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Trump dichiara
la guerra commerciale

· Verso l’imposizione di dazi contro Europa e Cina ·

«Siamo in guerra commerciale». Con queste parole il segretario al commercio statunitense, Wilbur Ross, ha definito le questioni aperte in tema di scambi commerciali, dopo la firma da parte del presidente Donald Trump di due decreti che irrigidiscono le regole antidumping. 

Al momento, la prospettiva di un rialzo dei dazi sui prodotti di importazione europea resta solo un’ipotesi, ma sempre più concreta. E Washington apre il confronto non solo con l’Europa ma anche con la Cina, il Giappone, il Messico e la Corea del Sud. Il presidente Trump ha firmato ieri due ordini esecutivi giustificati con l’intento di «mettere fine agli abusi perpetrati nei confronti degli Stati Uniti». Secondo Trump, i 500 miliardi di dollari di deficit commerciale statunitense — di cui oltre 340 miliardi con la Cina — sarebbero il risultato della debolezza nei confronti delle altre potenze esportatrici, che Trump attribuisce alle politiche di libero scambio dei suoi predecessori, che avrebbero penalizzato imprese e posti di lavoro. Dunque, Trump lascia intendere che tradurrà in azioni concrete, cioè dazi e tariffe maggiorate, la promessa di protezionismo sintetizzata nello slogan «America first». Per il momento, il primo dei decreti, firmati ieri, prevede un’indagine — su larga scala ma da concludersi entro 90 giorni — sul deficit commerciale statunitense e su ogni forma di abuso da parte di altri paesi. È il secondo decreto a prevedere, come detto, una stretta sul fronte delle «misure antidumping» per «combattere la concorrenza sleale e colpire i governi stranieri che sostengono con sussidi i propri prodotti, così che questi possano essere venduti negli Stati Uniti ad un costo più basso». Non è ancora, sulla carta, un ritocco dei dazi. Tuttavia Ross ha usato termini duri: «Siamo da anni in una guerra commerciale, ma adesso la differenza è che le nostre truppe alzeranno i bastioni». Il primo pensiero va alla minaccia di imporre «tariffe punitive» su alcuni prodotti-simbolo dei paesi dell’Unione europea, da beni alimentari di qualità a prodotti di punta nel settore delle moto. La ritorsione sarebbe giustificata come una risposta al blocco deciso dai paesi europei, dalla fine degli anni Novanta, alle carni di bovini allevate con ormoni, legali negli Stati Uniti e invece bandite nel vecchio continente.

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26 maggio 2018

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