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La realtà che osservo

· In una commedia tra leggerezza e riflessione ·

Ho impiegato un anno per concepire questo mio ultimo lavoro cinematografico dal titolo Sotto una buona stella. Un anno per individuare un soggetto è senz’altro un tempo lungo. Ma c’è stato qualcosa che mi ha messo in crisi come “pedinatore di italiani”, come osservatore minuzioso del tempo, del costume, dei tic, delle fragilità che ci appartengono: la constatazione che c’era ben poco da ridere.

Non sono affatto tempi facili per la commedia che vuole raccontare una realtà confusa, depressa nelle incertezze sul futuro dei nostri figli, nella precarietà del lavoro di tanti padri e nell’affanno di tante madri. L’assenza di un’etica forte negli ultimi decenni, la disintegrazione della famiglia tradizionale, la penuria di uomini al comando pieni di virtù, hanno reso assai ardua l’osservazione ironica di tante sfumature della vita odierna. E spesso mi sono chiesto (in momenti di pessimismo) se avesse ancora un senso fare commedie.

Poi ho riflettuto all’immediato dopoguerra e a tanti altri momenti complessi di questo Paese, constatando che i nostri grandi padri della commedia hanno forse dato i maggiori risultati in tempi difficili, raccontando “vite difficili”. Superando con efficace ironia, coraggio e tagliente critica di costume quegli anni così complessi.

Noi, oggi, abbiamo un problemino in più rispetto a loro: che spesso la realtà supera ampiamente la nostra creatività di commediografi. L’assenza di stupore, la totale omologazione di tutti, la mitomania, sembrano essere le connotazioni più evidenti di questi tempi che viviamo. Ed ecco che tutto diventa più complesso. O rischi di essere troppo serio o troppo superficiale. E cercare un delicato senso della misura nel raccontare questa realtà in commedie diventa un’autentica sfida.

Carlo Verdone

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13 novembre 2018

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