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Tutti gli animali del Papa

· Nelle Ville Pontificie di Castel Gandolfo ·

Un bracco fa capolino tra le reti del recinto dove altezzose galline razzolano rasserenate da quella presenza. Poco più in alto, all’ombra di un rigoglioso uliveto, pascolano libere alcune maculate vacche frisone, con le mammelle gonfie di latte. Poco discosta s’intravvede la serie di piccole arnie del frequentatissimo apiario, dove matura un miele raffinato. Su, nel cielo, due falchetti addestrati hanno il loro bel da fare per proteggere i frutteti dall’assalto combinato di decine di fameliche cornacchie. Tra le frasche del boschetto di pini, larici e lecci, di tanto in tanto s’affaccia il muso appuntito di una volpe in agguato, in attesa di un attimo di distrazione del bracco di guardia. In questo periodo estivo, poi, c’è l’ormai familiare coppia di upupe che regolarmente sceglie gli alti lecci per trascorrervi l’estate. E si avverte uno straordinario profumo di fieno, confuso con quello delle rose, che pervade tutto il rosso villaggio che, nelle Ville pontificie di Castel Gandolfo, ospita gli animali del Papa.

La fattoria è un pezzo storico della dimora estiva dei Pontefici. Si trova nella parte estrema della residenza, proprio dietro il cancello che si apre sulla piazza di Albano. Spaziare con l’occhio su questi venti ettari di terra, è come ritrovarsi immersi in una delle tele secentesche del pittore napoletano Andrea De Lione, maestro nel raffigurare anche scene bucoliche caratterizzate da colori brillanti e da un vivace dinamismo. Di colori sono ricchi i fiori delle serre nella zona riservata alla floricoltura, il roseto nei ruderi della villa imperiale, il parco che si confonde con l’orto e si estende sino al pergolato, coperto in questi giorni di pampini verdolini. I tralci s’inerpicano fino alle grandi terrazze ricavate da un’arida pietraia, e trasformate in un digradare ordinato di colture orticole. E nel bel mezzo le mucche.

«Una volta — ricorda Saverio Petrillo, il direttore delle Ville — abbiamo ospitato anche due cinghiali. Li aveva regalati don Zeno di Nomadelfia a Paolo VI. Di movimento ne crearono un bel po’. Più pacifiche erano le gazzelle di Pio XI. Erano state donate al Papa dal delegato apostolico in Egitto e il Pontefice si affezionò a quelle bestiole: le andava a trovare ogni volta che si fermava a Castello. Le sue erano visite quotidiane e non andava mai a mani vuote. Si racconta che spesso prendesse tra le sue braccia la più piccolina delle due. Purtroppo fece una brutta fine: un giorno, infatti, spaventata da un gruppo di giovani esploratori ungheresi in visita al Papa, saltò il recinto, si ritrovò sulla via Appia e venne travolta da un’auto. Con grande dispiacere di Pio XI».

Ogni pietra rossa del casale, ogni ramo o pianta avrebbero qualcosa di singolare da raccontare, per il susseguirsi di frequentatori illustri passati in questa parte delle Ville. Di certo la fattoria del Papa, anche se simile a tante altre, suscita comunque curiosità. Non esiste tuttavia un’aneddotica particolare e le cronache ne parlano solo a margine di eventi ben più significativi. Tutto quello che si sa è frutto dei racconti tramandati di generazione in generazione e un po’ di storia si può leggere in questa stessa pagina.

Ma la fattoria del Papa merita di per sé un’attenzione particolare. Perché, come era nelle intenzioni di Pio XI, può senz’altro essere considerata un modello nel suo genere. Intanto, per la sua caratteristica della quale vanno fieri i fattori. Nonostante sia sempre stata tenuta al passo con i tempi e dotata delle tecnologie più moderne e sofisticate, la fattoria ha infatti conservato intatto l’aspetto del rustico antico, mostrando come sia possibile che l’ordine, la pulizia e le esigenze razionali dell’agricoltura moderna, estremamente tecnologizzata, possano sempre conciliarsi con il sapore della tradizione e con il gusto del pittoresco.

Così, nell’ala principale dell’antico casale si scopre una modernissima pastorizzatrice per il latte. «L’uso di materiali d’avanguardia — spiega il responsabile della fattoria Giuseppe Bellapadrona — ci consente di pastorizzare il latte a 75 gradi, in modo da non distruggere le proprietà organolettiche. Da qui esce un latte di alta qualità, con un contenuto di siero-proteine superiore a quello che normalmente si trova nel pastorizzato in commercio. Riusciamo a conservare praticamente intatte tutte le proprietà principali».

