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Tutta colpa
della torre di Babele

· Le cronache del frate francescano Giordano da Giano ·

Commentando, domenica 6 settembre, il testo di Marco, 7, 31-37, Papa Francesco ha detto che l’insegnamento che se ne deve trarre è che Dio non è chiuso in sé stesso, ma si apre e si mette in comunicazione con l’umanità. Ma questo Vangelo ci parla anche di noi: spesso noi siamo ripiegati e chiusi in noi stessi, e creiamo tante isole inaccessibili e inospitali. Persino i rapporti umani più elementari a volte creano delle realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa. E questo non è di Dio. Questo è nostro, è il nostro peccato.

Colantonio, «La consegna della Regola» (1445)

Certo, la storia personale e la storia dei popoli mostrano che non è sempre facile aprirsi all’altro e che spesso l’inimicizia e il sospetto prevalgono. Ma è vero pure — e tanti esempi di questi giorni, in tutta Europa, stanno a dimostrarlo — che l’integrazione è possibile e può rivelarsi una risorsa preziosa, oggi come ieri. Traggo ispirazione, su questo tema, da una fonte duecentesca, ristretta all’ambito europeo (nello specifico al mondo tedesco), ma scritta da un italiano, fra’ Giordano da Giano, che conobbe personalmente san Francesco e poi morì in Germania, poco dopo il 1262.

Giordano fu autore di una preziosissima Cronaca, nella quale si narra come, dopo il 1217, i frati minori tentarono le prime missioni Oltralpe, in Francia, Spagna, Germania e Ungheria (le date da lui riferite non sono tuttavia sempre sicure). I tentativi iniziali furono piuttosto maldestri: i frati partirono alla disperata, senza un progetto preciso e con una preparazione inadeguata, ignari della lingua e delle consuetudini dei luoghi dove sarebbero andati. In Francia gli fu chiesto se fossero albigesi e loro «risposero di sì, non capendo che cosa significasse “albigesi”», o forse non capendo nulla di quanto gli veniva detto. In Germania, invece, i frati, «non conoscendo la lingua, richiesti se volessero alloggio, vitto o altre cose del genere, risposero ja e così furono da alcuni benignamente ricevuti. E notando che con questa parola ja venivano trattati umanamente, decisero di rispondere ja a qualsiasi cosa che veniva loro richiesta. Per questo accadde che, interrogati se fossero eretici e se fossero venuti appunto per contaminare la Germania, così come avevano pervertito anche la Lombardia, di nuovo risposero ja». Possiamo senza troppo sforzo immaginarne le conseguenze.

Qualche anno dopo, i frati mostrarono di aver appreso la lezione: visto che anche a causa dell’ignoranza della lingua tedesca in un primo tempo non erano state risparmiate loro le bastonate, non ripeterono l’errore una seconda volta e posero a capo della missione un frate tedesco — Cesario da Spira — il quale radunò intorno a sé anche frati capaci di fungere da interpreti e in grado di predicare tanto ai sacerdoti quanto al popolo.

Giordano è un cronista gustosissimo che conquista il lettore. Essenziale e assai aderente alla realtà, ma anche capace di humour, nell’arte del racconto non risulta inferiore a Salimbene da Parma — forse il più famoso cronista francescano del Duecento — benché rispetto a lui sia molto meno malizioso e pettegolo. La sua narrazione dell’invio dei frati nella seconda missione tedesca (1221), oltre a rivelare diversi aspetti del carattere del cronista, offre interessanti informazioni sull’atmosfera che regnava nei Capitoli generali e sulle modalità di governo dell’Ordine. Giordano emerge da questo racconto come un uomo poco deciso, difficile a risolversi sulle scelte da fare. Un uomo irrisolto, almeno quello che parte per la Germania, terra in cui non solo non dovette affrontare il martirio, ma dove visse per più di quarant’anni ricoprendo ruoli di responsabilità: esperienze che narrerà poi ai frati più giovani, insegnando che anche gli uomini comuni possono diventare eroi, loro malgrado.

di Felice Accrocca

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23 novembre 2017

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