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Ultimatum di Obama
sulla Siria

· ​Nessun passo in avanti negli accordi con Mosca se le violenze non cesseranno e gli aiuti non verranno consegnati ·

«Gli Stati Uniti non faranno altri passi negli accordi con Mosca finché non vedranno sette giorni continui di violenza ridotta e di duraturo accesso umanitario». È un ultimatum netto quello lanciato ieri dal presidente Barack Obama nel corso di una riunione con i suoi consiglieri per la sicurezza nazionale. Washington e Mosca stanno negoziando una proroga della tregua in Siria per consentire l’arrivo di aiuti umanitari. Uno dei punti essenziali del dialogo è la costituzione di un centro di coordinamento per il controllo della cessazione delle ostilità.

E sempre ieri, dopo un colloquio telefonico tra il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, e il segretario di stato americano, John Kerry, Mosca ha detto di essere «pronta a prolungare di altre 72 ore il regime di cessazione delle ostilità», entrato in vigore al tramonto di lunedì, affermando che le forze siriane «rispettano gli impegni presi». Tuttavia — ha sottolineato il generale Viktor Poznikir, primo vicecomandante dello stato maggiore russo — «aspettiamo misure risolute da parte americana per influire sulle formazioni armate da loro controllate», ovvero i ribelli moderati. Diversa la lettura della situazione da parte di Washington. Kerry ha lamentato con Lavrov le «ripetute e inaccettabili difficoltà» frapposte dalle forze governative all’accesso degli aiuti umanitari, in particolare verso la parte orientale di Aleppo, in mano agli insorti e assediata dai governativi. Il segretario di stato ha quindi invitato Mosca «a fare pressioni sul governo di Assad perché permetta ai convogli umanitari di raggiungere Aleppo e altre aree in stato di bisogno». Altrimenti, ha detto chiaramente Kerry, gli Stati Uniti «non accetteranno di dare vita con la Russia alla prevista struttura per il coordinamento delle attività di intelligence e militari contro i gruppi jihadisti», e cioè non solo il cosiddetto stato islamico (Is), ma anche gli uomini del fronte Fatah Ash Sham (ex fronte Al Nusra).
Intanto, l’Europa cerca una strategia per giocare un ruolo più attivo nello scacchiere mediorientale. «Sulla difesa abbiamo iniziato a costruire un nuovo assetto, sulla base di una politica estera che, a dispetto di certe semplificazioni, divisa non è» ha dichiarato ieri Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza comune. «Bisogna smettere di raffigurare divisioni anche dove non ci sono». A me — ha aggiunto la diplomatica italiana — «non interessa che ci siano dichiarazioni diverse entrando al consiglio europeo, ma che ne usciamo con una linea politica comune. E questo sulla politica estera negli ultimi due anni è sempre avvenuto perché sappiamo che soltanto uniti possiamo avere influenza nel mondo». Occorre perciò «continuare a lavorare per rafforzare l’immagine e la capacità esterna dell’Unione». Per quanto riguarda la Siria, «al tavolo negoziale già ci siamo, parte del gruppo di supporto, nato anche grazie all’iniziativa dell’Unione. L’Ue dovrà avere un ruolo di primo piano al tavolo per il futuro della Siria, diverso da quello in piedi oggi, dove si cerca innanzitutto l’accordo militare tra russi e americani per poi aprire la trattativa politica; e in verità abbiamo già iniziato a svolgerlo in modo riservato». Lunedì a New York, in margine all’assemblea generale, con i ministri degli Esteri della Ue e con Staffan de Mistura, Mogherini incontrerà diversi esponenti siriani.
Sul terreno, la situazione si fa sempre più complessa. Importanti violazioni della tregua sono state segnalate nelle ultime ore nell’area di Damasco, in zone considerate da tempo pacificate. Ieri, una settimana dopo l’uccisione ad Aleppo di Abu Mohammad Al Adnani, capo della propaganda dell’Is, braccio destro operativo di Al Baghdadi, la coalizione internazionale a guida statunitense ha ucciso in un raid aereo a Raqqa l’uomo che era considerato il “ministro dell’informazione” dell’organizzazione. Lo ha annunciato il Pentagono, precisando che l’operazione è stata messa a segno il 7 settembre. Si tratta di Wail Adil Hasan Salman Al Fayad. Secondo il portavoce della difesa, Peter Cook, il jihadista è uno dei leader più importanti dell’Is e si è occupato della produzione dei tristemente noti video, che mostrano esecuzioni e torture. 

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