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Trump difende l’America first

· Proposte su infrastrutture e immigrazione nel primo discorso sullo stato dell’Unione ·

Trump durante il discorso al Congresso (Ansa)

«Il mio dovere, il sacro dovere di ogni persona eletta in quest’aula, è difendere gli americani: proteggere la loro sicurezza, le loro famiglie, le loro comunità e il loro diritto al sogno americano». In questa frase può riassumersi gran parte del discorso sullo stato dell’Unione tenuto ieri dal presidente Donald Trump. Evidenziando i risultati raggiunti dalla sua amministrazione, Trump ha chiesto ai parlamentari di «mettere da parte le differenze e cercare un terreno comune per servire il paese» perché «questo è davvero il nostro nuovo momento americano. Non c’è mai stato un momento migliore per vivere il sogno americano. Lo stato dell’Unione è forte perché le persone americane sono forti». È stato il discorso sullo stato dell’Unione più lungo da quello di Bill Clinton nel 2000 ed è stato tutto incentrato sul tema della forza e dell’America first. Le proposte concrete di Trump al congresso sono state soprattutto due: una sull’immigrazione e una sulle infrastrutture. Entrambe sono state presentate con appelli ai democratici affinché collaborino con i repubblicani. Sulle infrastrutture il presidente ha chiesto un investimento da 1,5 migliaia di miliardi di dollari: un grosso aumento della spesa pubblica che sarebbe visto con qualche fastidio dai repubblicani più estremisti, ma su cui Trump spera di convincere almeno parte dei democratici, senza i quali al senato è difficile arrivare all’approvazione di quasi qualsiasi cosa. Sull’immigrazione, invece, il presidente ha proposto «un equo compromesso» che preveda non solo la possibilità di dare la cittadinanza ai cosiddetti dreamers — gli immigrati irregolari arrivati negli Stati Uniti da bambini, mai regolarizzati e protetti temporaneamente dalle espulsioni — ma anche la costruzione del muro al confine con il Messico. Colpisce invece la quasi totale mancanza della politica estera dal discorso. Trump ne ha parlato soltanto nella parte finale, annunciando di aver firmato un ordine per tenere aperta la controversa base militare e prigione di Guantánamo, che il suo predecessore Barack Obama aveva tentato a lungo e con fatica di chiudere. 

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