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L’umorismo di Frankenstein junior

· ​Ricordo dell’attore e regista Gene Wilder ·

Gli spettatori che vedono oggi per la prima volta Frankenstein junior (Mel Brooks, 1974) talvolta rimangono delusi. Si chiedono come mai il film abbia avuto tanto successo, sia considerato un cult movie da generazioni di altri spettatori. Capita di sentirli dire che si aspettavano un ritmo molto più travolgente. Lo stesso senso di sconcerto ci fu all’uscita di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (Mel Stuart, 1971) — che infatti fu un fiasco al botteghino — per chi si aspettava un innocente storia per bambini. 

Gene Wilder in «Frankenstein junior» (1974)

È invece esattamente in questo senso di disorientamento che stava la grandezza di Gene Wilder, scoperto non a caso da Brooks sul palco di un teatro mentre recitava Brecht, e aveva nel curriculum anche Shakespeare. I due entrano subito in sintonia per le comuni origini ebraiche. Nel cinema comico, non si tratta di un mero dettaglio anagrafico, ma significa guardare al mondo con quel senso di salvifico paradosso che è speculare al delirio di cui il loro popolo è stato vittima. Il loro verbo sarà dunque la parodia, che ha poco a che fare con il cinema demenziale, benché spesso divertente, che arriverà più tardi, e a cui lo stesso Brooks si lascerà andare, per esempio con Balle spaziali. In questa prima fase, è invece graduale scardinamento e decostruzione della macchina cinema, per lo meno del cinema di genere. Anche grazie a una splendida fotografia in bianco e nero, quello di Frankenstein junior è infatti prima di tutto un lavoro di mimesi con il glorioso modello, ovvero il vecchio horror gotico della Universal degli anni Trenta e Quaranta. È in questo contesto inaspettatamente professionale che si inserisce l’umorismo sottile, lunare, inizialmente quasi impercettibile e quindi geniale di Wilder, i suoi tempi comici dilatati fino ai limiti dell’anticlimax, per poi esplodere in un gesto d’ira o in un urlo, che servono a far detonare definitivamente il meccanismo drammaturgico nel quale l’attore si era subdolamente infilato. In ogni scena del film, Wilder è all’inizio perfettamente credibile come professore, come scienziato, come amante, ma un’energia ambigua comincia presto a serpeggiare, per poi arrivare, alla fine della scena, al ribaltamento di registro espressivo, e quindi di significato. Un meccanismo davvero insolito e personale che fa del suo talento un qualcosa di unico.
Wilder passerà anche dietro la macchina da presa per cinque film, fra cui Il fratello più furbo di Sherlock Holmes (1975) — altra parodia di una figura “intoccabile” — e La signora in rosso (1984), grande successo di pubblico. Rispetto agli inizi, la comicità è più convenzionale e anche un po’ volgare, ma i grandi momenti, e anche un pizzico di malinconia, non mancano. Collaborazioni illustri saranno quelle con Stanley Donen, per Il piccolo principe (1974), e con Robert Aldrich, per Scusi, dov’è il West? (1979). Ma una parte drammatica, a inizio carriera, se l’era ritagliata persino nella pietra miliare Gangster story (Arthur Penn, 1967). L’ultimo successo sarà invece Non guardarmi: non ti sento (Arthur Hiller, 1989), in fondo ancora una parodia, quella del sottogenere buddy-film.

di Emilio Ranzato 

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24 febbraio 2018

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