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Troppo tardi per cancellare la leggenda

· Nel primo romanzo della scrittrice americana Kathleen Kent ·

Fede che diventa fanatismo. Devozione che sconfina in superstizione. Sete di denaro camuffata da sete di Dio. E una lunga catena di crimini commessi usurpando la religione. Dei suoi primi anelli, non abbiamo forse neanche memoria. Gli ultimi riempiono le cronache attuali, scandalosi per la loro infamia: condanne a morte per blasfemia, attacchi ai luoghi di culto delle minoranze, uccisione di donne ritenute streghe. Recentemente in un villaggio tribale dello Stato indiano di Assam, un’altra vedova è stata decapitata da una piccola folla rabbiosa che la accusava di aver procurato, con i propri malefici, malattie e sofferenze all’intera comunità. 

Illustrazione settecentesca della tragedia di Salem

Le autorità locali, che stanno pensando di arginare questa sorta di caccia alle streghe con una legge specifica, contano circa cento uccisioni della stessa matrice solo negli ultimi cinque anni. Quasi sempre le vittime sono donne sole o anziane, persone fuori dalle righe o proprietarie di beni che fanno gola a vicini e parenti. A guidare la mano degli assassini, ignoranza, avidità e paura, oggi come cinque secoli fa, quando sono state scritte alcune delle pagine più buie di una storia che non vuole finire.
La vicenda raccontata nel primo romanzo della scrittrice americana Kathleen Kent La figlia dell’eretica (Milano 2008, Longanesi, pagine 321, euro 17,60), è tristemente nota. Nel 1692, tra i coloni inglesi di Salem Village e dintorni, vicino Boston, dilaga una psicosi collettiva — ben pilotata dai toni apocalittici di alcuni pastori puritani — che porta all’impiccagione per stregoneria di diciannove cittadini (solo cinque gli uomini) e alla disumana reclusione di decine di sospettati di ogni età e condizione: da bambini di pochi anni ad anziani, da donne incinte a persone gravemente ferite o malate. A dare forma a quest’incubo lunghi processi, atroci sevizie e le crisi isteriche di un gruppo di ragazzine che, mentendo deliberatamente o suggestionandosi a vicenda, puntano il dito su quanti, a detta loro, le tormentano per conto del diavolo. Unica via di salvezza, la confessione e la denuncia di altre streghe, una via perversa che quasi tutti imboccano sotto tortura, mandando loro malgrado al patibolo amici e parenti stretti.

A distanza di sessant’anni, dopo aver riconosciuto l’innocenza delle vittime e la follia di quel periodo, gli abitanti di Salem cambiano il nome del villaggio e tentano inutilmente di cancellare dalla memoria collettiva fatti destinati a diventare macabra leggenda (vastissima la produzione letteraria, televisiva e cinematografica in materia). L’autrice, discendente di Martha Carrier, una delle vittime che sino alla fine protesta la propria innocenza, ricostruisce la vicenda in chiave familiare. Voce narrante è la quarta figlia di Martha, Sarah di appena nove anni. Dopo mesi di prigionia, come i suoi tre fratelli più grandi, la piccola si salva denunciando la madre che così la implora di fare. Kent tuttavia non si limita a riproporre i fatti processuali, ma descrive con grande efficacia sia il loro contesto sociale, sia i connotati sui generis (invisi alla maggioranza) della famiglia Carrier. E trasforma così la caccia alla streghe di Salem da racconto horror per la notte di Halloween in un monito da non dimenticare. Una delle tante derive umane che, lungi dal rimanere confinate nei libri di storia, continuano a minacciare il presente di un mondo in balia dell’ignoranza.

di Silvia Gusmano 

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21 agosto 2019

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