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Tutti a lezione a Lambaréné

Lambaréné è una parola, o un nome, che oggi quasi nessuno pronuncia più, quasi se ne fosse perso addirittura il ricordo. E invece, fino agli anni Cinquanta o Sessanta del secolo scorso (e anche più tardi), bastava pronunciare quel termine, perché all’improvviso ciascuno recuperasse dai fondali della memoria l’immagine-simbolo di un famoso lebbrosario dell’Africa equatoriale francese, che Albert Schweitzer era stato capace di rendere noto al mondo intero.

Infatti, Schweitzer, un francese di origine alsaziana nato nel 1875, si era già conquistata una buona fama non solo come professore all’università di Strasburgo, ma anche come scrittore con un saggio su Bach «musicista poeta», e come ottimo organista. Eppure, già nei primi anni del Novecento Schweitzer aveva sentito forte, anzi irresistibile il richiamo di quello che si era abituati a chiamare “il continente nero”.

Così aveva intrapreso gli studi di medicina, e appena laureato — era il Venerdì Santo del 1913 — aveva deciso di partire e era approdato a Lambaréné, nell’attuale Gabon: una località, come racconterà lui stesso, «un po’ a sud dell’equatore, dove le stagioni sono quelle dell’emisfero australe, inverno quando in Europa è estate, e viceversa». E l’estate, preciserà, «è il periodo delle piogge, che va dai primi d’ottobre a metà dicembre e dalla metà di gennaio alla fine di maggio». Eppure, lì ci rimarrà per tutto il resto della vita, fino al 1965, dopo aver ottenuto — proprio per questo suo straordinario “apostolato di carità” — il premio Nobel per la pace nel 1953.

Il sentimento della solidarietà, lo spirito di collaborazione, l’aiuto verso chi più ha bisogno: ecco alcuni principi-guida, su cui Schweitzer non ha mai smesso di insistere, sempre pronto a ricordarci: «non vivi in un mondo tutto da solo; ci sono anche i tuoi fratelli». E lui ogni africano lo considerava un fratello; anzi, aggiungeva che «è un fratello più giovane di parecchi secoli». Così, fin dall’arrivo a Lambaréné, aiutato da un interprete-infermiere, aveva cominciato subito a visitare, a curare, a medicare questi poveri “fratelli”, che si trascinavano fino a lui, colpiti dalla malaria, dalla lebbra, da affezioni cardiache, o da devastanti dissenterie.

Per ognuno di loro Schweitzer non era un medico, ma un Ogango , cioè uno stregone, come lo chiamavano, dotato di poteri “magici”, in grado di liberarli da quelli che giudicavano non già malattie da curare ma “spiriti maligni” che si erano impossessati di loro e li stavano divorando. Schweitzer, con a fianco la moglie, passava intera ogni giornata, mentre la primitiva baracca-ospedale si trasformava via via in quello che diventerà “il lebbrosario di Lambaréné”, presto noto in tutto il mondo, nonostante lui fosse consapevole delle enormi difficoltà quotidiane, senza mai esitare a confessare: «quello che tu puoi fare da solo è una goccia nell’oceano», ma altrettanto consapevole che anche quella piccola goccia «è ciò che dà senso alla tua vita».

Già Floriana Mastrandrea, qualche anno, fa ci aveva affidato un bel libro su quell’esperienza, intitolato L’altra Africa di Albert Schweitzer (Roma, Armando 2004). Ma ci piace ricordare anche un altro libro dello stesso Schweitzer, Dove comincia la foresta vergine (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2011), che diventa un’occasione preziosa per seguire l’eccezionale vitalità di Schweitzer, in grado di trasformare quel piccolo ospedale in una struttura di ben quarantacinque costruzioni, così «da alloggiare 20 ammalati bianchi e 350 indigeni, senza tener conto delle persone che li accompagnano», con il quotidiano, intenso lavorìo di “tre medici, otto infermiere europee e dieci infermieri indigeni”, come annotava con scrupolo.

Così, nonostante ostacoli di ogni genere lui stesso riconosceva che «vedere malati coperti da ulcere, che non sono più costretti, una volta ben medicati, a camminare nel fango coi piedi feriti, è una gioia che basta da sola a compensare la fatica di lavorare quaggiù». Non solo: la costante fedeltà al principio che, in ogni punto del pianeta Terra, tutti gli esseri umani sono (e devono essere considerati) uguali, lo portava a insistere che «la differenza tra bianco e nero, tra uomo civile e primitivo, scompare quando ci si mette a discutere con gli abitanti della foresta vergine di problemi che riguardano i rapporti con noi stessi, col mondo e con l’eternità».

Anzi, c’è un’ulteriore notazione preziosa che riguarda le difficoltà, talvolta pressoché insormontabili, di illustrare a quelle genti, ancora “primitive”, i principi, le verità, gli “articoli di fede” del cristianesimo. Eppure, dopo anni di intensa frequentazione, Schweitzer aveva compreso che per ognuna di quelle povere creature «il cristianesimo è la luce che brilla nelle tenebre delle sue miserie, gli dà la sicurezza che non è alla mercé degli spiriti della natura, dei suoi antenati o dei feticci, e che nessun uomo possiede poteri magici sui suoi simili, ma che solo la volontà divina regna nel mondo».

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