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Trovare una casa da amare

· ​Letteratura e storia dell’emigrazione ·

Spesso si fa riferimento alla nostra emigrazione italiana che meglio illumina le condizioni degli emigranti moderni. Anche noi, dalla fine dell’Ottocento a tutta la seconda metà del Novecento, prima in America (dal 1860 al 1948 circa) poi in Australia (anni cinquanta) e infine in Europa, tra Germania, Belgio, Svizzera e Francia (anni sessanta e settanta), abbiamo vissuto i drammi e, talvolta, le tragiche condizioni di chi lascia ogni cosa per sperimentare un nuovo mondo che gli porti la serenità che non trova in patria. Così soprattutto al sud, ma anche in Piemonte, Veneto e altre zone d’Italia non vi è famiglia che non possa dire che vi è un emigrante partito e rimasto o ritornato che sia.

Antonio Berni, «Emigrazione» (1954)

Ma, tra ieri e oggi, si può stabilire un ponte ideale che ci accomuni, a mio avviso, attraverso le storie di quegli emigranti: di prima e seconda, addirittura terza, generazione e le storie degli immigrati di oggi o le storie di quei poeti e scrittori che in qualche modo a loro fanno riferimento. Per chi non lo conosce, allora, il libro può essere una scoperta inusuale, per chi invece lo conosce è la conferma delle doti letterarie questa autobiografia di Joseph Tusiani, In una casa un’altra casa trovo (a cura di Raffaele Cera con una postfazione di Cosma Siani, Milano, Bompiani, 2016, pagine 446, euro 15) in cui il 93enne poeta di due terre Tusiani, appunto, di recente dichiarato poeta laureato, emerito dallo Stato di New York, ci racconta la quasi apparente normalità della sua vita “avventurosa” di emigrante-intellettuale ma pur sempre emigrante cresciuto a pane e niente, pane assoluto, semmai condito col pomodoro e un filo (proprio un filo) di olio e di speranza, prima in Italia e poi in America: «il pane io non lo faccio per risparmiare il dollaro».
Si snoda, così tra le pagine reali, ma coinvolgenti, di questa vita “romanzata” la storia bella di Peppino che, partito dal Gargano per conoscere il padre col quale avrà, poi, un difficile ma intenso e solido rapporto filiale, diventa il Joseph che, ancora oggi (dopo aver fatto il docente nei vari College delle università newyorkesi) scrive in quattro lingue e ancora “sforna” come pane “temprato”, casereccio e odoroso, poesie ogni giorno in italiano, latino, dialetto garganico e lingua inglese ed è sicuro maestro non solo nella lingua materna, ma anche in quella acquisita, come ben sostiene Martino Marazzi. Il poeta, dunque, racconta i giorni convulsi dell’arrivo nel nuovo mondo e poi quelli dell’accoglienza, l’adattamento, la normalizzazione esattamente così com’è oggi per i nuovi migranti (sì, perché una volta gli emigranti eravamo noi) e risulta efficacemente resa la pagina sull’atmosfera natalizia in cui il dramma dello sradicamento si avverte maggiormente; descrive Tusiani: «Ne va di mezzo il nostro soffrire, il nostro non sapere a quale mondo appigliarci. Sentiamo gli accordi di Silent Night e pensiamo a “Tu scendi dalle stelle”, e fra l’una e l’altra melodia si frappongono alpi e oceani di differenza, e per la prima volta ci accorgiamo di non aver più radici: non siamo né americani, né italiani».

di Matteo Coco

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17 luglio 2019

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