sterile nostalgia.

Com’è bello, invece, l’incoraggiamento che l’anziano riesce a comunicare a una ragazza o un ragazzo in cerca del senso della vita! È questa la missione dei nonni. Una vera vocazione, come attestano, ad esempio, queste esortazioni del libro del Siracide: «Non trascurare i discorsi dei vecchi, perché anch’essi hanno imparato dai loro padri; da loro imparerai il discernimento e come rispondere nel momento del bisogno» (8, 9). Gli anziani sono la riserva sapienziale della nostra società. L’attenzione agli anziani è ciò che distingue una civiltà.

Le parole dei nonni hanno qualcosa di speciale per i giovani. Anche la fede si trasmette così, attraverso la testimonianza degli anziani che ne hanno fatto il lievito della loro vita. Io lo so per esperienza personale. Ancora oggi porto sempre con me, nel breviario, le parole che mia nonna Rosa mi consegnò per iscritto il giorno della mia ordinazione sacerdotale; le leggo spesso e mi fa bene.

Da un po’ di tempo porto nel cuore un pensiero. Sento che questo è ciò che il Signore vuole che io dica: che ci sia un’alleanza tra giovani e anziani. Questa è l’ora in cui i nonni devono sognare, così i giovani potranno avere visioni. Ne ho avuto la certezza meditando il libro del profeta Gioele, dove si dice: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3, 1).

Che cosa significa questo? Solamente se i nostri nonni avranno il coraggio di sognare e i nostri giovani di profetizzare grandi cose, la nostra società andrà avanti. Se vogliamo «visioni» per il futuro, lasciamo che i nostri nonni ci raccontino, che condividano i loro sogni. Abbiamo bisogno di nonni sognatori! Sono loro che potranno ispirare i giovani a correre avanti con la creatività della profezia. Oggi i giovani necessitano dei sogni degli anziani per avere speranza, per avere un domani. Dunque gli anziani e i giovani camminano assieme e hanno bisogno gli uni degli altri. Quando Gesù bambino viene portato al Tempio è accolto da due anziani, che avevano raccontato i loro sogni: Simeone aveva «sognato» e lo Spirito gli aveva promesso che avrebbe visto il Signore. Simeone e Anna aspettavano la venuta di Dio ogni giorno, con grande fedeltà, da molti anni. Volevano vedere quel giorno: quell’attesa costante — nonostante, forse, la stanchezza e la frustrazione — continuava a occupare tutta la loro vita. Ecco: quando Maria e Giuseppe giunsero al tempio per adempiere alla Legge, Simeone e Anna balzarono in piedi e si mossero animati dallo Spirito Santo. Riconobbero il Bambino e scoprirono una forza interiore nuova che permise loro di rendere testimonianza. Simeone divenne poeta e intonò il suo Cantico. Anna divenne la prima predicatrice di Gesù, parlando del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

La mancanza di nonni capaci di essere come Simeone e Anna, invece, non permette alle giovani generazioni di avere visioni. E così rimangono ferme. Senza i sogni degli anziani i progetti dei giovani non hanno radici né saggezza, oggi più che mai, quando il futuro genera ansia, insicurezza, sfiducia, paura. Solo la testimonianza degli anziani li aiuterà ad alzare lo sguardo verso l’orizzonte e verso l’alto, per scorgere le stelle. Già soltanto sapere che è stato possibile lottare per qualcosa per cui valeva la pena, aiuterà i giovani ad affrontare il futuro.

Che cosa chiedo agli anziani, che io definisco — con un’espressione che non esiste — i «memoriosi della storia»? Noi, nonni e nonne, dobbiamo formare un coro. Io vedo noi anziani come un coro permanente di un grande santuario spirituale, dove la preghiera di supplica e il canto di lode sostengono la comunità che lavora e lotta nel «campo» della vita.

Ma chiedo loro anche di agire! Di avere il coraggio di contrastare in ogni modo la «cultura dello scarto» che ci viene imposta a livello mondiale.

C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Proprio quando diventiamo anziani sperimentiamo le lacune di una società programmata sul parametro dell’efficienza. Noi anziani possiamo ringraziare il Signore per i tanti benefici ricevuti e riempire il vuoto dell’ingratitudine che ci circonda. Non solo: possiamo dare dignità alla memoria e ai sacrifici del passato. Possiamo ricordare ai giovani di oggi, che si sentono eroi del presente, pieni di ambizioni e di insicurezze, che una vita senza amore è una vita arida. Possiamo dire ai giovani timorosi che l’angoscia del futuro può essere vinta. Possiamo insegnare ai giovani troppo innamorati di se stessi che c’è più gioia nel dare che nel ricevere, e che l’amore non si dimostra solamente a parole, ma con le azioni. È chiaro: noi anziani dobbiamo anche un po’ inventarci questo periodo della vita, perché la vecchiaia così com’è vissuta oggi è un fenomeno nuovo. Ma questo ci spinge a essere creativi.

E che cosa chiedo ai giovani? Provo pena per un ragazzo i cui sogni si spengono nella burocrazia. È come il giovane ricco del Vangelo. Se ne va triste, svuotato. Chiedo dunque ascolto, vicinanza agli anziani; chiedo di non mandare in pensione la loro esistenza nel «quietismo burocratico» in cui li confinano tante proposte prive di speranza e di eroismo. Chiedo uno sguardo alle stelle, quel sano spirito di utopia che porta a raccogliere le energie per un mondo migliore.

Questo libro mi piace molto perché dà voce alle persone che hanno esperienza alle spalle: li fa parlare, comunica le loro esperienze. È stato bello anche contemplare le immagini dei loro volti. Ho provato a dialogare con alcuni di loro, come tra amici. Leggere le loro storie mi ha fatto bene. Affido questo libro ai giovani perché dai sogni degli anziani traggano le loro visioni per un futuro migliore. Per camminare verso il futuro serve il passato, servono radici profonde che aiutano a vivere il presente e le sue sfide. Serve memoria, serve coraggio, serve sana utopia.

Ecco cosa vorrei: un mondo che viva un nuovo abbraccio tra i giovani e gli anziani.

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14 ottobre 2019

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