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Ulisse con la cinepresa

· Il percorso artistico di Carlo Verdone ·

Senza caramello in difesa della famiglia

Il personaggio, o meglio l’ennesimo alter ego che Carlo Verdone si è scelto nel suo ultimo film, Posti in piedi in paradiso , si chiama Ulisse. Come diceva il leggendario Manuel Fantoni di Borotalco , col tono tronfio di chi enuncia verità vecchie come il mondo fingendo di averle appena inventate: «Anche in un nome c’è un destino». E in effetti non c’era nome più appropriato per questo personaggio che compie un viaggio insospettabilmente lungo. E non tanto perché va in Francia a trovare sua figlia, quanto perché da vecchio rockettaro legato al passato, arriva a diventare padre coscienzioso e aperto a una nuova vita che arriva, dunque al futuro.

Ma Verdone questa sua odissea l’ha intrapresa molto tempo fa. Partendo dalle macchiette che rendevano esilaranti le sue serate di cabaret o le sue comparsate televisive alla fine degli anni Settanta, fino alla ricerca, incessante, di nuove sfumature, nuovi mezzi toni, che lo portassero a maturare come autore a tutto tondo, mentre la commedia italiana viceversa si degradava attorno a formule non solo abusate, ma riproposte svogliatamente.

È facile riconoscere, nell’ultimo Verdone, un richiamo forte ai valori della famiglia. Che se non vuole ergersi a manifesto ideologico, rimane comunque una visione personale piuttosto marcata. Nel suo libro La casa sotto i portici , nonostante i tanti aneddoti riguardanti le personalità del cinema che il futuro regista aveva avuto la fortuna di conoscere sin da piccolo, le pagine più coinvolgenti rimangono quelle che riguardano i genitori e la sorella Silvia. Mentre nell’ultimo film, Posti in piedi in paradiso , da possibile nonno poco convinto e forse spaventato anche dall’idea di invecchiare, il suo personaggio arriva a sventare un possibile aborto, facendo sentire il suo determinante apporto affettivo a due aspiranti genitori giovani ma non per questo meno felici di diventarlo.

Si tratta di temi, d’altronde, ai quali Verdone si sta approssimando con sempre maggior convinzione già da qualche anno. Guardando a ritroso la filmografia del regista da quest’ottica, si intravede con maggior chiarezza una costante, che è quella di adoperare molto spesso il registro amaro cui tiene particolarmente, e che lo avvicina ai grandi autori della commedia del passato, laddove c’è un legame familiare non risolto.

Come ci dice l’Ulisse dell’ultimo film, d’altronde, questa difesa della famiglia arriva sempre alla fine di un percorso esistenziale, arriva a piena maturazione dopo ostacoli e dubbi legittimi. A conferma di come Verdone, anche in questo caso, non cerchi mai di accalappiare il pubblico, facendo ricorso a tonalità caramellose o immagini edulcorate con cui la famiglia, purtroppo, o forse per fortuna, ha poco a che fare.

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23 maggio 2018

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