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Ulet non è un rifugiato

· Viggio in un mondo di esodi ·

Pubblichiamo uno stralcio del libro del giornalista spagnolo Non siamo rifugiati. Viaggio in un mondo di esodi (Torino, Einaudi, 2018, pagine 301, euro 19.50) con la prefazione di Martín Caparrós e l’apparato fotografico curato da Anna Surinyach.

Il suo ultimo atto di libertà fu guardare il mar Mediterraneo. Ulet era un somalo di quindici anni che era stato ridotto in schiavitú in Libia. L’ho visto salire su una nave di soccorso con una canottiera gialla e dei segni neri sul coccige. Non riusciva a camminare da solo: era un uccello sgraziato con le ali ferite. Le infermiere l’hanno ricoverato e all’inizio sembrava reagire alle cure. «Mamma» e «Coca Cola» erano le uniche parole che era in grado di pronunciare.

Fotografia di Anna Surinyach

Era solo. Era un minorenne senza famiglia né amici. I somali che viaggiavano insieme a lui dicevano che era stato torturato in un centro di detenzione in Libia, che lí lo costringevano a lavorare, che non gli davano né acqua né cibo. Secondo l'équipe medica a bordo, Ulet soffriva anche di una qualche patologia cronica, non si saprà mai quale.
Era incredibile che, in quelle condizioni, fosse arrivato fin qui, in questo punto d’incontro tra l'Europa e l’Africa, fino alle coordinate in cui ogni vita inizia a valere — solo un po’ —, fino al territorio dove la morte si dispiega e si estende. La soglia simbolica tra il Nord e il Sud: una linea capricciosa, in mezzo al mare, che segna la differenza tra l’esistere e il non esistere, tra la terra europea e il limbo africano. Qualche miglia nautica. Un mondo.
Quando Ulet arrivò alla nave riusciva solo a balbettare, delirava, mormorava desideri. Con la violenza marchiata sulla schiena e una maschera d’ossigeno, lottava per sopravvivere, si aggrappava alla vita. Non c’era nessun volto noto a sostenerlo.
Dopo il salvataggio, la nave si diresse verso l’Italia per ore e ore. Ulet si senti meglio e chiese all’infermiera di poter uscire in coperta. Da lí osservò il movimento ritmico delle onde, sentì sul volto la brezza del Mediterraneo. Ormai lontano dalla Libia, l’inferno che aveva segnato la sua vita, perse conoscenza.
Cercarono di rianimarlo per mezz’ora, ma morí a causa di un edema polmonare, secondo la notifica di morte. Se Ulet fosse morto in Libia, non se ne sarebbe accorto nessuno.
Volevo scrivere un libro su persone che — come Ulet — fuggono dalla guerra, dalla persecuzione politica e dalla tortura. Volevo scrivere un libro che seguisse le loro vite, che non si fermasse all’istante traumatico della guerra o alla gioia dell’accoglienza. Volevo scrivere un libro infinito, con storie che non finiscono mai. Volevo scrivere un libro sulle persone che frange ufficiali e non ufficiali dell’Occidente vogliono trasformare nel nemico del xxi secolo.
Volevo scrivere un libro sui rifugiati.
L’avevo ormai quasi terminato, quando pensai a Ulet. E mi accorsi che non era un rifugiato. Pensai a Ronyo, un maestro del Sud Sudan rimasto nel suo paese. E mi accorsi che non era un rifugiato.
Pensai a Julienne, una congolese stuprata dalla milizia Interahamwe. E mi accorsi che non era una rifugiata. Poi pensai a quelli che in teoria sí, lo erano: Sonam, un bibliotecario tibetano in India; Akram, un imprenditore di Aleppo nel porto greco di Lesbo; Salah, un giovane siriano a cui la Norvegia aveva concesso asilo. E mi accorsi che loro non si sentivano rifugiati. Il bibliotecario era nato nell’esilio indiano e si sentiva solo tibetano: lui non aveva niente a che vedere con siriani e afghani.
L’imprenditore di Aleppo era molto ricco prima della guerra, e diceva che lui non aveva niente a che vedere con quei rifugiati che stavano fuggendo verso l’Europa.
Il giovane siriano a cui la Norvegia aveva concesso asilo faceva ormai parte della minoranza globale che si può muovere nel mondo con relativa libertà. Sapeva che non aveva piú niente a che vedere con tutta quell’umanità che rischiava la pelle in mare. Diciassette paesi e circa duecento interviste dopo, mi accorsi che la parola rifugiato veniva pronunciata, più che altro, nei paesi d’accoglienza. Per loro, per quelli che parlano qui, quella parola acquista un senso solo per rivendicare i propri diritti, per cercare la protezione internazionale.
