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Tutti corteggiano il Kazakhstan

· Elezioni nella ex Repubblica sovietica ·

Il Kazakhstan, ex Repubblica sovietica dell’Asia centrale, è stata scossa negli ultimi mesi dalla crisi economica che non ha risparmiato neppure questo Stato ricco di gas e petrolio. Le tensioni sociali sono cresciute, con manifestazioni di protesta culminate, lo scorso dicembre a Zhanaozen, in sanguinosi scontri tra forze di sicurezza e lavoratori del settore petrolifero con un bilancio di sedici morti e centinaia di feriti. Il presidente Nursultan Nazarbayev — riconfermato nelle elezioni del 3 aprile dell’anno scorso con il 95,55 per cento dei voti — ha imposto lo stato di emergenza fino al 31 gennaio. In questo clima si svolge la consultazione per il rinnovo della Camera bassa (Majilis) e si vota anche per le assemblee locali (Maslikhats).

Molti osservatori esprimono forti perplessità sulle condizioni di effettivo esercizio delle libertà politiche e civili nel Kazakhstan, un immenso Paese grande come mezza Europa ma con soli sedici milioni di abitanti. Finora però è stato considerato l’anello più stabile della catena centroasiatica tra le ex Repubbliche sovietiche, dove convivono più di 140 etnie e trenta fedi religiose differenti. Inoltre, nei venti anni trascorsi dall’indipendenza, ha ottenuto degli indiscutibili successi nello sviluppo economico.

A dicembre è stato inaugurato ad Almaty, capitale finanziaria del Paese, il primo tronco della metropolitana che dovrebbe trasportare circa trecentomila persone l’anno (il sistema, antisismico, è uno dei più moderni al mondo). Mentre nel periodo sovietico aveva come unico ruolo quello di fornitore di materie prime all’Unione, oggi la Repubblica è diventata uno Stato industrializzato e sviluppa dinamicamente la sua produzione manifatturiera.

Secondo le previsioni delle agenzie internazionali nei prossimi cinque anni il Kazakhstan sarà una delle prime tre economie del mondo per crescita del pil, che raggiungerà il sette per cento annuo. Il Paese occupa una posizione cruciale dal punto di vista geopolitico oltre a essere una fonte quasi inesauribile di riserve energetiche. Per questo è corteggiato a livello internazionale.

La Russia cerca di estendere la sua influenza; gli Stati Uniti oltre agli investimenti nel settore petrolifero, dipendono dal Kazakhstan per le vie di rifornimento verso l’Afghanistan; anche la Cina è assetata di energie per la sua ascesa economica e l’Europa è sempre più intenzionata a ridurre la propria dipendenza dagli approvvigionamenti russi. La proposta di realizzare un gasdotto tra Kazakhstan, Turkmenistan ed Europa, che esclude la Russia e l’Iran, ha suscitato le ire di Mosca: il presidente Medvedev ha detto, durante il vertice Ue-Russia del 15 dicembre scorso a Bruxelles, che il progetto viola gli interessi dei Paesi dell’area del Mar Caspio, rischiando al contempo di danneggiare l’ambiente.

La campagna elettorale è stata caratterizzata dalla proclamazione, nella provincia occidentale di Mangystau, dello stato di emergenza e del coprifuoco dopo la rivolta nella città petrolifera di Zhanaozen, non lontana dall’esplosiva area del Caucaso settentrionale (Cecenia, Daghestan e Inguscezia). La protesta ha riguardato soprattutto dipendenti della società Ozenmunaigas Oil, una sussidiaria di KazMunaiGas, società petrolifera statale di Astana. L’intervento della polizia ha suscitato la reazione dei manifestanti, innescando gli scontri, durante i quali sono stati dati alle fiamme edifici amministrativi, hotel, uffici. Il presidente Nazarbayev, oltre a decretare lo stato di emergenza, ha destituito i manager di alcune società petrolifere e dell’amministrazione locale della città. Ha dovuto lasciare il posto anche Timur Kulibayev, genero del capo dello Stato e considerato uno dei suoi possibili successori. In seguito all’imposizione dello stato d’emergenza, il Consiglio costituzionale ha stabilito che i cinquantamila elettori di Zhanaozen non potranno votare.

Le elezioni presidenziali dell’anno scorso hanno fatto seguito all’approvazione della riforma costituzionale che ha ridotto a cinque anni il mandato del capo dello Stato e ha reintrodotto il limite di due mandati consecutivi. Ma Nazarbayev — al potere già prima dell’indipendenza dall’Urss (nel 1989 era a capo del Partito comunista) ed eletto presidente il primo dicembre del 1991 — controlla anche il Majilis: nelle ultime elezioni parlamentari, il 18 agosto del 2007, infatti, il partito del presidente, il Nur Otan (luce della patria), si è aggiudicato l’88 per cento delle preferenze e ha ottenuto tutti i 98 seggi disponibili (la Camera bassa è composta da 107 deputati; 98 quelli eletti con un sistema proporzionale su base di liste nazionali con soglia di sbarramento al sette per cento).

Gli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa avevano in quell’occasione rilevato che «nonostante qualche progresso nel processo elettorale e in alcuni aspetti del voto, le elezioni non soddisfacevano un certo numero di impegni assunti in sede Osce al riguardo e altri standard internazionali per elezioni democratiche».

L’Unione europea ha auspicato che il prossimo Parlamento includa più di un partito e che le elezioni si svolgano un’atmosfera aperta e competitiva. Inoltre, il voto parlamentare avrebbe dovuto consentire a tutti i partiti politici di parlare apertamente alla popolazione presentando le proprie posizioni, per assicurare un voto onesto, equo e di alta qualità. Bulkta Abilov, leader del partito di opposizione socialdemocratico, Azat (libertà), si è visto invece respingere la candidatura dal responsabile della Commissione elettorale, Bakhit Meldechev.

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