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Tutto in uno sguardo

· E' morto il critico d'arte e scrittore inglese John Berger ·

Richiamava i tratti di un personaggio pirandelliano John Peter Berger, il critico d’arte, scrittore e pittore inglese morto, lunedì 2, all’età di 90 anni. Verrebbe infatti da definirlo uno, nessuno e centomila: insomma, un novello Vitangelo Moscarda. Ma non è stata solo la varietà dei suoi interessi a sottrarlo a una collocazione univoca, ma anche e soprattutto l’attitudine a spostare di continuo l’angolazione critica dalla quale giudicava persone, opere ed eventi. La critica gli riconosce il merito di aver contribuito a cambiare il modo di guardare un quadro, di scrivere un romanzo e di analizzare le cangianti dinamiche della società. “Forme di attenzione” è l’espressione che meglio lo inquadra: è qualcosa che viene prima ancora dello stile che caratterizza i suoi scritti o le sue opere visive, perché Berger anzitutto s’interrogava con passione su tutto ciò che il suo sguardo vorace riusciva a ghermire: fossero un albero, una persona o un semplice oggetto. 

Non a caso uno dei suoi libri più noti, Questione di sguardi, è nato da una trasmissione televisiva della Bbc, Ways of Seeing, da lui curata nel 1972. È un libro che stabilisce un solido equilibrio tra immagini e parole, fra attività visiva e attività verbale. Nel 1958 pubblicò il primo romanzo A Painter of Our Time, che narra la storia della scomparsa di Janos Lavin, un fittizio pittore ungherese in esilio. Nel 1965 compose The Success and Failure of Picasso (1965), una panoramica sulla carriera dell’artista. Riscosse poi elogi la trilogia Into thier Labours — il suo maggior lavoro negli anni Ottanta — che narra dell’esperienza dei contadini europei dalle loro radici agricole alla loro alienazione politica ed economica. Con penetranti saggi su fotografia, arte e politica, aveva collaborato con quotidiani e riviste internazionali, da «El País» al «The Guardian», da «Le Monde diplomatique» a «The New Yorker». Sempre attento alle questioni sociali, scrisse King: A Street Story (1998), sulla vita dei senzatetto raccontata dal punto di vista di una cane randagio. Berger, inizialmente, aveva richiesto che il suo nome non apparisse sulla copertina del libro, per far sì che il romanzo fosse valutato solo per i suoi meriti, e che dunque «non vivesse di rendita» in virtù di una fama già ampiamente consolidata.

Con G. (1972), la sua opera più sperimentale, Berger vinse sia il James Tait Black Memorial Prize che il Booker Prize. Ambientato nell’Europa della prima guerra mondiale, è un romanzo picaresco, il cui protagonista, appunto G. — figura sospesa tra don Giovanni e Casanova — acquisisce consapevolezza della vita e maturità interiore attraverso logoranti disavventure, fedeli compagne di viaggio nel suo peregrinare per il continente. Scrive «The Guardian» che nella sfida con Miguel de Cervantes, l’autore inglese esce sconfitto, perché quattrocento anni prima il genio spagnolo aveva rivelato, nel tracciare una sorta di itinerario di formazione del protagonista, «un tocco più leggero». Ma ciò non lede, sottolinea il quotidiano britannico, la grandezza di un autore che aveva fatto del coraggio di mettersi sempre in gioco, e in conflitto con le contraddittorie manifestazioni del mondo, la sua cifra morale e stilistica.

di Gabriele Nicolò

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24 agosto 2019

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