La parola rifugiato è a uso e consumo occidentale? Secondo la Convenzione relativa allo status dei rifugiati — la famosa Convenzione di Ginevra del 1951 — rifugiato è la persona che a seguito di avvenimenti verificatisi anteriormente al 1° gennaio 1951, temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese, di cui è cittadino.
Questi «avvenimenti» erano la seconda guerra mondiale. La Convenzione di Ginevra e l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) furono istituiti, inizialmente, per gli europei. C’erano rifugiati illustri: scrittori, pittori, scienziati. Il rifugiato era avvolto da un’aura di prestigio perché era una persona stimabile, perseguitata, che era fuggita dalla barbarie.
Adesso la guerra è ormai delocalizzata: e i (non) rifugiati anche. Tre nazioni — Siria, Afghanistan e Somalia — ne raggruppano oltre la metà del totale. L’immensa maggioranza appartiene a paesi. in via di sviluppo. Oggi il rifugiato è una persona non europea: non stimabile, perseguitata, che è fuggita dalla barbarie. Rappresentano quasi l’1 per cento della popolazione mondiale. Piú di 65 milioni di persone: appena un terzo sono rifugiate — quelle che hanno varcato frontiere — e quasi tutte le altre sono espatriate interne; questa non è solo una crisi di rifugiati. Quasi nove su dieci vivono in Stati in via di sviluppo: questa non è solo una crisi europea.
Sono quasi l’1 per cento della popolazione mondiale? Le cifre ufficiali dell’Onu non comprendono, per esempio, i centramericani che fuggono dalle bande e cercano di attraversare la frontiera messicana per raggiungere gli Stati Uniti. Persone che vanno incontro alla morte, se solo provano a tornare a casa, in paesi come l’Honduras, dove ogni giorno ci sono pii omicidi che in Iraq.
Non ci sono mai stati tanti rifugiati come adesso. Non ci sono mai stati tanti rifugiati in nazioni povere come adesso.
Non ci sono mai state tante persone che non sappiamo come definire, ma che fuggono dalla violenza e non hanno protezione.
Questo libro parla di queste e quelle persone. Di quelle che sono arrivate e di quelle che non arriveranno mai. Di quelle che si trovano ad Amburgo, a Oslo o a Barcellona, ma anche — soprattutto — a Bangui, Dharamsala, Tapachula o Zaatari. Perché è quello lo scenario dei popoli in movimento a causa della violenza: Africa, Asia, America, Medio Oriente. E anche Europa.
In questo libro non c’è un ritratto tipo del nemico invasore che una parte della destra vuole creare: non c’è islamofobia, non c’è razzismo, non c'è una rivendicazione delle frontiere. In questo libro non c’è un ritratto tipo dell’amico vulnerabile che parte della sinistra vuole creare: non ci sono esseri angelicali, non ci sono lacrimevoli bugie, non c’è una rivendicazione dell’apertura delle frontiere.
Una volta attraccato nel porto italiano di Vibo Valentia, il cadavere di Ulet, l’adolescente somalo di quindici anni soccorso in alto mare, fu fatto sbarcare in un feretro di legno.
La polizia italiana disse che stava cercando un luogo per seppellirlo, che non era per niente facile, che questa città è molto piccola, che non c’è posto nei cimiteri della zona per questo somalo che ha attraversato il Corno d'Africa ed è arrivato in Libia, per questo somalo che è stato massacrato in un centro di detenzione, per questo somalo che non aveva piú una famiglia, per questo somalo che ha lavorato e cucinato e fatto le pulizie per persone senza scrupoli, per questo somalo che è stato picchiato e umiliato, per questo somalo che era riuscito a salire a bordo di un gommone e ad attraversare il Mediterraneo, per questo somalo che riassume tutti gli esodi del mondo, per questo somalo che aveva l’assurdo sogno di arrivare in Europa via mare quando era in punto di morte, protetto soltanto da una canottiera gialla, per questo somalo che è morto mentre fuggiva dalla schiavitú, per questo somalo che è morto quando stava per vincere.

Per questo somalo che non è mai stato un rifugiato.

di Agus Morales

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20 ottobre 2019

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