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Umanità e grazia

· ​Le implicazioni ecclesiologiche nella «Placuit Deo» ·

Quale visione della Chiesa è presente nella lettera Placuit Deo? E, soprattutto, quali conseguenze ne derivano per la vita dei credenti, dal momento che è indirizzata ai vescovi perché abbiano cura di trasmetterla alle loro comunità? A una prima lettura, è facile rendersi conto dell’accessibilità linguistica: anzitutto la brevità e lo stile offrono la possibilità di coglierne la sostanza. Il primato della grazia di Dio — centro pulsante del magistero di Papa Francesco — viene declinato attraverso sei rapidi e intensi passaggi, di cui il penultimo riguarda più da vicino la Chiesa.

L’amabile verità della salvezza donata al mondo dal Padre, per mezzo del Figlio, nella grazia dello Spirito santo (Introduzione), nonostante le difficoltà dell’individualismo e dell’efficientismo odierni, costituisce un’offerta di senso e di pienezza all’intera umanità, e genera un nuovo ordine di relazioni, che nella Chiesa perviene alla forma sacramentale (cap. ii). L’universale e variegata aspirazione alla salvezza, implicita o manifesta, nascosta o espressa come bisogno di felicità, salute, benessere economico, pace interiore o serena convivenza, anima il cuore umano e lo sospinge alla ricerca del bene, lo impegna nella lotta contro il male. Dinanzi all’umana inquietudine, l’annuncio cristiano promette che Dio non solo compie, altresì oltrepassa ogni bisogno posto da Lui stesso nell’intimo di ogni persona. Nel rinnovato incontro con Gesù Cristo, la sorgente dell’amore smarrita col peccato è ritrovata: l’annuncio della sua salvezza «non riguarda soltanto la nostra interiorità, ma il nostro essere integrale» (cap. iii).

La storia umana è percorsa dall’insistente offerta d’amore di Dio che prende forma nell’Alleanza. Dall’ordine della creazione a quello della redenzione, e lungo la secolare tradizione della Chiesa, rifulge l’instancabile desiderio di sanare ed elevare l’uomo da parte di Dio, in «Cristo, Salvatore e Salvezza», volgendosi dall’alto verso il basso e viceversa. Infatti, da una parte, «il senso discendente testimonia la primazia assoluta dell’azione gratuita di Dio», e, dall’altra, «il senso ascendente ci ricorda che, mediante l’agire pienamente umano del suo Figlio, il Padre ha voluto rigenerare il nostro agire» (cap. iv).

Lo sguardo fisso su Gesù, dunque, sostiene permanentemente la Chiesa, luogo storico e comunitario in cui è possibile superare ogni tendenza riduzionista: sia dell’individualismo pelagiano, sia dell’interiorismo gnostico. Nella Chiesa siamo resi partecipi del nuovo ordine di relazioni che Cristo stesso ha vissuto: «In essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti». La mediazione salvifica della Chiesa — mediante l’economia corporale dei sacramenti e le relazioni vissute nella carità, specialmente con le opere di misericordia — «ci assicura che la salvezza non consiste nell’auto-realizzazione dell’individuo isolato, e neppure nella sua fusione interiore con il divino, ma nell’incorporazione in una comunione di persone, che partecipa alla comunione della Trinità» (cap. v). La conclusione della lettera dischiude l’orizzonte ultimo della salvezza, che Dio offre a «tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia» (Gaudium et spes, 22). Insieme al dialogo con i credenti di altre religioni, la Chiesa annuncia che «la salvezza integrale, dell’anima e del corpo, è il destino finale al quale Dio chiama tutti gli uomini» (cap. vi).

Nel quadro della visione complessiva della lettera — attingendo ai ripetuti interventi di Papa Francesco — il rapporto tra gnosticismo e pelagianesimo viene stabilito considerando come base comune la separazione dei “cristiani di parole” da Cristo, cui seguono due versioni antropologiche apparentemente divergenti. Nella variante gnostica: la superficialità, la leggerezza, la fluidità; secondo la variante pelagiana: la rigidità, la serietà, la tristezza. Le conseguenze che derivano da entrambe le prospettive sono la mancanza di vera gioia, la libertà e l’assenza dello Spirito. Si tratta di due tentativi di affermare l’uomo sacrificando la trascendenza di Dio, come annotava Paolo VI nell’ultima sessione del Vaticano ii. «E questo anche oggi ci dà luce, in questo mondo dove si nega l’uomo, dove si preferisce andare sulla strada dello gnosticismo, sulla strada del pelagianesimo, o del “niente carne” — un Dio che non si è fatto carne —, o del “niente Dio” — l’uomo prometeico che può andare avanti —. Noi in questo tempo possiamo dire le stesse cose di Paolo vi: la Chiesa è l’ancella dell’uomo, la Chiesa crede in Cristo che è venuto nella carne e perciò serve l’uomo, ama l’uomo, crede nell’uomo. Questa è l’ispirazione del grande Paolo vi» (Francesco, discorso ai partecipanti del pellegrinaggio della diocesi di Brescia, 22 giugno 2013).

Da un lato, la negazione della vera carne di Cristo, che svuota l’evento storico dell’Incarnazione e della Pasqua di Gesù, e, dall’altro, la negazione dell’influsso divino della grazia sono le due forme riduzionistiche che minacciano il cristianesimo odierno. In definitiva, quella neo-gnostica, di più spiccato carattere cristologico, e quella neo-pelagiana, di marca antropologica, procedono da una medesima radice e pervengono allo stesso esito: Gesù è semplicemente un simbolo, e la salvezza dipende sostanzialmente dall’uomo. Ciò che sostiene tale riduzionismo è la comune matrice ideologica, che condiziona l’appartenenza ecclesiale. A tali opzioni ideologiche manca la chiara percezione che la Chiesa non è rigida, ma libera; non è una casa da affittare, ma una casa per vivere; l’unità nella Chiesa è armonia, poiché lo Spirito è lui stesso armonia.

A livello ecclesiologico si riflette la convergenza delle due deviazioni, da riconoscere ed evitare. Da una parte, quella pelagiana, che ripone la fiducia nella perfezione delle strutture, dimenticando che la dottrina cristiana ha un «volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo» (Francesco, discorso ai rappresentanti del quinto convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Dall’altra, quella gnostica, che «porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello» (ibidem). Il mistero dell’Incarnazione custodisce la differenza tra trascendenza cristiana e spiritualismo gnostico, ed evita di «degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo [della Parola di Dio incarnata] dinamismo» (ibidem).

In queste concezioni, le dimensioni cristologica, antropologica ed ecclesiologica risultano così strettamente interdipendenti e deviate da smentire effettivamente la verità della rivelazione di Dio e dell’uomo, attraverso una visione deformata di Cristo e un’esperienza menomata della Chiesa. La via per il superamento delle derive gnostiche e pelagiane odierne è duplice. In primo luogo, l’autentica fede cristiana esige fedeltà alla carne di Cristo, alle sue piaghe che restano impresse nell’umanità vulnerabile e ferita. In secondo luogo, è necessario ribadire con chiarezza la fiducia nella grande gratuità di Dio, che ci offre la salvezza senza merito, rivelando così il senso profondo dello scandalo della croce (cfr. Romani, 5, 5-11).

di Maurizio Gronchi

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18 novembre 2019

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