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A tutela dei diritti
delle minoranze religiose

· Intervento alle Nazioni Unite del segretario per i Rapporti con gli Stati ·

Salvaguardare le minoranze religiose è «una delle più urgenti responsabilità della comunità internazionale» e questo perché tale protezione «deve andare al di là del semplice opporsi alla distruzione, pianificata o attuata, delle minoranze, ma deve includere anche l’esame e l’analisi delle cause alla radice della discriminazione e della persecuzione, e deve spronare a una vigorosa difesa e protezione della loro dignità umana, dei diritti alla vita e alla libertà di coscienza e di religiosa».

Usa queste parole il segretario per i Rapporti con gli Stati, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, nell’affrontare il complesso problema della difesa delle minoranze religiose. Intervenendo ieri all’evento intitolato “Protezione delle minoranze religiose nel conflitto”, organizzato a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, l’arcivescovo ha sottolineato che «il bisogno di concentrarsi sulla salvaguardia delle minoranze religiose in situazione di guerra e di conflitto deriva dalla disgustosa realtà per cui, come tutti noi abbiamo visto negli ultimi anni in varie parti del mondo immerse nel sangue, guerra e conflitti spesso forniscono lo sfondo nel quale le minoranze religiose sono fatte oggetto di persecuzione, violenza sessuale e di tutte le altre forme di violenza fisica, soggiogamento, detenzione ingiusta, espropriazione di proprietà, schiavitù, esilio forzato, assassinio, pulizia etnica e altri crimini contro l’umanità».

La persecuzione delle minoranze religiose non è un fenomeno che interessa una sola parte del mondo. Citando il rapporto del 2016 della commissione statunitense sulla libertà religiosa nel mondo, l'arcivescovo Gallagher ha messo in rilievo che «gravi, sistematiche, continue e oltraggiose violazioni della libertà religiosa» hanno avuto luogo in ventisette paesi. Altri documenti e rapporti dimostrano che «violazioni dei diritti religiosi delle minoranze superano le metodiche, continue e scioccanti violazioni commesse da attori statali e non statali, come terrorismo, vigilantismo, uccisioni individuali e di massa, deportazioni forzate, pulizia etnica, stupro e rapimento delle donne e loro riduzione in schiavitù, distruzione e confisca della proprietà, attacchi contro convertiti e contro coloro che si suppone li abbiano indotti a convertirsi, violenze incoraggiate o tollerate contro non credenti e contro persone che appartengono a minoranze religiose».

Gli attacchi alla libertà religiosa sono quindi molto diffusi e posso non solo intrecciarsi ad altri crimini, ma anche assumere loro stessi forme diverse. E in questo quadro, «i cristiani rimangono quelli più perseguitati» ha ricordato l’arcivescovo Gallagher.

Che cosa fare per fermare questa assurda piaga? Occorre agire subito. Questo il primo punto indicato dall’arcivescovo nella seconda parte del suo intervento. «Dobbiamo incrementare la consapevolezza delle emergenze umanitarie e rispondere generosamente», e questo in particolare nella regione del Medio oriente dilaniata dal conflitto siriano. In secondo luogo, la garanzia del rispetto del diritto internazionale. E questo soprattutto grazie a «una positiva collaborazione tra le comunità religiose e lo stato», cioè le autorità locali. «Quando le comunità religiose e gli stati — ha spiegato l’arcivescovo — si confondono o si fondono, come ha detto Papa Francesco lo scorso aprile all’università di Al Azhar al Cairo, la religione rischia di essere assorbita nell’amministrazione delle cose temporali e allettata dal fascino dei poteri del mondo che nei fatti la sfruttano». I leader religiosi hanno una specifica responsabilità nel creare questa forma di cooperazione. 

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