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Ultima tappa una fossa comune

· Decine di cadaveri rinvenuti in Malaysia mentre moltissimi rohingya e bengalesi restano alla deriva in mare ·

È spesso una fossa comune ai margini di un campo di lavoro forzato l’ultima tappa del viaggio per mare intrapreso da tanti infelici in fuga da persecuzioni o dalla fame. 

Se ne è avuta una tragica conferma dalla scoperta di 139 di queste fosse trovate in 28 campi nel nord della Malaysia, vicino al confine con la Thailandia. Nel renderlo noto, la polizia malaysiana ha precisato che si tratta con ogni probabilità di rohingya, i membri della minoranza musulmana discriminata nel Myanmar, e di bengalesi. È ancora incerto il numero di corpi gettati nelle fosse, rinvenute durante un’operazione di polizia incominciata l’11 maggio. Le autorità locali hanno pochi dubbi che si tratti di vittime dei trafficanti di esseri umani, ai quali questi sventurati sono costretti ad affidarsi per intraprendere quei viaggi per mare ai quali affidano la loro speranza di un futuro.

Ma per molti di loro non è sufficiente neppure sfuggire ai pericoli del mare — sono migliaia quelli stitati tuttora alla deriva nel mare delle Andamane su barconi abbandonati dai trafficanti — perché all’arrivo trovano lavoro forzato, l’altro aspetto dello schiavismo praticato dai mercanti di morte.

Sulla tragedia che si consuma sui mari del sud-est asiatico e non solo — basti pensare a quanto accade nel Mediterraneo — è intervenuto, in un messaggio inviato oggi all’agenzia Fides, il cardinale Charles Maug Bo, arcivescovo di Yangon. «Una nuova ferita si apre. Lasciamo che misericordia e compassione scorrano come un fiume nella terra di Buddha», scrive il cardinale, che ricorda anche i i boat people del Vietnam e gli sbarchi nel Mediterraneo.

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16 luglio 2019

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