Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Tutto Francesco in 430 metri

· Restaurato il film di Enrico Guazzoni del 1911 ·

Le biografie di martiri e santi sono state una costante della catechesi e della letteratura religiosa, oltre che fonte d’ispirazione per innumerevoli artisti. Con l’avvento del cinema, la parola scritta e l’arte non sono state più l’unico strumento per narrare la storia, la cultura e la spiritualità dell’uomo; e si è fatta strada una nuova forma espressiva e narrativa.

Il mezzo cinematografico ha dimostrato la sua forza e i suoi limiti, attraverso l’innato potere derivato dall’impatto dell’immagine in movimento, e lo schermo ha iniziato da subito a narrare la storia di Cristo e dei suoi santi, anche perché, come spettacolo indirizzato soprattutto alle classi popolari, il suo repertorio traeva ispirazione da personaggi famosi della storia, della letteratura e della religione. Così sulla pellicola sono rimasti impressi tanti ritratti di santità che hanno dovuto fare i conti con la difficoltà di rappresentare la mistica e l’ineffabile senza banalizzarli.

La Filmoteca Vaticana conserva per vocazione molte di queste produzioni e qualche anno fa ha recuperato il primo film realizzato sulla figura di Francesco di Assisi nel 1911, Il poverello di Assisi , per la regia di Enrico Guazzoni. La pellicola è stata recentemente rigenerata e un paziente lavoro di pulizia ha permesso di restituirle la splendida fotografia dell’epoca e l’originaria luminosità che ne fanno un piccolo pezzo di arte cinematografica. Il confronto con le copie conservate in altre filmoteche ha poi permesso di scoprire come quella dell’archivio vaticano sia una delle poche complete.

Cento anni fa, con questa pellicola si apriva un ciclo che, lungo il Novecento, tentava di raccontare la storia di Francesco, evidenziando di volta in volta i diversi aspetti della sua esistenza, dalla conversione alle opere, dalla povertà alla regola dell’ordine, dalla semplicità all’ascesi. In questo panorama creativo, Guazzoni è il primo di una lunga serie di registi che si sono confrontati con la personalità del più famoso santo italiano e, nonostante la sua pellicola non sia tra le più note, resta un esempio cinematografico di particolare fascino.

Il film fu commissionato a Guazzoni da una delle più importanti case di produzione dell’epoca, la Cines, in vista dell’Esposizione Internazionale di Torino, e fa parte della serie di «grand’arte». Guazzoni, che aveva studiato pittura all’Istituto delle Belle Arti iniziando a lavorare come cartellonista e decoratore, era entrato a far parte della Cines nel 1907 e questo incarico rappresentava una vera sfida.

Il film riuscì a portare a casa il secondo premio, pari a 4.000 lire, per la categoria artistica al Concorso di cinematografia bandito dall’Esposizione, e fu distribuito anche in Gran Bretagna e in Germania, ottenendo un gran successo.

I 430 metri della pellicola rivelano un pregio artistico che deve molto a un’accurata realizzazione e a precise scelte stilistiche. Il film, influenzato esteticamente dal ciclo pittorico di Giotto, è arricchito da una scenografia finalizzata al realismo, cominciando dagli esterni e continuando con la ricostruzione fedele degli appartamenti papali, della dimora del Sultano e di tutti gli ambienti di scena.

Guazzoni aveva chiesto di girare la pellicola proprio ad Assisi, ma il suo desiderio non aveva incontrato il favore dei finanziatori. La consuetudine dell’epoca era di fare tutto negli studi di posa. Alla fine il regista ottenne quello che voleva e la sua scelta si rivelò una mossa vincente, così come la scelta dell’attore interprete di Francesco, Emilio Ghione, che con la sua recitazione solenne, ma sobria allo stesso tempo, riuscì a creare un ritratto intenso del santo, con il volto magro e gli occhi mobili ed espressivi, esaltati dal trucco nero. Nonostante i canoni recitativi richiedessero allora l’esasperazione dei gesti e delle espressioni, il santo di Ghione riesce a essere semplice e misurato, capace di attirare su di sé l’attenzione dello spettatore, con una sensibilità recitativa non comune che evita una rappresentazione scontata dell’estasi mistica.

Le prime scene raccontano il Francesco mondano e aristocratico, per sviluppare poi il percorso spirituale del santo, dal turbamento all’incontro con Madonna Povertà, dall’abbandono della famiglia alla derisione. Sequenza dopo sequenza entriamo nell’universo francescano, come attraverso un ciclo pittorico: il saio, Chiara, il sultano, l’incontro con il Papa, la malattia, la morte, con il corpo segnato dalle stimmate che viene portato da Chiara per l’ultimo saluto. E sullo sfondo Assisi, la città reale, in cui Guazzoni aveva fortemente voluto girare il suo omaggio a Francesco.

Anche l’uso delle didascalie è insolito: semplice e chiaro, senza i termini aulici molto usati all’epoca; nello sviluppo narrativo esse hanno una funzione descrittiva quando introducono una sola inquadratura, mentre sintetizzano gli eventi se precedono una serie di più inquadrature. Naturalmente siamo ancora di fronte a una forma cinematografica non compiuta, poiché la macchina da proiezione resta fissa, costruendo ogni scena come se fosse un quadro o piuttosto una fotografia animata, ma nonostante il limite dell’epoca, Il poverello di Assisi anticipa le potenzialità del cinema con grande compostezza e soprattutto con la capacità di selezionare alcuni episodi fondamentali della vita di Francesco, evitando quelli più mistici e contemplativi, sicuramente più difficili da mettere credibilmente in scena.

I film sulla vita del santo che verranno dopo non terranno conto di queste scelte, ma l’opera di Guazzoni farà la fortuna di Ghione, da quel momento assunto come primo attore dalla Cines con un compenso di trecento lire al mese.

La vena poetica che percorre il film, unita a un’accurata rievocazione storica e a un’efficace verosimiglianza, anticipa il capolavoro che Guazzoni realizzerà l’anno successivo, Quo Vadis? , con il quale maturerà le possibilità espressive offerte dal linguaggio delle immagini in movimento, influenzando per anni la storia del cinema italiano. Costato 60.000 lire e lungo oltre 2.250 metri, Quo Vadis? sarà un enorme successo. Proiettato per nove mesi addirittura negli Stati Uniti, contribuirà a rendere la Cines una delle società produttrici più importanti; e Guazzoni, pioniere cinematografico appassionato di pittura, un regista di fama mondiale.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 novembre 2018

NOTIZIE CORRELATE