Le mucche in produzione, quelle cioè che danno il siero, sono 25 e sono sistemate in una moderna vaccheria, allestita nel 2008. Quasi per evitare che stonasse con il resto del complesso è stata allestita in una zona più defilata. «Ci siamo decisi a farlo — spiega Bellapadrona — per offrire alle mucche un ambiente salubre e confortevole in modo da non farle stressare e dunque per non compromettere la qualità del prodotto». E sarebbe un peccato perché sono bestie di ottimo lignaggio, tutte rigorosamente segnate e marcate nell’anagrafe del Libro della frisona italiana .

Con la nuova sistemazione godono di notevoli spazi di libertà anche se si trovano in un ampio capannone aperto sui quattro lati. Ognuna ha il proprio spazio per il riposo: «Sono loro stesse che si sistemano il giaciglio con la paglia». Così è per il posto alla mangiatoia, una feritoia «che si apre ad orari stabiliti».

E il menù è ricco: «Si tratta — precisa il responsabile della fattoria — di un’alimentazione tipica della zona del parmigiano reggiano, tutto a secco, fieno e concentrato. Del tutto assenti le sostanze insilate del fieno o del mais perché nella zona del parmigiano lo sconsigliano per evitare fermentazioni anomale del formaggio». Un piatto unico, insomma, preparato con un miscelatore di ultima generazione, in modo che le «mucche assumano sia la parte proteica che la fibra in un insieme di massima digeribilità e adatto al fabbisogno di ognuna di loro. Questo perché ogni animale, a seconda del latte che produce, ha bisogno di un’integrazione alimentare». Nulla dunque è lasciato al caso. Tanto meno l’igiene: spazzole automatiche provvedono più volte al giorno alla pulitura del canale tra la zona giorno e quella notte, in modo da tenere l’ambiente sempre pulito. Lo stesso vale per il canale di scorrimento utilizzato per raggiungere il reparto mungitura che è completamente meccanizzata.

Proprio grazie ai miglioramenti e soprattutto all’attenzione posta nell’assicurare agli animali il benessere di un’esistenza tranquilla e pulita, «le nostre vacche — spiega Bellapadrona — riescono a produrre grandi quantità di latte, almeno cinquanta litri al giorno ciascuna.

Tuttavia dovendo rispettare la quota di produzione che ci è stata assegnata a suo tempo, circa seicento litri al giorno, dobbiamo cercare di limitare la produzione. Per attenerci alla regola riduciamo i capi in produzione. Del resto il nostro scopo, anche se riusciamo sempre ad autofinanziare ogni attività, non è commerciale. Latte, olio, uova e poche volte la carne sono in vendita esclusivamente nello spaccio annonario del Vaticano».

C’è stato un periodo tuttavia durante il quale il «latte del Vaticano» era particolarmente ambito. «Fu nei giorni — ricorda il responsabile — immediatamente successivi al disastro nucleare di Cernobyl, quando la nube di cesio sprigionata dal reattore distrutto giunse anche sull’Italia e inquinò gran parte delle campagne e dei raccolti. Noi già molto tempo prima, avevamo l’abitudine di conservare le nostre scorte di fieno non solo al coperto ma anche avvolte in teloni impermeabili.

E quando vennero tecnici per verificare il livello di radiazioni assorbite, il risultato fu stupefacente: non c’era traccia alcuna. In quel periodo ricordo che sconsigliavano l’assunzione di latte, soprattutto da parte dei neonati. Mettemmo così a disposizione il nostro. Furono le stesse autorità sanitarie a consigliare chi ne aveva più urgenza di rivolgersi a noi».

Non meno efficiente il pollaio. Un ampio recinto nel quale circa trecento galline ovaiole sono libere di razzolare a piacimento. «Danno — dice Bellapadrona — oltre duecento uova al giorno, che restano in vendita all’annona vaticana per pochissimo tempo: sono molto ambite e terminano in un baleno».

Una sessantina sono i polli da carne, anch’essi rigorosamente ruspanti e «il ricambio è assicurato da diverse nidiate di pulcini che acquistiamo direttamente da pollai di fiducia e facciamo crescere secondo rigorosi criteri di igiene».

A completare questo quadro sono un vivaio, dal quale si ricavano i fiori e le piante necessarie per adornare i Palazzi pontifici, un frutteto soprattutto di albicocchi e peschi sufficiente alle esigenze interne e un uliveto secolare che dà frutti per una discreta quantità di olio, fra i duemila e i tremilacinquecento litri.

Un nettare reso pregiato dalla spremitura a freddo, oltreché dalla particolarità dell’oliva, piccola ma molto saporita come quelle di alberi secolari. Solo poche bottiglie fanno una fugace comparsa tra gli scaffali dell’annona in Vaticano. E naturalmente tutti i prodotti arrivano sulla tavola del Papa.

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23 ottobre 2019

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